Alfisti.com – dal forum al keynote

January 4, 2010 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Work, marketing, web 2.0 

Dallo scorso settembre collaboro con HiBO, digital company di Bologna, lavorando per alcuni clienti. Tra questi, Alfa Romeo, che – anche in vista del Centenario – sta allestendo la propria community ufficiale, Alfisti.com.

Tra le varie attività, abbiamo organizzato un paio di incontri via forum con personaggi legati al mondo Alfa e ritenuti autorevoli dagli Alfisti stessi. Un modo, crediamo, per avvicinare l’azienda alla sua naturale community di riferimento e a Internet, aumentandone la capacità di ascolto e cominciando a farle fare pratica con tutta una serie di dinamiche tipiche del web.

L’ultimo incontro si è tenuto lo scorso dicembre, alla presenza di Maurizio Consalvo, Brand Technical Coordinator di Alfa Romeo. Abbiamo pensato di sintetizzare parte di quanto emerso durante la discussione in una presentazione, caricata in seguito su SlideShare.net.

Un buon modo, credo, per far conoscere la community e i suoi contenuti.

Segnalezero meets Samedirection.it

December 1, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: web 2.0 

 

Oggi ho il piacere di essere ospitato da Flavio Ghiringhelli , curatore del blog Samedirection.it. Flavio si definisce idealista, quindi gli piacerà di sicuro il tono del mio post, che parla di Internet, Pace e Aeroplani.

Attivo da molti anni nel settore Travel, Flavio è managing director di Same Italy, azienda del Gruppo Meridiana

Trovate il mio post a questo indirizzo http://yoc.to/fu

Buona lettura!

Le vite degli altri

November 24, 2009 by piero.babudro · 1 Comment
Filed under: Personale, Work 

Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico – sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.

Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani.

Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza, ha annunciato la chiusura delle testate. Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di  un  venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico. L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono  una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management  della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono  loro,  quelli della Reed)  non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: Le vite degli altri, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed  affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché il vile muore sempre due volte.

Grazie

Nuccio Barletta

L’incognita Reed Business

November 23, 2009 by piero.babudro · 5 Comments
Filed under: Work 

Molto difficile commentare questo momento. Venerdì sembra sia arrivata la conferma ufficiale della prossima chiusura di molte testate edite da Reed Business.

Per una panoramica completa colgo l’occasione per segnalare l’intervista di Salvatore Sagone ad Alessandro Cederle, amministratore delegato del gruppo (AdvExpress, solo su abbonamento).

Non commento la scelta di rivolgersi a una testata concorrente per descrivere il momento di crisi che ha colpito anche il proprio gruppo editoriale. I ‘panni’ si lavano in casa, da che mondo è mondo, ma evidentemente ci sono meccanismi imprenditoriali che sfuggono anche a chi, come me, opera nel settore da un po’.

A supporto di questa notizia, in Rete ho trovato solo il post di Trade Communication, su cui però merita fare una doverosa precisazione.

Nel post si dice che verranno dismesse tutte le riviste che non portano utili. Non è esatto: o almeno, tra i nomi fatti ci sono testate in utile, con una buona raccolta pubblicitaria e che hanno sofferto della crisi economica né più né meno di altre, appartenenti a gruppi editoriali che oggi si reggono in piedi a suon di stagisti o affidandosi ai comunicati stampa per riempire le pagine.

Stamattina ho ricevuto una decina di telefonate di colleghi che mi hanno chiesto se so qualcosa in più rispetto all’articolo di AdvExpress o al post in questione. Posso solo dire che quasi tutti mi hanno posto la seguente domanda: “Se siete in difficoltà voi, come possono reggersi in piedi i vostri concorrenti?”

Bella domanda! Non ho risposte e per ora non le cerco. Se le avessi non le esporrei pubblicamente, anche come forma di rispetto per gli ottimi colleghi di altre riviste che incontro spessissimo durante conferenze stampa o eventi in genere.

Quello che mi preme dire, tornando all’affaire Reed Business, è che c’è stata troppa fretta nel comunicare una notizia peraltro tutta da definire (il Cdr è stato sentito? si sono cercati potenziali acquirenti? cosa vuol dire investire sull’online? c’è un piano di business?), mettendo sullo stesso piano riviste definite ‘fuori perimetro’ eppure molto diverse quanto a situazione economica, ad ‘appeal’, a storia, a interesse da parte del mercato e degli addetti ai lavori.

Il che mi porta a pensare – e non solo sulla scorta della speranza verso testate a cui sono legato da un vincolo emotivo prima ancora che personale – che questa strana storia sia ancora in parte (o tutta) da scrivere.

Avvertenze: scrivo dalla fine del 2007 per il gruppo editoriale Reed Business, prima come collaboratore della testata Pubblicità Italia e della newsletter Today, poi di Adv. In questo post esprimo opinioni del tutto personali, alle quali posso solo aggiungere la stima e il rispetto professionale e personale per tutte le persone con cui ho lavorato finora.

Nobel per la pace: Internet???

November 19, 2009 by piero.babudro · 8 Comments
Filed under: Personale, web 2.0 

Non mi convince. Internet for Peace, iniziativa di Wired per candidare il web al premio Nobel per la Pace 2010, mi sembra più una mossa comunicativa furba che una proposta concreta.

Non sono le motivazioni a lasciarmi perplesso.  Sono convinto (sfido chiunque a sostenere il contrario) che la Rete abbia contribuito non poco all’abbattimento di barriere culturali e politiche, ricoperto un ruolo fondamentale per aumentare la coscienza civile di nazioni intere. Nel nostro paese, ad esempio, sembra essere l’unico antidoto a un potere che mischia in soluzione di continuità (e spesso senza ritegno) res publica e res catodica.

Guardando a situazioni tutto sommato ben più gravi, ha sorretto le rivolte di Teheran con il passaparola online – giusto per citare eventi recenti – così come ha dato modo di esprimersi a Yoani Sanchez e agli altri blogger anticastristi. Se oggi noi conosciamo molti degli orrori che quotidianamente avvengono in Cina o nei paesi arabi, lo dobbiamo a chi cura clandestinamente blog e riviste online, rischiando di essere torturato o di morire in qualche prigione segreta.

Tutto vero. Ma allora sono queste persone a meritarsi il Nobel!!

L’errore di fondo oggi è confondere il semplice mezzo con chi invece anima l’azione di pace.

Oggi Internet è un luogo sociale e di condivisione. C’è chi lotta ogni giorno in difesa della libertà di espressione, chi invece la utilizza per altri fini molto meno nobili. Ma di per sé rimane uno strumento neutro: lo puoi usare per fare del bene, per comunicare all’esterno, oppure per una profilazione di massa dell’audience online, o ancora per mettere il bavaglio alla stampa di opposizione.

L’importante è avere ben chiaro il concetto: qualcuno sta mitizzando lo strumento Internet oltre ogni ragionevole dubbio. Probabilmente ci sono anche dei fini economici dietro alla proposta, se è vero che a sostenere l’iniziativa ci sono aziende le cui politiche ‘internettiane’ sono discutibili sotto molti punti di vista.

I nomi li sappiamo: sono in calce all’articolo di Wired. In mezzo a loro troviamo chi alimenta una rete fatta di ‘walled garden’ a danno della libertà dell’utente e del diritto di una navigazione libera, chi sui suoi telefonini blocca Skype, chi invece in Italia predica bene mentre in passato è stato complice di quelle stesse autorità cinesi che vedono Internet come fumo negli occhi, chi non muove un dito contro il digital divide.

David Rowan, direttore Wired Uk, ha detto che la Rete “ha dato a tutti noi la possibilità di riprenderci il potere dei governi e delle multinazionali.” Non è del tutto vero. Lo sta disintermediando, e ha spostato i centri di potere altrove dai luoghi tradizionali. Ma non per questo siamo più liberi.

Quello che un tempo avveniva nei palazzi della politica, oggi viene deciso in altre sedi. Ma non per questo le multinazionali o i governi sono meno potenti. Sono più sfuggenti, tutto qua.

 

(Intendiamoci, sempre meglio Internet di Henry Kissinger, Nobel per la pace nell’anno del golpe cileno.)  

 

 

 

Unpacking Smau 2009

October 21, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale, Work, web 2.0 

Scrivo di ritorno da Unpacking Smau 2009, l’evento per blogger e giornalisti online organizzato alla vigilia della consueta fiera dell’elettronica di Milano.

L’intento degli organizzatori è stato aprire le porte degli stand ai blogger, mostrando loro – in anteprima – le novità di quest’anno. Ma soprattutto accreditarsi presso la platea digitale italiana come ‘piattaforma’ (progettuale, comunicativa) di riferimento per le nuove tecnologie, per chi le vive quotidianamente, per chi ne scrive sul proprio blog o sui giornali per cui collabora.

Questo in un momento in cui il mercato Ict nazionale sta ai minimi storici. I dati presentati dalla School of Management parlano chiaro: il comparto è in flessione per il 7,5% anno su anno, mentre oltre un terzo delle aziende ha rinunciato a investire in progetti Ict ritenuti rilevanti: Nel 2008 la stima era del 55%, nel 2009 solo del 38%.

Tornando all’evento, va apprezzato il tentativo degli organizzatori, che lavorano a un incontro interessante e ben organizzata ma forse troppo uguale al classico ‘format conferenza’ cui sono abituato per lavoro.

Anche gli argomenti e i termini usati mi sono parsi poco in target con la platea cui si voleva parlare, eccezion fatta forse per il nuovo blog di Smau.

Mettendo assieme questi elementi a quelli raccolti in altre occasioni, mi è sembrato di notare che il tanto decantato rapporto blogger-aziende si sia un po’ sgonfiato. C’è una fase di stanchezza, insomma, i cui motivi vanno analizzati nella più generale stanchezza di un mezzo espressivo che, almeno nel nostro paese, ha perso gran parte della spinta propulsiva degli inizi.

Detto questo, va ringraziato allo stremo il sempre valido Flavio dell’ufficio stampa Smau. Oltre a fare in modo ottimo il suo lavoro, se oggi non ci fosse stato diversi tra noi non avrebbero mai trovato la location della conferenza, perdendosi tra stand ancora da costruire e indicazioni fuorvianti date dal personale della Fiera.

Secondo punto: mi sono girato quasi tutta la fiera senza pass, il che la dice lunga sui controlli all’entrata ;)

Diarioaperto 2009 – il videoclip

October 6, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: web 2.0 

Per un manifesto del (non) fare

October 5, 2009 by piero.babudro · 4 Comments
Filed under: Personale, Work 

I principi del ‘Cult of done manifesto’ fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell’ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.

a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.

b. Il secondo é l’inflazione di tesi precostituite, le quali – per loro natura – fino a quando non sono calate nell’esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.

c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.

Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.

1. ‘Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, Azione e completamento’
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l’ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l’uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.

2. ‘Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.’
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l’accento sull’esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.

3. ‘Non c’è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.’
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l’esistenza con questo filosofia da ‘no way out’. Una persona serena lavora meglio.

4. ‘Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.’
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l’autore voleva dire, con altre parole, che l’esito delle nostre azioni dipende dall’atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all’atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l’ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell’armonia sul posto di lavoro.

5. ‘Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.’
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.

6. ‘Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.’
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.

7. ‘Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.’
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E’ lavoro, non meditazione trascendentale.

8. ‘Ridi in faccia alla perfezione. E’ noiosa e ti trattiene dal fare.’
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d’accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l’arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.

9. ‘Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.’
Una parola: risibile.

10. ‘Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.’
Quasi d’accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.

11. ‘La distruzione è una variante del fare.’
Troppo generico. Non vuol dire niente.

12. ‘Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.’
Risibile.

13. ‘Il fare è il motore del più.’
Embé!?

Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo) occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce ‘wu wei’, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D’altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.

Utilities per le vacanze

August 3, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale 

Sto preparando il lettore mp3 per il prossimo mese, quando sarò fortunatamente lontano da stereo, cd e computer.
La playlist di agosto comprende:

And you will know us by the trail of dead;

Helmet;

Animal Collective;

Basement Jaxx;

Groove Armada;

Queens of the stone age (a essere precisi, qui stanno suonando dal vivo Thumb dei Kyuss);

Roni Size/Reprazent – “New Forms 2008“;

Senser – “Stacked up“;

Caspa.

Dove non specificato, intendo la discografia intera del gruppo :)

Invece, quanto a letture, sabato sono stato alla Feltrinelli di Pavia e ho comprato:

Douglas Adams – Guida galattica per autostoppisti

Neil Gaiman – American Gods

Tim Burton – Morte malinconica del bambino ostrica

Stieg Larsson – Uomini che odiano le donne

Joe R. Lansdale – L’ultima caccia

Jonathan Coe – La pioggia prima che cada

Joe R. Lansdale – Il valzer dell’orrore

cui vanno aggiunti alcuni arretrati accumulati nel corso dell’inverno. :)
Insomma, come sempre, vacanza di relax ma anche una buona occasione per leggere e ascoltare buona musica. Tv e telefonini no, quelli non sono ammessi.

Social Media Fever

August 3, 2009 by piero.babudro · 1 Comment
Filed under: Work, web 2.0 

Ogni nuova frontiera ha la sua corsa all’oro. Così, da un po’ di tempo, i media partecipativi non sono solo occasione di socializzazione e business digitale, di scambio tra professionisti e addetti ai lavori. C’è molto entusiasmo, quasi superfluo ricordarlo: i mezzi di comunicazione mainstream riservano molto spazio alle novità provenienti dall’arcipelago 2.0. Si è creata una tensione collettiva verso questa naturale protesi del nostro ’sistema emotivo’, che porta a vedere il web come naturale sbocco lavorativo, in toto oppure a fianco delle proprie attività – diciamo così – più tradizionali.

Non manca una certa improvvisazione, specie in un paese come l’Italia dove l’approccio creativo alla vita e ai problemi da affrontare spesso si trasformano in azzardo imprenditoriale.
A un livello più alto (nel senso di maggiore impegno e serietà del singolo professionista) saggi, volumi, ipse dixit e ricette per affrontare i social media in chiave di business non mancano. Anzi, gli scaffali delle librerie ne sono pieni, come ho avuto modo di constatare più volte.

Il mantra del momento è costruire (nel senso di dar vita a un artefatto) la conversazione tra azienda/brand e consumatori, passando per quei social network che oggi sono i grandi intermediari della Rete e veicolano gran parte del traffico. In questo senso, non si può prescindere da Facebook, vero e proprio fenomeno digitale come non se ne conoscevano dai tempi dell’exploit di Google da progetto interno a Stanford a motore di ricerca più usato al mondo.
Nonostante, per lavoro o semplicemente perché qualche professionista che stimo mi ha chiesto un parere, io abbia sempre sostenuto l’importanza di un simile aggregatore di intelligenza collettiva, non posso non pormi delle domande, che idealmente rilancio a tutti coloro che cantano le lodi del social network di Zuckerberg oltre ogni ragionevole dubbio.facebook12.jpg

1 – Una volta che su Facebook saranno arrivati tutti i marchi che contano, il fattore-novità sarà esaurito. Pertanto essere presenti su Facebook non costituirà più un elemento ‘di per sé’ innovativo negli ingranaggi del marketing aziendale, o comunque lo sarà con meno enfasi di oggi. Ebbene, è possibile quantificare – anche solo tramite una stima – il lasso di tempo che ci separa da quel giorno?

2 – Ogni fenomeno culturale e collettivo (e Facebook non può certo dirsi avulso da questa classificazione) è tale per cui quando la massa lo scopre, esso in realtà sta morendo o comunque è in fase calante. Ebbene, quanto tempo ci vorrà prima che Facebook arrivi a quel punto? Le aziende che iniziano oggi a muovere i primi passi sul social network (o che stanno prendendo in considerazione l’idea di farlo) quanto tempo hanno a disposizione prima di trovarsi tra le mani un giocattolo che non funziona più, o non funziona così bene come all’inizio?

3 – Quando la gran parte delle aziende si sarà fatta la propria fan page, quando ci avranno offerto le loro applicazioni e gli inviti ad eventi che, in quanto artefatti, non sono interessanti; quando ormai Facebook sarà stato trasformato in una piazza di mercanti, non credete che il pubblico potrebbe finire con lo stancarsi del gioco e finire per frammentarsi in altre piattaforme meno ‘commerciali’, diverse quindi per natura e scopi?

4 – Secondo il mantra del momento, un’azienda – per fare business – dovrebbe impegnare tempo, risorse ed energie portando traffico e utenti verso un portale terzo (Facebook), con cui non ha nessun contratto di partnership se non quanto stabilito dai TOS. Si può dire che questa sia una vera strategia di medio-lungo periodo? Se sì, chi ci guadagna veramente? L’azienda in questione, o Facebook, il quale ha la possibilità di profilare e monetizzare uno spettro di attività fatte dall’utente in questione molto maggiore rispetto a quello dell’azienda stessa e della sua fan page?

5 – Se l’azienda deve conversare in prima persona, che futuro è riservato alle cosiddette agenzie di social media marketing? Hanno ancora senso di esistere?

6 – Se il social media marketing non è marketing in senso stretto (ma conversazione, scambio, relazione … quindi forse non lo è del tutto) ha senso che a gestirne l’utilizzo in nome di aziende e clienti siano i ‘classici’ esperti di marketing e non piuttosto di processi comunicativi?

7 – Ammettiamo, entro una decina di anni o forse meno, l’instaurarsi di un sistema comunicativo di tipo post-mediatico. Qualcosa del tipo: le aziende, capite le potenzialità dei media sociali, contribuiscono in prima persona a produrre contenuti come fossero degli editori. Le figure professionali deputate alla mediazione e distribuzione di questi contenuti (giornalisti in primis) perdono il loro monopolio sul racconto della realtà, sparendo o comunque subendo una profonda metamorfosi. Al loro posto, si assiste all’emersione di tutta una serie di figure semi-giornalistiche, eppure connotate da forti legami e interessi con le aziende in questione, che tramite un complesso sistema di scambio (simbolico e non) ne influenzano le opinioni al di là di ogni evidente spirito di indipendenza professionale. Tutto ciò per il diritto dei cittadini a essere informati correttamente è un vantaggio rispetto a oggi?

Mi piacerebbe molto confrontarmi su questi temi con chi ritiene di arricchire la conversazione con i loro contributi. Un po’ per una questione caratteriale, un po’ per un senso di serietà e correttezza nei confronti dei miei clienti, cerco sempre di affrontare l’argomento da un punto di vista molto ‘laico’, non riconoscendomi né nella miopia di chi rifiuta in toto i nuovi media, né nella leggerezza di chi – vergando pagine e pagine sull’argomento – sta di fatto instaurando quello che da molti punti di vista mi pare essere un ‘pensiero unico digitale’.

Avvertenza: quanto espresso in questo post rappresenta solo ed esclusivamente il mio pensiero personale e non quello di aziende, agenzie di comunicazione, enti pubblici per cui lavoro o ho lavorato in passato.

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