Workshop ‘Arduino e il riciclo elettronico’ (27-28 febbraio 2010)
Un robot rotto riprende a muoversi grazie a sensori a infrarossi opportunamente adattati. Un cellulare d’annata viene modificato per rilevare la temperatura dell’ambiente circostante. Una macchina radiocomandata che sembra uscita da una pubblicità anni ‘90 resuscita grazie a un pannello solare che la rende ‘green’ al 100%.

Tre idee molto diverse, un unico comune denominatore. Essere realizzate con materiale elettronico di scarto e utilizzare la scheda Arduino, progetto hardware open source che da un po’ di tempo si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama tecnologico internazionale. Al punto da finire nella lista ‘Top 10 Internet of Things products 2009′ stilata dal New York Times.
Cornice di questi e altri progetti è stata la due giorni ‘Arduino e il riciclo elettronico’, workshop tenutosi a Milano lo scorso weekend con il patrocinio di Tinker.it e LBi IconMedialab. Un momento di incontro e formazione, di aggiornamento e condivisione del know-how che ha coinvolto un pubblico variegato formato da artisti digitali, designer, sfegatati dell’elettronica, professori universitari, studenti, semplici appassionati e neofiti provenienti da tutto il paese. Ma anche l’occasione per fare il punto su Arduino – nato ormai cinque anni fa in seno all’Interaction Design Institute di Ivrea – e il suo sogno di un hardware libero, privo di brevetti e lontano anni luce da logiche commerciali e di profitto.
“Innanzitutto occorre sfatare un mito – spiega Massimo Banzi, Chief Technology Officer di Tinker.it, cofondatore di Arduino e docente del worskhop. – Arduino spesso viene associato al mondo degli artisti multimediali, e invece non è sempre così. In molti ambienti il pregiudizio è nato perché la scheda ha saputo rendere l’elettronica e la programmazione accessibili a tutti, rompendo il monopolio di ingegneri e aziende.”
E infatti non si tratta solo di roba per hobbysti e smanettoni. A partire dallo starter kit di Arduino, distribuito in una quarantina di paesi e acquistabile online a ‘prezzi politici’, sono nate molte idee innovative. C’è chi ha inventato la carta da parati interattiva, chi un tavolo touch-screen che consente a 20 persone di lavorare insieme a un progetto. Chi ha costruito radiosveglie interattive, prototipi di lampada poi commercializzati da aziende del settore, macchine del caffè, interfacce alternative per iPod Touch e iPhone. E ancora, lettori mp3, sistemi per la domotica o la cura delle piante d’appartamento. Fino ad arrivare a Chris Anderson, direttore di Wired Usa, che in piena sintonia con la filosofia del ‘Do It Yourself’, ha messo a punto un sistema elettronico di guida automatica per aerei radiocomandati, aprendo di fatto a una nuova generazione di droni fatti in casa, fortunatamente per scopi ludici e non per la guerra hi-tech.
Intanto gli incontri pubblici vanno avanti, e Arduino continua a fare proseliti, intrecciando esperienze e intelligenze. Tutto è cominciato cinque anni fa a Madrid, sede del primo incontro di questo tipo. Poi è venuta la volta di Londra, dove tuttora i meeting si tengono a cadenza regolare ogni due settimane. In Italia l’interesse per l’hardware libero sta crescendo a ritmi record: siamo il secondo paese più attivo sul forum ufficiale di Arduino. Inoltre, le idee più belle e originali realizzate durante il workshop verranno esposte fuori salone presso il Milano Green Festival 2010, manifestazione prevista per il prossimo aprile e dedicata ai nuovi stili di vita ecosostenibili.
Ma al di là dell’hype mediatico e del fascino concettuale per l’iniziativa, Arduino può rappresentare una concreta possibilità di guardare alla globalizzazione dei saperi, localizzando il baricentro economico e di know-how. Banzi ne è convinto. “Pensiamo a tutte le piccole e medie imprese italiane che non possono investire in ricerca e sviluppo”, ci dice a margine della due giorni. “Potrebbero consorziarsi e costruirsi l’hardware di cui hanno bisogno, a prezzi bassissimi e mantenendo nel nostro paese la ricchezza economica prodotta. Un modo per affrontare il tema dell’innovazione, problema che in Italia è più politico che tecnologico, e di cui spesso si parla male e a sproposito.” Insomma, partire da una macchina radiocomandata per modificare assetti produttivi, catene del valore e filiere. Dopotutto, anche un viaggio di mille miglia inizia da un piccolo passo.
State of the Internet
JESS3 / The State of The Internet from Jesse Thomas on Vimeo.
Il limite tra critica e diffamazione online
Leggo proprio ora dalla Provincia Pavese la notizia di una dipendente dell’Agenzia delle Entrate, Rosa Grazia Arcifa, licenziata per aver espresso delle critiche sul sistema fiscale attraverso un forum.
Anche se l’articolo non riporta le frasi ‘incriminate’, si dice che sono bastate per far scattare un provvedimento di licenziamento senza preavviso e per giusta causa.
In un primo momento ho letto la notizia come una delle tante che ultimamente mi passano sotto gli occhi e riguardano licenziamenti o altri provvedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti, dovuti ad affermazioni o comportamenti considerati lesivi dell’azienda o dell’istituzione cui fanno riferimento.
Ma a colpirmi ancor di più è stato il fatto che la Arcifa, presentando il dovuto ricorso, ha fatto sapere che quelle affermazioni erano sì critiche, ma nell’ottica di stimolare un dibattito.
Infatti avrebbe pubblicato online sei interventi relativi ai problemi dell’amministrazione della giustizia in Italia, con riferimenti alla normativa tributaria e all’amministrazione finanziaria. Sei interventi, non proprio un semplice status update simile a quel “Il mio lavoro è noioso”, che un anno fa costò il licenziamento all’inglese Kimberley Swann, all’epoca dipendente della Ivell Marketing and Logistics.
Uso il paragone perché ho seguito quella vicenda da vicino. Messe assieme mi paiono due storie molto diverse.. Da un lato una nota su Facebook che si limita a parlar male del proprio posto di lavoro senza motivare, dall’altro una critica quantomeno ragionata, se è vero che per esprimerla tutta ci sono voluti sei post su di una bacheca. (Lo dico senza nulla togliere al potenziale diffamatorio delle note in questione, non avendole rintracciate online).
Resto in attesa di ulteriori sviluppi, con un dubbio. Non è che facendosi scudo di concetti come l’online reputation si arriva al punto da cercare di ridurre ai minimi termini il legittimo diritto alla critica e all’espressione del proprio pensiero? E, nel caso, qual è per un dipendente il limite tra diritto di critica e diffamazione? Voglio dire, la Arcifa ha parlato di temi che ci riguardano tutti: norme, tributi, amministrazione finanziaria, tasse. Mi chiedo se l’interesse insito nella collettività rispetto a un dato argomento può avere un suo certo peso nel determinare cosa è critica costruttiva e cosa invece un’azione che va a danneggiare l’immagine dell’ente per cui si lavora.
Ma soprattutto quale dei due diritti è predominante? Se un domani il ricorso della Arcifa venisse rigettato, si potrebbe creare una situazione alquanto strana… Non vorrei che a passare fosse il concetto di sostanziale equiparazione tra critica all’istituzione per cui si lavora e diffamazione a mezzo web, stampa ecc. Le conseguenti ripercussioni sulle attività sindacali o su tutti quei momenti che consentono ai lavoratori (magari quelli non sindacalizzati) di confrontarsi, dibattere, trovare soluzioni sono facilmente immaginabili …
Ricerca bigmouthmedia su aziende e social network
Nessuna novità di rilievo, ma la consapevolezza che qualcosa si sta muovendo. Le aziende e le agenzie di marketing, almeno quelle intervistate da bigmouthmedia, sono consce dell’importanza delle reti sociali per il loro business.
Due critiche prima di passare ai risultati:
1) il campione è esiguo, 1.100 intervistati tra agenzie di marketing e PR, e reponsabili della comunicazione in aziende in Europa e Nord America e
2) la fonte dice che circa 2/3 delle interviste sono state condotte nel Regno Unito, cosa che sballa non poco i valori, se consideriamo che in UK sono molto più avanti della media quanto a utilizzo dei social media per marketing e PR.
Comunque, alcune considerazioni sono interessanti:
“I vantaggi legati al miglioramento del brand sono considerati più significativi di quelli legati all’aumento della profittabilità. Una maggiore brand awareness è ritenuta il vantaggio principale offerto dai social media da circa tre quarti del campione intervistato (73%). Seguono l’incremento del coinvolgimento dei clienti (71%), il miglioramento della brand reputation (66%) e l’opportunità di aumentare la comunicazione con gli influenzatori (62%).”

“Oltre un quarto degli intervistati si dice interessato, ma non del tutto convinto delle possibilità offerte alle aziende da parte dei social media, mentre il 12% identifica soprattutto rischi e sfide.”
“Nessuno degli intervistati considera i social media una moda destinata a scomparire in breve tempo.”

“Twitter e i microblog sono i social media più utilizzati per le strategie di comunicazione per il 78% delle aziende e il 74% delle agenzie intervistate, seguiti immediatamente dalla creazione e gestione di profili sui social network (65% delle aziende).”
“Particolarmente diffuso nel corso del 2009, l’utilizzo di video continua a riscuotere successi, con circa il 60% delle aziende e il 54% delle agenzie che crea e distribuisce contenuti di questo tipo.”
“Mentre circa i tre quarti delle agenzie intervistate (72%) dichiari che i propri clienti utilizzano blog aziendali, metà delle aziende (47%) sostiene la stessa cosa.”

“Il segmento dei social media ha resistito bene alle turbolenze economiche del 2009: il 98% delle aziende e delle agenzie interpellate non ha ridotto gli investimenti rispetto all’anno precedente, il 64% delle aziende e l’81% dei clienti delle agenzie li ha addirittura aumentati.”

Update 23 febbraio: tramite l’ufficio stampa, bigmouthmedia ha fatto sapere di non essere in grado di fornire i dati scorporati per singolo paese. Un peccato. Sarebbe stato molto interessante conoscere più da vicino la situazione vissuta dalle diverse realtà territoriali.
Laboratorio 2.0 – Università di Bologna
Ieri ho avuto il piacere di tenere un intervento durante i lavori del Laboratorio 2.0 dell’Università di Bologna (link).
Due ore (abbondanti, perchè ho sforato di brutto… ma insomma, nessuno si è lamentato..) che ho utilizzato per parlare di informazione online, blog e blogosfera. Ho cercato di affrontare il tema da un prospettiva ibrida, che è poi la mia, a metà tra il giornalismo (online e offline) e la passione per i nuovi media e il ‘Web 2.0′.
Da qui la scelta (non polemica, sia chiaro, ma operata per evitare le diverse ipocrisie dello schema giornalisti vs blogger, ma anche blogger vs blogstar) di raccontare alcuni aneddoti ritenuti interessanti per capire il fenomeno blogosfera in Italia nel suo complesso. Insomma, grande fermento, ma anche gente che corre dietro al primo venditore di succhi di frutta di turno :D

Il senso ultimo del mio intervento è questo: è fuorviante pensare a uno scontro frontale tra mondo dei giornali e blogosfera, con i blogger a giocare la parte dei Robin Hood dell’informazione e invece i giornalisti ‘castaioli e venduti’ a impersonare il ruolo dello sceriffo di Notthingham o, in genere, del cattivone di turno. D’altra parte è ancor più sbagliato pensare al giornalista come unico soggetto capace di verificare una fonte e dare una notizia.
Ormai online è presente una moltitudine di soggetti che fa il lavoro del giornalista molto meglio di tanti giornalisti ‘veri’.
La verità probabilmente è soggettiva e sta nel mezzo, tra vip e vippetti del giornalismo e della blogosfera, pay-per-post, marketing sottobanco e le tante, troppe veline – e i tanti, troppi silenzi, e le tante, troppe mafie – di cui è costituito il giornalismo di oggi, almeno nel nostro paese. Ma anche, e senza dimenticare, la grande rivoluzione che i blog hanno rappresentato quanto a modalità di circolazione, produzione e fruizione delle informazioni.
Le eventuali ‘cadute di stile’ di cui parlavo ieri non cancellano l’apporto positivo del blog in quanto strumento di condivisione di conoscenza.
Anzi, accentuano l’esigenza di rafforzare il filtro critico costituito dalla capacità di giudizio del lettore: ecco il perché dei ‘consigli non richiesti‘ a fine presentazione su come saper leggere una notizia.
Teniamo a mente che i media servono a produrre consenso e consumi, che dietro ci sono persone o soggetti che hanno tutto l’interesse a presentare la realtà in un certo modo, che molto probabilmente non tutto quello che leggiamo su un giornale, vediamo in TV, ascoltiamo alla radio, leggiamo su un blog ritenuto autorevole è stato scritto/girato/prodotto con lo scopo ultimo di informarci e di consentirci di avere una visione delle cose completa, equidistante, trasparente.
La morale? Non c’è. Oppure è.. Dubitare. Sempre. Anche di quello che è stato detto ieri durante la lezione. E provare a trovare una bussola, una propria bussola, in questo mondo digitale e ‘nerdisticamente affascinante’ (cit.)
THINK B4 U POST – Safer Internet Day 2010
INTERNET: OGGI GIORNATA EUROPEA PER USO PIU’ SICURO DEL WEB Ogni giorno 30 mila nuove minacce vengono rilevate sul web, un vero inquinamento digitale, che è un serio pericolo per gli utenti di Internet. Oggi è il Safer Internet Day 2010, giornata europea per la sicurezza in Rete organizzata da InSafe, rete europea di cooperazione per l’uso sicuro di Internet costituita e cofinanziata dalla Commissione europea. L’iniziativa mira a promuovere un uso sicuro e responsabile del web. (ANSA)
Hacking politico in aumento (report McAfee)
Cresce nel mondo l’hacking a sfondo politico. Lo afferma McAfee nel suo ultimo report, mettendo in evidenza l’aumento dello spam ma anche di casi di ‘hacktivism’ in diversi paesi europei (Polonia, Lettonia, Danimarca e Svizzera su tutti).
Gli attacchi informatici spinti da motivazioni politiche, insomma, sono in aumento. Quando possibile, cercano di colpire i social network più popolari (il recente attacco dell’Iranian Cyber Army contro Twitter), mentre il fenomeno si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo paesi finora relativamente immuni (si pensi alle aggressioni al governo polacco o la protesta contro la conferenza sul clima di Copenhagen).

Alcuni passaggi della nota di McAfee:
“La produzione di zombie negli Stati Uniti è diminuita significativamente passando dal 13,1% nel terzo trimestre al 9,5% nel quarto trimestre, rendendo la Cina la principale nazione produttrice di zombie con il 12%. Il Brasile si è classificato al terzo posto, con la Russia e la Germania tra i primi cinque. Gli Stati Uniti rimangono ancora in testa per quanto riguarda la produzione di spam, con Brasile e India rispettivamente al secondo e terzo posto. Ucraina e Germania sono entrati nella Top 10 delle nazioni produttrici di spam per la prima volta nel 2009.”
“Il Nord America è il leader mondiale nell’ospitare contenuti malevoli, con l’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) al secondo posto e Asia/Pacifico al terzo. In Europa, la Germania si aggiudica la testa della classifica, seguita da Olanda e Italia. La Cina è la nazione che ospita la maggior quantità di contenuti malevoli in Asia, seguita da Russia e Corea del Sud. Il Sudamerica inizia a giocare un ruolo maggiore, con il Brasile al primo posto in quell’area.”

“Sebbene gli attacchi SQL-injection abbiano origine da varie nazioni nel mondo, la Cina si è largamente dimostrata la principale nazione ad ospitare questo tipo di aggressioni con il 54,4%. A causa della crescente popolarità delle applicazioni Adobe, McAfee Labs ha osservato una serie di tentativi d’attacco mirati ai clienti volti a sfruttare Flash e Acrobat reader.”
Il report completo è disponibile al seguente indirizzo: http://www.mcafee.com/us/local_content/reports/threats_2009Q4_final.pdf
Alfisti.com – dal forum al keynote
Dallo scorso settembre collaboro con HiBO, digital company di Bologna, lavorando per alcuni clienti. Tra questi, Alfa Romeo, che – anche in vista del Centenario – sta allestendo la propria community ufficiale, Alfisti.com.
Tra le varie attività, abbiamo organizzato un paio di incontri via forum con personaggi legati al mondo Alfa e ritenuti autorevoli dagli Alfisti stessi. Un modo, crediamo, per avvicinare l’azienda alla sua naturale community di riferimento e a Internet, aumentandone la capacità di ascolto e cominciando a farle fare pratica con tutta una serie di dinamiche tipiche del web.
L’ultimo incontro si è tenuto lo scorso dicembre, alla presenza di Maurizio Consalvo, Brand Technical Coordinator di Alfa Romeo. Abbiamo pensato di sintetizzare parte di quanto emerso durante la discussione in una presentazione, caricata in seguito su SlideShare.net.
Un buon modo, credo, per far conoscere la community e i suoi contenuti.
Segnalezero meets Samedirection.it
Oggi ho il piacere di essere ospitato da Flavio Ghiringhelli , curatore del blog Samedirection.it. Flavio si definisce idealista, quindi gli piacerà di sicuro il tono del mio post, che parla di Internet, Pace e Aeroplani.
Attivo da molti anni nel settore Travel, Flavio è managing director di Same Italy, azienda del Gruppo Meridiana.
Trovate il mio post a questo indirizzo http://yoc.to/fu
Buona lettura!
Le vite degli altri
Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico – sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.
Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani.
Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza, ha annunciato la chiusura delle testate. Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di un venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico. L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono loro, quelli della Reed) non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: Le vite degli altri, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché il vile muore sempre due volte.
Grazie
Nuccio Barletta



