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Set

11 settembre 2001. Io non dimentico

L’11 settembre 2001 mi trovavo a Bologna. O meglio, nel preciso istante in cui abbiamo saputo che quel giorno sarebbe stato ricordato per sempre come “L’undici settembre”, ero in treno. Stavo tornando a casa dopo qualche giorno trascorso in compagnia di amici. Un concerto, un paio di uscite al pub, le rimpatriate. La vita che scorre pigra e salta di giorno in giorno senza apparenti scossoni.
Ricordo ancora la scena. Mancava poco alle tre del pomeriggio. In un vagone come tanti altri, abituato a trasportare persone troppo impegnate a leggere il giornale o ascoltare musica per prestare attenzione al proprio vicino, calò un silenzio innaturale. Interrotto solamente dallo sferragliare delle rotaie e dalle mille domande che, di lì a poco, seguirono.
Tutto iniziò al cellulare: qualcuno ricevette una telefonata. La conversazione di colpo si animò. Il tono preoccupato e l’apprensione divennero un messaggio rivolto indirettamente a tutti i presenti: era accaduto qualcosa di grave. Dalle prime frasi spezzate la verità iniziò a prendere forma. Qualcuno iniziò a raccontare l’accaduto a chi gli sedeva accanto. Fu quello l’innesco della spirale ansiogena. Diffidenze e reciproca timidezza crollarono di colpo. Qualcuno iniziò a chiedere. “Scusa, cos’è successo?”. I primi frammentari racconti – poche frasi, così brevi da sembrare lanci di agenzia – si accavallavano, finendo con il cancellare il messaggio in un caos di commenti. Parole come “attentato”, “disastro”, “tragedia” iniziarono a ripetersi come un mantra.
Il mio Undici Settembre è iniziato così. Su un Intercity, in mezzo a decine di altre persone che fino a pochi secondi prima consideravo, nella migliore delle ipotesi, indifferenti al mondo circostante. Il resto fa parte della storia. O della cronaca, se vogliamo. Tre ore dopo mi trovavo, come milioni di altre persone, incollato davanti al televisore a fare zapping tra i telegiornali e tutti gli speciali tv dedicati alla tragedia delle Twin Towers. Torri che nelle settimane e nei mesi successivi divennero argomento di conversazione, dibattito, persino scontro verbale. Non si parlava d’altro. Era chiaro a tutti che, al di là dei tragici fatti, il mondo stava entrando in una nuova fase.

E ci siamo entrati, eccome. I risultati sono davanti agli occhi di tutti e gli strascichi di quel giorno continueranno a farsi sentire per molto, troppo tempo. Ed è anche per questo che è importante non dimenticare la tragedia dell’11 settembre 2001 e la sua coda lunga.
Dieci anni dopo gli Stati Uniti, dal secondo dopoguerra faro e motore del mondo Occidentale, stentano a uscire da una crisi economica e di valori senza precedenti, divisi come sono tra due schieramenti politici mai così distanti tra loro. Tutto ciò si deve anche alla politica di spesa senza precedenti affrontata per mantenere due guerre – Afghanistan e Iraq – iniziate in nome della ricerca di una nuova leadership globale – “o con noi, o con i terroristi” – e rivelatesi in breve tempo due colossali sabbie mobili da cui è ormai impossibile uscire indenni.
Credo sia giusto ricordare tutto ciò, quando si parla di 11 settembre a dieci anni di distanza. La tragedia umana di migliaia di famiglie americane, cui deve andare tutta la nostra vicinanza e solidarietà. La spirale di odio e violenza innescata dagli attentati alle Torri Gemelle. La pietra tombale che quegli attentati, ma anche una certa politica estera internazionale che seguì, ha messo sul dialogo e sulla cooperazione tra i popoli. L’accentramento dei poteri nella persona del presidente degli Stati Uniti, un gesto emotivo concepito come una delle prime risposte al terrorismo internazionale, ma che ha finito col mostrare tutti i nervi scoperti della democrazia americana e generare una pericolosa deriva autoritaria. Autoritaria e mediatica, se si pensa al nuovo ruolo assegnato ai media globali da quell’evento.

Celebrare l’11 settembre, oggi, deve far convivere il ricordo di ciò che è accaduto ieri alla volontà di un cambiamento reale. L’odierna primavera dei popoli arabi può essere letta come un profondo segnale di stanchezza verso il fondamentalismo religioso e le forme autocratiche di potere. Da questo punto di vista, non potrebbe esserci occasione migliore per liberarci degli integralismi di casa nostra e avviare un dialogo improntato alla tolleranza e al rispetto reciproco tra popoli e nazioni. Solo da questa scelta potrà iniziare un vero riscatto collettivo, che renda giustizia alle vittime di dieci anni fa e alle vittime che la tragedia dell’11 settembre ha disseminato nel mondo, nei vari teatri di guerra e nei paesi tormentati dal terrorismo religioso e dalla miopia di chi continua a pensare “o con noi, o con il Male”. C’è una terza via, ed è quella che la società civile deve percorrere se vuole ritrovare il suo ruolo all’interno del disegno geopolitico globale: il rispetto.
Scegliendo una strada diversa finiremo con l’uccidere una seconda volta le migliaia di cittadini americani intrappolati nelle torri roventi, ma anche i soldati morti al fronte, in un paese che teoricamente nascondeva armi di distruzione di massa mai ritrovate e su cui si è mentito molto, oppure i civili mutilati dalle bombe a frammentazione, resi invalidi dal fosforo, o vittime di soprusi nelle carceri speciali.

Tutto questo è l’11 settembre. Non dobbiamo dimenticare nulla, e allo stesso tempo praticare l’antico esercizio della tolleranza. È l’unico modo che abbiamo per far sì che non si ripeta.

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2 commenti
  1. Angel 12/09/2011

    Sono d’accordo con tutto.
    Come ho scritto anche io, ciò che voglio ricordare e portare con me dell’undici settembre sono due immagini.
    La prima è quella dei “jumpers”, coloro che saltarono dalle torri in fiamme, sperando in una morte rapida. Quella è l’immagine della disperazione, della paura.
    E poi c’è un’altra storia che voglio ricordare. Voglio ricordare coloro che chiamarono i loro famigliari, a casa, per dir loro che li amavano. Questa è l’immagine più forte di tutte. Le ultime parole pronunciate consapevolmente da molte di quelle vittime furono parole d’amore. Non credo che ci sia niente di più forte di quello.

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  2. piero.babudro 12/09/2011

    “Le ultime parole pronunciate consapevolmente da molte di quelle vittime furono parole d’amore. Non credo che ci sia niente di più forte di quello”.

    D’accordissimo con te, è un pensiero molto bello il tuo. Grazie

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