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Mar

150 anni di Italia: 10 motivi per..

..per non festeggiare

1)   perché è fuorviante (se non arretrato) parlare di patria in un mondo sempre più globale e interconnesso;

2)   perché se ami il tuo paese lo onori ogni giorno, con il tuo lavoro, lo studio, il tuo senso civico, i rapporti interpersonali che costruisci, e non solo in occasioni prefissate, buone per fare passerella e far dire ai politici le solite ovvietà;

3)   perché la mia patria non è formata necessariamente da italiani. La mia patria sono gli uomini e le donne di buona volontà, a prescindere dalla loro nazionalità, dal loro credo e dalle loro origini. Gli altri mi sono stranieri;

4)   perché è una ricorrenza che alcuni stanno sfruttando per distoglierci dai problemi seri di questo nostro paese, che sta conoscendo una delle fasi più critiche della sua storia recente;

5)   perché la storia risorgimentale che mi hanno insegnato a scuola è piena di inesattezze, omissioni, vergognose bugie;

6)   perché in molte zone del paese in cui abito – penso al Sud Borbonico o alla Venezia Giulia – Risorgimento e Irredentismo hanno fatto rima con colonialismo culturale e politico;

7)   perché prima di tutto mi sento europeo, poi semmai italiano;

8)   perché il patriottismo in Italia è stato usato a fini politici. E io nella politica non mi riconosco;

9)   perché nella zona da cui provengo i governi italiani hanno sempre attuato politiche discutibili, al limite del discriminatorio, nei confronti delle minoranze linguistiche locali;

10)  perché non mi riconosco in uno Stato che, di fatto, laico non è.

 

… per festeggiare

1) perché questo paese, imprigionato in un pantano culturale e sociale senza precedenti, ha bisogno di una scossa;

2)   perché la nostra lingua è figlia di nomi come Dante, Petrarca, Boccaccio;

3)   perché siamo la culla dell’arte e della cultura europea;

4)   perché nella storia abbiamo saputo essere grandi. E proprio per quello che abbiamo dimostrato, abbiamo il dovere morale di tornare a essere grandi;

5)   perché ci meritiamo di più;

6)   perché milioni di nostri concittadini sono emigrati, lavorando umilmente e contribuendo alla ricchezza di paesi lontani. E nonostante tutto, quando pensano a noi, i loro nipoti lo fanno con una certa nostalgia e ammirazione;

7)   perché le nostre diversità regionali rappresentano innanzitutto una ricchezza culturale unica. Proprio per questo non devono fare da sponda a razzismi e padanismi di sorta;

8)   perché ognuno di noi, anche se non ha scelto la nazione di nascita, ha il diritto/dovere di migliorarla;

9)   perché in un momento in cui le divisioni si sprecano, occorre invece essere uniti, combattere il vecchio e far affermare il nuovo;

10) perché può essere la prova generale per tornare di nuovo orgogliosi di quello che siamo.

 

Commenti (Facebook)

3 commenti
  1. Giacomo Jim Montana 17/03/2011

    La scienza che conta di più è quella che ha un oggetto più nobile e perfetto, ma per avere tale classificazione essa deve puntare al raggiungimento comune.
    Il modello di politica che abbiamo oggi si può francamente ritenere parte di una scienza necessaria, feconda e duratura?
    Dov’è finito oggi lo spirito aggregativo umano che determina il rafforzamento e miglioramento dell’organizzazione del lavoro, della famiglia, del paese, della città, della nazione?
    Oggi abbiamo una politica colma di megalomanie, arrivismi, veleni, arroganze, baldanze, sarebbe questo il modello della moderna unità d’Italia da festeggiare insieme allo storico e nobile 150°anno dell’Unità d’Italia?
    Un saluto. Giacomo

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  2. Davvero un bell’articolo.. Io alla fine ho deciso di festeggiarlo.. 🙂

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  3. piero.babudro 21/03/2011

    In questi giorni ho ricevuto una bellissima sorpresa dall’Italia. In una libreria di Oporto, in bella mostra nel settore “Grandi classici della letteratura”, un’edizione tradotta di tutte le poesie di Giuseppe Ungaretti. Oporto, città che (confesso, non lo sapevo) è stata praticamente costruita da architetti italiani.
    Sempre in questi giorni, un concerto dei più importanti organisti al mondo: cinque, di cui tre italiani.

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