21
Mag

Vi è nel popolo…

C’è una storiella zen in cui un tipo si incazza con un bonzo che ha pagato profumatamente in cambio di un messaggio beneaugurante. Quando il tizio torna a casa, apre la pergamena e legge: “Muore il nonno, muore il padre, muore il figlio”. Il protagonista capisce solo alla fine che il messaggio è in effetti di buon auspicio, in quanto augura indirettamente il rispetto della legge di Natura.
Anche stavolta la legge di Natura è stata rispettata. Sei morta. Me l’hanno detto sabato mattina con un sms traballante. Tuttavia non riesco a non legare a questo pensiero un altro, molto più forte, che mi arriva sotto forma di immagini. È estate, siamo in montagna, io corro e salto, calzoncini corti e bretelle rosse. Divido le mie giornate tra le passeggiate, il lago, il nutrire un ragno immenso che ha pensato bene di sputare la tela in un interstizio sotto le scale che separano l’appartamento dei vicini dal nostro. C’è il tempo per qualche saltuaria visita a una specie di circo itinerante che, tra le altre cose, mette in bella mostra una pelle di boa lunga una decina di metri e un orribile rospo africano che pesa quattro chili. Il tuo sguardo – o almeno lo sguardo che mi viene in mente mentre ti penso – non è entusiasta: la visita all’orribilario pieno di rettili, insetti e porcherie varie non ti deve aver esaltato.
La mente corre. Tenerla a freno è un’impresa e, francamente, in questi giorni non sto facendo molto per rallentarla. Voglio vedere tutto. Perciò penso ai camion e agli autobus parcheggiati in Viale Cosulich, alle passeggiate lungo il Canale Valentinis e alla ricetta, degna della migliore mente diabolica di un seienne, per risolvere la gelosia nei confronti di mia cugina: gettarla con tutto il passeggino nelle acque torbide e lasciare che il destino segua il suo corso.
Hai scelto di non assecondarmi, forse perché sapevi che il mondo avrebbe perso l’opportunità di allevare un avvocato degno delle migliori speranze, ma soprattutto un portiere che non avrebbe sfigurato di fronte ai coetanei maschi. O forse, più semplicemente, sapevi che le telefonate della scorsa estate ci hanno fatto riscoprire percorsi simili, e allora ci sarebbe stato bisogno di sapere che, pur a chilometri di distanza, sentivamo le stesse cose.
La mente corre e proietta un mondo iconico fatto di torte alla ricotta, di pizze tutti assieme in Via Genova, di mani raggrinzite fino a sembrare la buccia del latte, di tinte, bigodini e della sirena che, poco prima delle otto, alle otto, all’una e alle cinque, scandisce da più di un secolo la vita degli operai.
Erano anni in cui ancora ci si guardava tutti in faccia, quando ancora i capelli lunghi, la barba, il lavoro e il giubbotto di Mauro suscitavano scalpore, forse invidia e di sicuro commenti incattiviti. Si parlava di quanto gli imprenditori fossero vessati dalle tasse – che discorso insulso per una cena in famiglia! – ma soprattutto si volgeva uno sguardo sconsolato alla frana che stava per investire il residuo senso di comunità.
Altri tempi, altre immagini. Se vuoi, altre sensibilità. Ed è sempre una sensibilità diversa, frutto del tuo essere ponte tra noi e i momenti più inarrivabili della nostra famiglia, quella che ti portava spesso a maledire Garibaldi o Sauro, oppure ricordarti di Angelo Cecchelin, un comico dei tuoi tempi che ha passato le pene dell’inferno per le sue sfuriate pubbliche contro il Duce e i suoi scherani.
Altre immagini mi arrivano e nella tua storia si dipana un atomo di Storia. I tuoi racconti sul soldato della Wehrmacht che, impietosito, ci regala animali e provviste, quando solo il giorno prima un suo commilitone, ubriaco, aveva decapitato ad anfibiate le oche. I cosacchi, i loro cavalli smisurati destinati a finire, orgogliosi, nel Danubio. La tua infanzia avvelenata dalla matrigna e dalla scelta di tuo padre di non sottoscrivere la tessera del Fascio. Il tuo essere emarginata a scuola proprio perché lui, per di più pubblicamente, aveva deciso di non allinearsi.
E poi gli anni di Milano. Un pezzo di boom economico cui tu e il nonno avete contribuito finché la salute e il destino ve l’hanno permesso, in una Sesto San Giovanni squassata dalle lotte operaie. La Stalingrado d’Italia, la piccola Manchester e voi sempre lì, abituati a guardare da vicino il primo albeggiare del baratro.
Arrivano altre istantanee; non credo riuscirò a descriverle tutte, ma quelle decisive, sì, ci sono. Sono passati 25 anni dalla sgambettata in montagna. Siamo al telefono e mi chiedi se in Viale Zara, quella strada enorme in mezzo ai campi, c’è ancora il Metro dove andavi a fare la spesa in bicicletta. C’è ancora, rispondo, ma nel frattempo il cemento ha inghiottito i campi e la possibilità di una pedalata, affastellando casermoni su casermoni, consolidando gli alveari umani di fronte ai quali non si può fare a meno di pensare a vite compresse dalla monotonia centellinata dei metri quadri.
Altre immagini. Abito a Rogoredo, provo a costruirmi una strada mia. Ti racconto dell’edicolante che ogni mercoledì mi fa i complimenti perché compro Il Riformista. “Un tempo era un grande giornale! Roba per socialisti veri, quelli duri e puri, altro che Craxi!”. Mi parla della sua gioventù, delle riunioni clandestine alla Breda, quando un anonimo cuoco apriva di nascosto la mensa e passava le notti a distribuire panini alla mortadella e birrette per sindacalisti e operai che, in plenaria, preparavano striscioni, volantini e cortei. Il giorno dopo mostro all’edicolante la vostra foto, copia di quella famosa che da anni sta sul caminetto. Ci siete voi due con il grembiule e i pantaloni a quadretti bianchi e neri. Non è ancora notte. Poco lontano, un tubo di aspirazione e una marmitta grande quanto una persona. È stato così che un altro tassello si è ricomposto; quando un perfetto sconosciuto, un edicolante di Rogoredo, ex sindacalista, ha scoperto che 30 anni prima i miei nonni emigranti preparavano i suoi panini, portando un minimo di umanità in quel regno di ferro, sbuffi, turni e trasferte.
Nel 2010 mi chiami per sapere se ci sono novità sui tre operatori di Emergency arrestati a Lashkar Gah, sud dell’Afghanistan. Stramaledici gli inglesi, responsabili del complotto che vuole screditare tutta l’organizzazione, poi mi chiedi di Gino Strada. “Ah, quell’uomo parla molto bene – gracchia la cornetta, – digli di farsi forza!”. Io ridacchio, trovando molto buffa la scena di una signorona anziana di un metro e ottanta o poco meno, bastone nella destra e vispi occhi azzurri, che consola un medico di guerra che, per scelta e per destino, ha visto famiglie intere smembrate dalla guerra. Solo oggi realizzo che la guerra l’hai vista pure tu, con il marito nascosto nei boschi per non essere portato a lavorare in Germania e, ai tempi, due figlie di due e un anno da crescere. Chi più di te può capire un medico di Emergency, uno che, sessant’anni dopo, decide di mettere una pezza alla stessa merda che hai visto tu?

Tendo a non trarre conclusioni affrettate. Proprio per questa mia inclinazione a vedere le cose per come sono, non credo che oggi ci siano lezioni da apprendere. Ad un certo punto c’è il black-out e tutto si spegne. Fine. Qualcosa resta nelle gambe e nel cuore di chi sopravvive e continua la sua sgambettata in mezzo allo scempio. Qualcosa tipo: parlate di me, sarò tra voi. Non c’è altro. Poi c’è l’inferno dei viventi di Calvino, ma questa è un’altra storia.
Credo solo che l’ultima tappa del tuo viaggio, di ogni viaggio, quella di cui nessuno dice nulla finché non si materializza sotto forma di acciacchi, e poi dolori, e poi infermità, sia un’ottima occasione per fermarmi a pensare al cammino delle generazioni e ai tuoi occhi azzurri e vispi, senza trattenere le parole e le immagini. Le cose che ci siamo detti, quelle che avremmo voluto dirci. Non ci sarà più il tempo per farlo, perciò le devo scrivere, altrimenti mi fanno la ruggine dentro. Non lo faccio per te, ormai affrancata dal quotidiano tritacarni, ma per me.
Non abito più a Rogoredo dal 2007. Pur tuttavia ogni tanto mi fermo alla solita edicola; non per comprare il giornale, ma per scambiare quattro chiacchiere con un ex sindacalista che, in qualche modo, appartiene alla storia della mia famiglia e, quindi, alle immagini che ho di te. Ora dovrei dirgli che da sabato scorso un pezzo di questa storia non c’è più e che, per forza di cose, sarò costretto a racchiuderlo nel racconto ingiusto, parziale, distorto, poco lucido e tutto sommato consolatorio che è la memoria. Che la legge di Natura è stata rispettata senza sconti. Dovrei dirgli, come vorrei dire a te ora, che non sono triste; mi sento vivo e protagonista di un percorso che vede le generazioni seguire altre generazioni, con tutto quello che ne deriva. Compresi i camion, gli autobus, i ragni e gli scioperi. Comprese le pizze, le torte e le parole mai pronunciate, il pudore che le ha impedite, le posizioni che non abbiamo saputo prendere. Compresa la pelle tremolante, la guerra, l’invasor. Comprese le mani che sanno consolare e imbandire la tavola. Le feste di compleanno tutte uguali e inesorabili; le assenze, gli aneddoti su Pirano e su Milano. Compreso il tuo motto, una litania destinata a sopravviverti: “meo do lire de mona in scarsela… ”, a indicare – secondo me, sbagliando – che il compromesso e il quieto vivere sono preferibili al dire senza filtri ciò che si pensa. Compresa la frase che mi ronza in testa dalle 10.40 di sabato 17 maggio 2014: “Vi è nel popolo un dolore muto e rassegnato, che si ritrae in sé e tace… “.

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