10
Mar

2.0: an inconvenient truth

In questo periodo sto prestando consulenza per un’azienda italiana operante sul web. Di più non posso dire per esplicita volontà del cliente, anche (immagino io) in conseguenza delle particolari dinamiche assunte dagli eventi negli ultimi mesi.

Cosa è successo? Diciamo che il progetto cui sto lavorando è conseguenza operativa più o meno diretta di altre iniziative, a suo tempo affidate a uno dei grandi nomi della blogosfera italiana. Una persona che interviene in conferenze, seminari e dibattiti. Una persona che spesso i miei colleghi giornalisti fanno a gara per intervistare per parlare di blog, social media e affini. Una persona che secondo me non ha mai detto nulla di interessante, ma pazienza quello che penso io… Una persona che ho sentito spesso nominare a denti stretti da direttori marketing e responsabili aziendali perché avrebbe piantato qua e là discreti casini, quando le hanno dato modo di mettere mano a progetti ‘social’ ben pagati e dagli scarsi risultati. cioccolata.jpg
Tutti a descrivermi lo stesso modello di comportamento: grandi proclami, paroloni buoni per infarinare un discorso con termini stranieri, un codazzo di ammiratori, un atteggiamento di sufficienza del tipo “Io ho capito il mondo, voi no” e poi… E poi progetti stitici che stentano a decollare, alla faccia dei paroloni e dei fatturoni staccati da questa persona, risultati mediocri, aziende che rimangono scottate e (comprensibilmente) incazzate.
Ora, capita a tutti di sbagliare, nessuno escluso. Il fatto è che quella di oggi sarà la quarta-quinta volta che mi viene nominata questa persona. E allora non può essere un caso, e nemmeno sfiga.
Dirò di più. E’ una piccola, ma scomoda verità.

Le cause? Senza la pretesa di essere esaustivo, ritengo che queste situazioni siano il mix di tre fattori:
1 – L’azienda-cliente sbaglia per poca perizia e si affida a chi vede dipinto dai media come esperto della Rete e della Conversazione Online;
2 – Ciò accade probabilmente perché negli anni i media nazionali hanno dato spazio alle voci dei soliti, senza capire che la logica del “portavoce implicito” con il web partecipativo c’entra poco. E invece, tutti a riportare le considerazioni dei soliti tre-quattro “esperti”, avvalorando quello che oggi appare come un problema non solo di rappresentanza ma anche di qualità del comparto nel suo complesso;
3 – Nonostante la pretesa di maggiore trasparenza e orizzontalità, alcune dinamiche che oserei definire di settore (mi riferisco ai soliti giri 2.0, divenuti negli ultimi anni iperprotettivi e, verrebbe da dire, talvolta corporativi) hanno di fatto consentito ad alcuni sedicenti esperti improvvisati di mantenersi in piedi nonostante una bella fila di pacchi rifilati qua e là al cliente di turno.

Dimentico qualcosa? E non intendo il classico “siamo il paese dei furbetti” con il quale questo ragionamento poteva interrompersi circa venti righe fa. 🙂

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
2 commenti
  1. Fabio 16/03/2010

    Piero,
    ritrovo nel tuo post concetti sui quali anch’io rifletto.
    Ogni tanto mi sembra che il Web sia terreno per crearsi reputazioni non sempre coincidenti con la vita reale ed i risultati effettivamente conseguiti nella propria vita professionale. Mi piace l’apertura massima che la Rete offre. Ed è giusto che ognuno cerchi di posizionarsi al meglio. Poi, come sempre, sono convinto che il Mercato si auto-regoli. E le Aziende che ti chiedono una consulenza ne sono un esempio.
    Ciao, Fabio

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    • piero.babudro 17/03/2010

      Ciao Fabio, grazie del commento innanzitutto. Anch’io penso che il concetto di ‘personal branding’ abbia dimostrato tutti i suoi limiti. Che sono essenzialmente la possibilità di costruirsi un’immagine al di là degli effettivi meriti personali e professionali. Ed è grave, secondo me, un certo clima (passami il termine) ‘omertoso’, perché certi “professionisti tra virgolette” alla fine rappresentano un danno per tutti. Come avrai capito, non sono convinto che il mercato abbia la capacità di autoregolamentarsi da questo punto di vista. Non del tutto, almeno.

      Rispondi

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