Usa: nuove regole per il giornalismo
Hr985. Una sigla anonima, in qualche modo insignificante. Da cui però potrebbe dipendere buona parte del futuro del giornalismo americano. Il mondo dell’informazione statunitense, lo sappiamo bene, è sull’orlo di una crisi di nervi. Crisi economica, credit crunch, fallimento (ammettiamolo, una buona volta) del monopolio del racconto della realtà, sostanziale crisi di sistema e dei modelli di business, affermarsi di nuovi canali di informazione: gli editori non sanno a che Santo votarsi e le stanno provando tutte per garantirsi non tanto la stabilità, quanto l’immediata sopravvivenza.
Le cose però stanno cambiando anche da un punto di vista legislativo. Hr985 è il nome di una proposta di legge, al momento in fase di discussione da parte di Camera e Senato, che mira a individuare i soggetti professionali che possono appellarsi al Primo Emendamento e alla cosiddetta “Shield Law”. Una legge, questa, che sancisce diritti e doveri dei reporter in merito al loro segreto professionale e il conseguente rifiuto di rivelare le loro fonti confidenziali. Ciò vale anche se citati in giudizio da una parte lesa, il tribunale invia loro un mandato di comparizione o, genericamente, devono riferire in qualità di persone informate dei fatti.
Ebbene, chi può qualificarsi come giornalista? Nessuno lo sa bene. 36 Stati più il District of Columbia hanno approvato negli anni altrettanti statuti che definiscono la figura professionale del reporter: solo che usano criteri e standard diversi. Alcuni, addirittura, non riconoscono la figura del giornalista online. Come a dire che, in alcuni Stati, nomi tipo l’Huffington Post non sarebbero nemmeno autorizzati a chiedere gli accrediti stampa per le conferenze, né – ovviamente – a diffondere news e approfondimenti.
Da qui la necessità di aggiornare la normativa nazionale, definendo una volta per tutte status, diritti e doveri del giornalista. E qui viene il bello. Secondo i nuovi criteri introdotti dalla Hr985 alcuni blogger professionisti (leggi: sponsorizzati dalle aziende) sarebbero tutelati dalla “Shield Law” per il fatto di percepire un reddito, alto o basso che sia non importa. Per contro, la stragrande maggioranza del ‘citizen journalism’ rimarrebbe tagliata fuori, assieme a tutti i blogger indipendenti che oggi producono informazione di qualità. Gratis.
Nielsen a testa bassa contro Twitter
In un post pubblicato sul blog dell’istituto di ricerca, il vicepresidente David Martin ha fatto le pulci al servizio di microblogging, nato tre anni fa a San Francisco e basato su un sistema di mini-messaggi da 140 caratteri inviati via computer o terminale mobile.
Martin ha riconosciuto la crescita esponenziale di Twitter. Specie negli ultimi mesi, da quando cioè diverse celebrità hanno deciso di aprire un account, diventando in qualche modo testimonial del servizio. Ciò ha fatto si che l’audience unica nel mese di marzo sia cresciuta di oltre il 100%.
Per dire, nonostante manchino dati precisi sul numero di iscritti, la stessa Nielsen ha rilevato che il sito twitter.com ha segnato più di 7 milioni di visite nel mese di febbraio: nello stesso periodo del 2008 erano circa 475 mila. Eppure, secondo Martin, questo non basta a giustificare facili entusiasmi. La grossa sfida, casomai, è trovare il modo per diminuire il turn over.
Più del 60% degli utenti, infatti, smette di usare la piattaforma a solo un mese dall’iscrizione.

Quindi, su dieci persone che si registrano, dopo i primi 30 giorni solo quattro risultano attive. Un po’ poco: secondo Nielsen una retention del 40% si traduce in una reach media che non supera il 10% nel lungo periodo. Da qui un commento secco, che sa un po’ di presagio: sta iniziando una spirale involutiva sulla base della quale, a un certo punto (e, ovviamente, in assenza di contromosse) il numero di nuovi iscritti non sarà sufficiente a controbilanciare le fuoriuscite.
Sempre nello stesso post, David Martin si spinge oltre, paragonando il tasso di loyalty di Twitter, Facebook e MySpace. Scoprendo l’ovvio. Ossia che Twitter sta pagando soprattutto l’incertezza dei primi tempi, una certa confusione sugli utilizzi possibili, l’assenza di un modello di business che – a fronte di un’intuizione geniale (il famoso eterno presente del “What are you doing?”) – ha fatto sollevare non pochi interrogativi.
Una precisazione, a onor del vero. Il confronto con Facebook e MySpace risulta fuorviante. Ok, sono tre piattaforme che più di tutte hanno inciso su forma, assetto e fama del 2.0. Sono anche molto diverse tra loro, implicano codici comunicativi diversi, regole di socializzazione profondamente differenti. Peraltro, si rivolgono a pubblici differenti, con esigenze, aspettative e un grado di confidenza con il web partecipativo del tutto diverso. In questo senso, mischiare tutto in un unico calderone, rischia di fare confusione invece che chiarezza.

Benvenuto Tiziano!
Tiziano Tassi ha accettato la mia proposta di condividere pensieri e opinioni su SegnaleZero. Lui è presidente di Oikosmos, associazione degli studenti di Economia dell’Università di Parma, nonchè curatore del progetto Luciatv, primo caso di canale web-tv autorizzato da un Ateneo eppure gestito completamente dal basso e in maniera autonoma dagli studenti. Uno che ha un sacco di buone idee, insomma… :) Benvenuto!
Twitter e CRM: sogno o realtà? (Parte 1 di 3)
Twitter è un servizio di social networking e microblogging attivo da circa 3 anni.
In questi ultimi tempi se ne sta parlando davvero tanto, per l’esplosione degli utenti (vedi poco più sotto), per eventi che hanno riscosso una certa rilevanza nel mondo del marketing e del business, per le opportunità che offre al CRM o per fatti di cronaca passati e recenti.

Parlo del caso Domino’s Pizza, scatenato da un video postate su YouTube che ha danneggiato per milioni di dollari la società americana leader nel settore della vendita di pizza e alimenti d’asporto e la pronta reazione del concorrente, Pizza Hut, tesa a sfruttare l’attenzione mediatica posta intorno alla vicenda.
Il Customer Relationship Management (o CRM) è l’attività tramite la quale l’impresa semina e coltiva un rapporto duraturo con il proprio cliente, aumentandone la fedeltà, e di conseguenza la redditività nel lungo periodo. E’ infatti più facile (e meno costoso per l’impresa) coltivare la fedeltà dei propri clienti del dover attirarne di nuovi, sottraendoli ai concorrenti, con strumenti più costosi.
I punti interrogativi tra Twitter e CRM
Twitter può essere davvero lo strumento “perfetto” per fare CRM nel mondo del web?
Io credo che vi sia necessità di avere almeno tre condizioni rilevanti:
- Una larga base di utenti fruitori del servizio
- Un approccio aziendale aperto e trasparente
- Un software adatto al CRM via Twitter interfacciato con il gestionale dell’impresa
Svisceriamo più a fondo le tre questioni.
1. Una larga base di utenti
Secondo uno studio ComScore, gli utenti Twitter hanno compiuto un’accelerazione improvvisa con il 2009. Questo sembra dovuto al fatto che molte star americane abbiamo cominciato ad utilizzare Twitter per curare la propria immagine personalmente (chi più, chi meno). Un esempio è Shaquille O’neal che ha creato personalmente il proprio account e ne cura gli aggiornamenti (dateci un occhiata), mentre un altro è Oprah Winfrey, considerata la donna nera più potente d’america. E potremmo continuare.
Focalizzandoci sui dati, balza lampante l’aumento improvviso dei visitatori che raddoppiano nel giro di 2-3 mesi da circa 5 milioni a 10. C’è chi sostiene che si arriverà a 30 nell’estate.
Tuttavia queste sono cifre che riguardano il mondo. Quanti sono, quindi, gli utenti italiani di Twitter?
Se esattamente un anno fa si stimavano in circa 2.800 iscritti. Due mesi fa un articolo su Wired.it stimava un numero compreso tra 5 e 10 mila (intorno agli 8.000, per la precisione). Naturalmente i numeri possono essere cambiati, ma ora come ora, in Italia, non c’è probabilmente una base di utenti abbastanza larga per fare CRM via Twitter (almeno non per le PMI). Importante è invece aprire un account e cominciare a prendere parte alla Conversazione, magari segnalando in modo chiaro il link al servizio di assistenza o risoluzione problemi in caso di segnalazioni da parte degli utenti-clienti, e comunicando le proprie novità in maniera informale.
Un altro motivo che invece potrebbe indurre un’azienda ad aprire un account (per iniziare a “tastare” il terreno) potrebbe essere quello del posizionamento della pagina Twitter su Google. Viene posta, infatti, tra le prime posizioni nella SERP (e la mossa successiva a questa è creare una pagina pubblica su Facebook, che gode dello stesso vantaggio) di Google.
La conclusione del ragionamento è questa: per ora il CRM avanzato via Twitter è troppo impegnativo e non ha una base di utenti tale da renderlo necessario (in Italia), ma è importante esserci per seguire lo sviluppo del servizio e avere un rapporto diretto con l’utenza.
Banalmente, il mouth to mouth è amplificato dalle possibilità offerte alla comunicazione da internet. Se prima un’azienda (o un brand) poteva entrare nella conversazione tra me e il mio amico Paolo solo con la pubblicità, ma senza nessuna possibilità di sentire cosa dicessimo, oggi può non solo sentire, ma anche influire e intervenire.
La cosa più stupefacente per l’impresa, forse, è che io e Paolo ci aspettiamo che quella risposta ci venga data.
NB Nei prossimi post approfondirò le condizioni 2 e 3.
Fede, uno di noi!
Come hai visto, è stato appena pubblicato il primo post di Federico Mancin, uno degli amici che mi aiuterà a portare avanti il progetto SegnaleZero. Ci siamo conosciuti lavorando assieme a un progetto per conto di Mediastar Editore, dove Federico è assistente editoriale.
Poi, mesi dopo, mentre stavo progettando di portare SegnaleZero dalla piattaforma Tiscali su una più comoda installazione Wordpress, ho pensato di chiedergli una mano. L’idea è fare di questo spazio un laboratorio permanente dove raccogliere e produrre, collettivamente, spunti e idee. Benvenuto!
Il boom di video online e social network
Un ricco rapporto Nielsen si sofferma sulle caratteristiche del nuovo web.
La rivoluzione imposta da YouTube non è certo una novità, ma i numeri che ne testimoniano l’utilizzo lasciano a bocca aperta. Il tempo di navigazione dedicato alla visualizzazione di video è aumentato del 2000% dal 2003 ad oggi, con il 71% di utenze in più. Nel quotidiano della vita online inoltre, protagonisti affermati sono ormai i social network e anche in questo caso i numeri parlano chiaro: si è verificato infatti un incremento dell’87 % degli iscritti ai social network dal 2003. L’effetto che questi nuovi strumenti hanno avuto sulla vita quotidiana di ognuno ha comportato parallelamente una crescita dell’Internet mobile (nonostante io creda personalmente che ancora il costo per una connessione mobile siano piuttosto alti). Questo significa che il lato online degli utenti possa prevalere su quello offline? Forse è presto per dirlo, però le premesse ci sono tutte se l’esigenza di monitorare il proprio profilo porta alcuni di noi a connettersi 24 ore su 24. Tutte le fasce d’età sembrano essere state colpite da questa nuova necessità, con una sorpresa che indica un aumento importante delle utenze in età compresa fra i 34 e i 49 anni. Queste le conseguenze verificatesi “dal basso”.
Per quanto riguarda invece i piani alti del web a livello internazionale, è ormai risaputo il sorpasso importante che Facebook ha operato ai danni di colossi come MySpace. A farne le spese recentemente è stato DeWolfe, co-fondatore di MySpace, in evidenti difficoltà nel fronteggiare il suo primo competitor Facebook. Chi ne ha preso il posto? Proprio colui che era stato Chief Revenue Officer di Facebook, Owen Van Natta, che sarà dunque il nuovo CEO dell’azienda.
Si vende di più con i social media?
Bella domanda. Sempre più spesso mi capita di parlare con aziende e interlocutori professionali (agenzie Pr, web agency ecc) molto interessati a quanto accade a livello di ecosistema 2.0. C’è molta curiosità da parte loro, questo è sicuro. Tuttavia, prima o poi capita di sentirsi fare domande tipo: “Quanto venderemo di più?”.
Viene da rispondere: “Probabilmente anche niente!”. Non è questione di supponenza, ma in un periodo come questo bisogna star contenti se un intervento mirato sulle diverse piattaforme web ci consente di mantenere inalterato il livello di vendite preesistente e la propria reputazione online.
Il discorso secondo me è più articolato: c’è una conversazione in atto, globale e a tutti i livelli della società. E’ nata, sta crescendo e continuerà a svilupparsi a prescindere dalla tua partecipazione. E parleranno anche di te, della tua azienda, dei tuoi prodotti o servizi, di come ti comporti e di che livello (e qualità) di interazione hai con i tuoi clienti, fornitori, partner, stakeholder in genere. Disintermediando e bypassando tutti i canali e i linguaggi (mass media, advertising) che di solito hanno detenuto l’esclusiva di questo racconto sociale.
Bene, molto meglio attrezzarsi, ascoltare, ascoltare di nuovo (non si sa mai! meglio farlo due volte) e scendere nell’arena. Magari dimenticandosi completamente di ogni approccio di tipo massmediatico, dove – seppure in presenza di un messaggio interattivo – è prevista la presenza di un palco e di una platea.
A metterla giù così, si rischia sempre di fare la figura dell’intransigente, anche se secondo me si dicono cose profondamente vere. Molto meglio partire ’soft’, consigliando (come ho fatto più volte) fonti che ritengo autorevoli, e che spiegano in modo chiaro vantaggi e valore aggiunto del matrimonio tra marketing, aziende e media sociali.
Mercoledì sera, ad esempio, ho seguito con molto interesse questo seminario gratuito online organizzato da Hubspot. A questo indirizzo è possibile chiedere una copia del materiale divulgato nell’occasione.
Blog + Spot&Web
SegnaleZero.com è un work in progress. Poco ma sicuro. E non ci sarò solo io a scrivere. Sto raccogliendo adesioni tra amici e colleghi. Molto semplice: se hanno piacere a collaborare a quello che – secondo il mio intento – è un raccoglitore di appunti, qualcosa più di un tumblelog, ma sostanzialmente diverso da un blog che se la tira, allora sono i benvenuti.
Il post del giovedì verrà ripubblicato anche da Spot and Web, free press dedicato al mondo della comunicazione, per cui già collaborano firme come Igor Righetti o Francesco Pira. Insomma, si prova, si sperimenta.
Oltre agli amici che mi affiancheranno nell’avventura, sto preparando una lista di guest-blogger a cui vorrei chiedere un contributo. Voglio ripartire dopo la bella esperienza su Tiscali, assieme a Leo Sorge e altri. Sono stato fermo da gennaio a oggi, cercando di ragionare sull’uso che voglio fare di un blog, ora che le conversazioni paiono essersi spostate sul campo del lifestreaming. Credo di aver trovato una formula. Le conferme, se ci saranno, arriveranno strada facendo.
La Milano di Yahoo!
Milano non è solo smog, fretta e diffidenza. Almeno così la pensa Yahoo! Italia, che ieri ha lanciato l’iniziativa “Aiutaci a trovare la Milano con un punto esclamativo!“. Un invito rivolto ai milanesi, specie quelli (pochi o tanti?) che usano il servizio di bike sharing del comune. L’idea è semplice: fotografare un particolare della città, qualcosa che si ritiene bello o meritevole di essere condiviso, e caricarlo su un gruppo Flickr dedicato.
L’iniziativa non arriva – ovviamente – in un momento a caso. Ieri c’è stata la “Giornata della Terra 2009″.
Suggerimento non richiesto: raccogliete le foto migliori in un libro (magari realizzato con Blurb), collegandolo a un piccolo reportage sulla città, aggiungendo interventi di opinion leader ed esperti di temi ambientali, ma anche la voce dei cittadini milanesi. I proventi delle vendite poi li potete devolvere a qualche associazione ecologista.
Arriva il questionario a misura di blogger
Poi non ci venite a dire che mancano creatività e attenzione. In questi giorni, circola in Rete – tramite passaparola digitale – un’iniziativa sicuramente interessante. La chiamano ‘blogger survey’ ed è il tentativo fatto da Text100, agenzia di pubbliche relazioni, di monitorare gli umori del 2.0 italiano.
In che modo? Tramite un questionario online, cui si può accedere tramite username e password forniti dall’agenzia, riguardante il rapporto ideale tra specialisti delle Pr digitali, curatori di blog e altri soggetti che animano, con la loro presenza e le loro riflessioni, le piattaforme ‘social’ più seguite del momento.
Banalizzando il tutto, si vuole capire che aria tira, come ingaggiare i blogger, su quali mezzi e quale tipologia di contenuti condividere. E, soprattutto, saperne di più su caratteristiche e modalità della relazione da instaurare con chi, nei fatti, è un’opinionista a tutti gli effetti.
Anzi, di più. Gli A-List blogger, di solito, vengono chiamati a testare prodotti, presenziare a eventi pubblici, fare da moderatori, all’interno di una cornice che unisce le Pr alla pura concessione del benefit. Pratica questa che esperti e specialisti di ‘buzz’ conoscono molto bene e utilizzano per generare a meccanismi di marketing virale.
In circa quindici domande, Text100 da vita a una doppia operazione: da un lato compie il gesto, senza dubbio lodevole, di ‘sporcarsi le mani’ e scendere nell’arena della conversazione online. Dall’altro prova a prendere le misure di questo terreno di incontro, tutto sommato nuovo, in modo da capirne a fondo le logiche, i principi, le aspettative e le dinamiche.
Text100 non è l’unica ad aver intrapreso la strada del web partecipativo. Sempre per restare in Italia, pensiamo a Edelman (“Agency of the Year” secondo il settimanale Pr Week), attivissima sul fronte dell’interazione anche grazie al proprio blog istituzionale. O a Business Press, che da tempo si avvale di una Smart Room per la diffusione online di note, comunicati stampa, materiale grafico, aperta – come da dogma del 2.0 – ai feedback di giornalisti online, blogger e professionisti.
C’è molta attenzione, insomma, per le dinamiche di dialogo in Rete. E molta sana prudenza.
Non parliamo solo dell’aspetto professionale, ma anche di quello etico-strategico. Perché spesso la troppa confidenza nei propri mezzi porta a dei blackout concettuali. Negli Stati Uniti, lo scorso mese Forrester Research ha reso noto uno studio di mercato in cui sostiene che, tutto sommato, concedere dei benefit espliciti a blogger e opinion leader digitali è un’attività fruttuosa: anche se ciò vuol dire spingersi a pagarli per ‘postare’ dei contenuti relativi ad aziende, prodotti o servizi.
Più visibilità uguale migliori performance di mercato, insomma. E più spazio all’interno del grande circo conversazionale vuol dire migliori ritorni, di immagine e sugli investimenti.
Le reazioni alle affermazioni di Forrester – a ben vedere un po’ ‘facilone’ – sono state le più disparate. Riassumendo, si potrebbero dividere in tre categorie. La prima sostiene che il blog è un bene privato e quindi gestito secondo la sensibilità del proprietario. La seconda si è detta possibilista: se la relazione commerciale è esplicita allora è tutto ok. Qualcosa di simile a una clausola di esonero responsabilità, dove il blogger afferma di essere pagato, da chi e che tipo di servizio gli viene chiesto in cambio. La terza si è detta contraria e ha auspicato che la blogosfera non diventi terreno di conquista (almeno non in questo modo spudorato) per i marketing manager d’oltreoceano.
Nel nostro paese, se queste pratiche diventassero consuetudine – come in parte sta già accadendo –si profilerebbe uno scenario a dir poco esplosivo. Il mercato sta cambiando molto in fretta e i confini tra figure professionali si fanno sempre più incerti. Essere blogger è diventato un lavoro a tempo pieno, spesso accompagnato a una o più collaborazioni giornalistiche o al ruolo di consulente. C’è chi interpreta questo ruolo in modo ineccepibile, e chi invece lo fa all’italiana, ben lontano da qualsiasi norma etica.
Insomma, il terreno è fertile e il rischio è quello di sempre: dar vita al solito groviglio di ingerenze e giochi di potere, stavolta in salsa 2.0. Ecco perché vale la pena, oggi che siamo ancora in tempo, prendere le misure e capire cosa bolle in questa nuova prateria digitale: per evitare che diventi il solito Far West.




