Text 100 Global Blogger Survey

June 26, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Work, web 2.0 

Un’indagine condotta su 449 blogger in 21 paesi del mondo, a cura di Text100, agenzia globale di consulenza nelle Pubbliche Relazioni. Ho avuto modo di seguire i primi passi della ricerca, almeno per quanto riguarda l’Italia, e inoltre ho partecipato al questionario di Text100, suggerendo all’agenzia i nomi di altri blogger potenzialmente interessati alla cosa.

Di seguito incollo alcuni passaggi interessanti, fermo restando che l’intero report è contenuto in queste slide

 

Contatti con i professionisti PR

Oltre il 90% dei blogger dichiara di apprezzare il contatto con i professionisti di PR.

La maggior parte dei blogger indica che già sussiste una relazione continuativa con le PR; negli USA oltre il 96% viene contattato più di una volta alla settimana (il 36% in Asia Pacifico – il 65% in Europa).

La posta elettronica è la forma di comunicazione preferita, in ogni parte del mondo e a ogni latitudine; SMS e Instant Messaging sono invece universalmente le forme più “detestate”.

Circa la metà dei blogger in Asia Pacifico ed Europa indica la forma di contatto preferita sul proprio blog e – in seguito a questa indagine – molti hanno dichiarato di voler aggiungere questa indicazione sul proprio sito personale. L’88% dei blogger in Asia Pacifico preferisce un primo contatto introduttivo prima di cominciare a ricevere informazioni dai responsabili PR interni o esterni alle aziende; molti indicano di desiderare anche un incontro vis-à-vis.

I blogger sono tutti concordi nel richiedere contenuti diversi e differenziati, specialmente se legati a sviluppo e nuove release di prodotto, recensioni, feedback sui contenuti del proprio blog e interviste con i manager delle aziende.

Contenuti ricevuti dai professionisti PR

Le forme di contenuto fornite con maggiore frequenza sono fotografie, seguite da grafici, tabelle e video streaming.

Due terzi dei blogger in Asia Pacifico ed Europa intendono usare sempre più contenuti ed elementi individuati all’interno di SMR (Social Media Release) nei prossimi 12 mesi.

Abitudini di blogging

I blogger statunitensi sono quelli che investono più tempo nel blogging, il 63% ad esempio vi dedica oltre 9 ore a settimana; mentre in Asia Pacifico ed Europa sono meno (rispettivamente 36% e 44%) quelli che investono così tanto tempo

Il cosiddetto microblogging (e.g. Twitter) è utilizzato dal 75% di tutti i blogger, e quelli residenti in Asia Pacifico ed Europa ritengono di poter ‘postare’ sul loro blog con maggiore frequenza proprio grazie al microblogging.

Chiudono le cinque lezioni chiave per le Pr 2.0:

Le Aziende riconoscono sempre di più il potere di influenza dei bloggerIl sempre crescente numero di contatti fa ritenere che la blogosfera stia diventando un canale di comunicazione in sé e che le aziende riconoscano il valore di influenza dei blogger su alcune audience chiave.

I comunicati stampa aziendali sono “out”- I blogger dichiarano che utilizzeranno invece i Social Media Release sempre di più, nei prossimi mesi.

I “RSS feeds” sono una fonte di informazione chiave per i blogger, seconda solo agli altri blogger – Se le società non rendono disponibili le proprie informazioni via RSS feed, rinunciano a un mezzo fondamentale di informazione per i blogger, che ormai è giudicato molto affidabile. I blogger e i siti web aziendali sono considerati, ormai quasi da tutti, fonti di informazioni più credibili del microblogging, dei giornali, dei siti di social bookmarking e della TV, ma anche dei periodici in Europa e Asia Pacifico).

La maggioranza dei blogger sono ancora “part-time” e bisogna tenerne conto nel delineare le strategie di comunicazione – Fuori degli Stati Uniti, la maggioranza dei blogger intervistati scrive sui propri “diari personali” per meno di 9 ore la settimana.

La maggioranza dei blogger è pronta a rendere evidente quando un proprio post è stato promosso e sostenuto da un’azienda – Mentre oltre l’80% dei blogger – a ogni latitudine – afferma che renderebbe noto il sostegno aziendale ad un proprio post, i blogger residenti nei paesi asiatici in particolare tendono a essere meno disponibili a riconoscere la sponsorship aziendale.

Iran, i media, il web. E noi …

June 25, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale, web 2.0 

Mi ero ripromesso di non affrontare l’argomento. Volevo aspettare ulteriori sviluppi, in modo da ragionare a mente fredda su quanto sta accadendo. Inoltre, c’era da parte mia la volontà di non salire sul carrozzone di chi, ben protetto tra le mura del mondo occidentale, da giorni loda oltre ogni ragionevole dubbio i social media e Twitter per l’apporto (insostituibile e rivoluzionario) svolto durante le tragiche giornate di Teheran. Di fronte a questo versare fiumi di inchiostro telematico ho preferito starmene zitto.

Bisogna notare la presenza di uno scarto nella narrazione. Il baricentro della notizia è stato spostato, passando in soluzione di continuità dal racconto delle vicende alla riflessione sulla rappresentazione fornita dai nuovi media delle vicende stesse.

Non so se mi spiego, ma oggi è fondamentale non tanto capire che figata sia Twitter, ma come poter intervenire a supporto della popolazione iraniana, far sentire il nostro dissenso e il nostro orrore di fronte a vicende da cui siamo separati solo da qualche migliaio di chilometri, ma che ci toccano da vicino come se si svolgessero sotto casa nostra. 061001_iran_flag

Negli Stati Uniti utilizzano Twitter per organizzare sit-in e meeting pacifici di protesta (in queste ore ho letto di un incontro a Houston, non so se poi è andato in porto), noi invece stiamo qui ad arrovellarci su teorie comunicative che analizzano i social media, con un atteggiamento ambiguo, oscillante tra il chiacchiericcio salottiero e lo sciacallaggio.

Mi ha colpito molto il ruolo di parte del giornalismo italiano, caduto nella trappola di attribuire al 2.0 poteri che non ha (almeno non direttamente, non possiede quello di organizzare rivoluzioni), arrabattandosi per dire qualcosa di sensato dopo che per anni – e nella migliore delle ipotesi – ha considerato i media partecipativi come roba da serie B. Ricordo ancora un mio ex caporedattore che utilizzava la parola ’sfigati’ come sinonimo di ‘blogger’, e non illudiamoci che in altre redazioni l’aria che tira sia diversa.

Solo che qualcosa è cambiato. L’apparato dei media ha perduto completamente il monopolio del racconto della realtà e della formazione dell’opinione pubblica. Un processo iniziato quando ha cominciato a disinteressarsi, da un lato, al mondo da raccontare e, dall’altro, a coltivare un rapporto di reciproca fiducia con il lettore. La crisi è strutturale, ed è così profonda che bastano i micromessaggi da 140 caratteri di Twitter per mandare in tilt tutta l’architettura industriale e comunicativa dei media. Che ora sente l’acqua alla gola e quindi parte, baionetta alla mano, a riprendere le fila di un discorso interrotto, forse irrimediabilmente.

Ben venga qualsiasi rivoluzione, quella di Teheran come quella dei social media. Ma se volgo lo sguardo al mondo dei mezzi di comunicazione di massa, e per un momento cerco di dimenticarmi quanto invece accade in Iran, la mia preoccupazione è un’altra: io non credo che per il giornalismo odierno il problema sia capire come far pagare le news o limitarsi a lodare la ‘rivoluzione 2.0′ senza capire che questa prelude a un’era post-mediatica la quale, piaccia o no, vedrà uno dei guardiani più importanti della democrazia ridimensionarsi di molto. luxeed_keyboard_black

La sfida, piuttosto, è capire in quali luoghi – e attraverso quali circuiti ‘virtuali’ – nasce e si sviluppa oggi l’opinione pubblica multimediale internazionale. E capire come i nuovi media partecipativi possono essere utili nella difesa dei valori democratici, in Iran come a casa nostra.

Il che obbliga a un continuo lavoro di approfondimento sui temi di attualità, e non lo sterile sensazionalismo populista che in questi giorni sta mischiando informazioni pertinenti e rumore di fondo, con i media tradizionali a tessere le lodi della nuova religione del web e a celebrare inconsciamente la propria agonia.

Quanto a noi, iniziamo a utilizzare sul serio il web per cambiare le cose. Partiamo da questo link e inventiamoci qualcosa di civile e assolutamente pacifico, eppure non per questo meno carico di rabbia e sdegno. Cartoline di protesta? Può essere un’idea!

http://www.paginegialle.it/pgol/4-ambasciata%20iran/3-roma

… E tornare a viaggiare

June 18, 2009 by piero.babudro · 1 Comment
Filed under: marketing, web 2.0 

SegnaleZero è uno spazio aperto ad amici e professionisti che stimo. Oggi ho il piacere di ospitare Fabio Lazzerini, Amministratore delegato di Amadeus e autore di Tourismcafe, blog dedicato a turismo e nuove tecnologie. head tourismcafe

La tempistica di questo suo post è quanto mai perfetta: proprio stamattina ho avuto modo di seguire il suo intervento alla conferenza  “Estate 2009: chi parte e chi resta”, durante la quale sono stati presentati i dati dell’Osservatorio Integrato del Turismo di Amadeus.

***

Buongiorno a tutti!

Ringrazio Piero per questo giro-poltrone tra blogger e soprattutto per l’opportunità di condividere le mie riflessioni da un canale diverso, a un’audience diversa!

Come sempre parlerò di viaggi, settore che vivo da un punto di vista assolutamente privilegiato. L’occasione è offerta dalla conferenza stampa da poco terminata, cui ho partecipato in veste ufficiale invitato da Yahoo! Italia.

Tema: Tendenze estive dell’anno. Estate 2009: chi parte e chi resta.

Molti gli spunti di riflessione, grazie ai risultati di 2 survey di mercato: l’Osservatorio Amadeus Italia sulle imminenti vacanze estive, unito alla ricerca condotta a livello europeo da Yahoo! Travel.

Parliamo pur sempre di un fenomeno che – nonostante la crisi – anche nell’anno in corso interessa 32,4 milioni di connazionali, di cui la maggior parte (64%) dichiara di scegliere una meta – meglio se di mare – entro i confini.

Vorrei portare la vostra attenzione su una realtà importante: l’aumento di quello che in Amadeus abbiamo battezzato meta multi search. L’utente, prima di finalizzare una prenotazione, consulta sulla stessa destinazione almeno 3 agenzie di viaggio tradizionali e 3 OLTA.

L’ovvia necessità è di stimare la proposta più conveniente.

Adesso uniamo questo dato ai risultati secondo me principali tra i tanti stilati da Yahoo!:

1) La fiducia nel brand è il fattore più importante nella scelta di un sito web di viaggi.

2) La ricerca di offerte speciali (54%) e il confronto dei prezzi (44%) sono le attività più svolte sui portali di viaggi di riferimento

3) Passaparola tra amici, social network e user generated guide sono i punti di riferimento preferiti per prendere decisioni in merito a viaggi & vacanze.

Ci troviamo di fronte, quindi, ad un consumatore più attento, consapevole e propenso a selezionare le proprie scelte in base a un rapporto qualità-prezzo sempre più preminente.

Il settore deve prenderne atto!

Come?

Mettendosi in gioco sul Web, accettandone i requisiti di trasparenza, dialogo e feedback, considerando la cultura “dal basso” come lo strumento di promozione più potente.

Mentre Italia.it cede il posto a sfumature magiche di dubbio gusto e risultato, continuo a credere che un’efficace strategia nazionale nasca più dalla volontà condivisa di attori e – perché no – consumatori, che non dalla rigidità di strumenti istituzionali. Da qui l’idea, cullata da molti, che un portale di promozione del nostro Paese come destinazione turistica possa nascere molto più efficacemente dal basso, da chi conosce e vive il proprio territorio con passione.

Fabio Lazzerini

Web, marketing e relazioni interpersonali

June 18, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Spot&Web 

L’amicizia è un business. O meglio, lo è diventato, almeno nell’online. Forse fino a un certo momento non era così, allora varrebbe la pena chiedersi quando è scattato questo cambiamento e perché, soprattutto, non ce ne siamo accorti.

L’amicizia non è solo un business, ma anche una delle strategie di gestione della propria identità digitale. Lo dimostrano i milioni di appassionati, di ogni cultura ed estrazione sociale, che a ogni latitudine si sono buttati sul social networking. Caricando immagini, segnalando video, partecipando a discussioni, condividendo pareri e opinioni con un ‘like’ o un commento sui profili dei loro amici e conoscenti. Immettendo online frammenti del loro quotidiano, dimensione in totale simbiosi con quell’enorme contenitore (villaggio, piazza, agorà) che è il dominio del virtuale.Web2_framework_p3

Un immenso ammontare di dati e informazioni, forse il più vasto e pervasivo censimento di ogni epoca. Milioni e milioni di persone che condividono gusti e passioni, descrivono riga dopo riga, commento dopo commento le loro abitudini di consumo. E si auto profilano, per la gioia di chi si occupa di marketing.

L’incantesimo è però riuscito solo a metà. Lo vediamo con i nostri occhi: le aziende spremono le meningi per capire come approcciare il 2.0, questo eldorado della conversazione brand-cliente, ma i casi di successo si contano ancora sulla punta delle dita. Sarà forse perché riproporre le solite dinamiche palco-platea non funziona, sarà perché in Rete la gente fa di tutto per evitare banner e display advertising di ogni tipo. Sarà forse perché le dinamiche dell’online hanno sancito il definitivo superamento di alcuni codici di comunicazione, e invece che di post-televisione o di post-giornalismo dovremmo parlare di post-media e post-advertising come prossimo orizzonte teorico entro cui muoverci.

Di certo è cambiato l’uso della Rete in questi ultimi anni ed è cambiato anche il senso della pubblicità online. I grandi del web si trovano davanti al paradosso di essere nati per gestire informazioni (pensiamo a un motore di ricerca o a un portale) e ora si trovano a dover gestire persone, soggetti, moltitudini connesse.

scambio_link Mica facile. Comunque ci provano. La sfida, forse frutto di un’imposizione giunta dal basso, è modificare il concetto stesso di sito web (sempre meno sito-destinazione e sempre più sito-flusso) e di consentire agli utenti di mantenere la propria identità online man mano che si spostano da una pagina all’altra. Il che vuol dire anche – e sta già succedendo – aprire le proprie ‘feature’ sociali a piattaforme terze.

Però, insomma, l’amicizia resta un business. Il fenomeno viene studiato con attenzione, al punto che alcune aziende monitorano (si spera in modo discreto) le relazioni informali tra dipendenti, per capire come si generano, come maturano e su quali rapporti di forza si basano. La speranza è quella di arrivare a un modello (o qualcosa di simile) per comprendere meglio i rapporti interpersonali digitali, una volta usciti dalle mura aziendali e sbarcati nell’arena del 2.0. e, nel frattempo, costruire conoscenza condivisa.

L’amicizia, le relazioni sono un business, da qualunque parte si guardi al fenomeno dell’online. Chi oggi ambisce al ruolo di opinion leader e vip della blogosfera e del 2.0 non fa che mettere a valore la massa critica di contatti sviluppati nel tempo attorno al proprio ‘microbrand personale’, che si tratti di un blog frequentato o di un profilo Facebook da mille e più amici.

Questo fenomeno ha certo introdotto nuove forme di mobilità sociale (pensiamo alle cosiddette ‘nuove professioni digitali’, nel nostro paese nate praticamente dal nulla) e ha saputo attirare l’attenzione dei media mainstream, mandandone in cortocircuito alcuni dei meccanismi che consentono di discriminare la notizia (giornalisticamente intesa) dal semplice fatto. Così, il fatto che oggi l’Ad di un’azienda incontri un gruppo di blogger autorevoli – peraltro erroneamente ritenuti rappresentativi di qualcosa o qualcuno – diventa particolare degno di una nota in cronaca.

I giornalisti ne parlano e questo aumenta ad alterare la percezione di un cambiamento molto più ampio di una semplice occasione mondana e salottiera. Che di per sé non avrebbe fatto notizia, almeno non quando l’amicizia, i contatti personali, le relazioni umane erano ben lontane dal diventare un business.

Le nove tribù di Internet

June 16, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: web 2.0 

Si inizia a segmentare (in modo serio, intendo) l’insieme di persone che abitano la Rete e contribuiscono a farla crescere.

Nelle slide che seguono lo schema proposto da Lee Rainie di Pew Internet Project

 

Anche in Italia il nuovo Yahoo! Mobile

June 16, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: marketing, mobile, web 2.0 

Annunciato all’ultimo Mobile World Congress di Barcellona, è una creatura-ponte tra web e cellulare che vuole diventare il punto di partenza ‘open’ per l’Internet in mobilità, sia nella sua versione ottimizzata per gli schermi degli smartphone che come applicazione per iPhone.

La nuova piattaforma è stata introdotta ieri, a Milano, durante un incontro informale con la stampa tenuto dall’amministratore delegato per l’Italia Lorenzo Montagna e da Charles Sword, Head of Mobile Advertising di Yahoo! per l’Europa. 

La versione web è disponibile all’indirizzo http://new.m.yahoo.com e per tutti i tipi di telefonino dotati di browser, mentre sull’App Store da oggi è possibile scaricare l’applicazione. Attualmente queste due versioni sono disponibili in 17 paesi tra Asia, America ed Europa, anche se l’azienda fa sapere che altre release localizzate saranno lanciate già nei prossimi mesi.

Semplificando all’osso, Yahoo! Mobile interpreta tutti i trend fondamentali del 2.0 odierno: quindi, informazioni/search, comunicazione istantanea (email, instant messaging, social network), aggiornamento in tempo reale (canali Yahoo!, feed rss di terzi, status update).

Quindi, oltre ad affidarsi alla solidità di oneSearch, il motore di ricerca Mobile di casa Yahoo!, sarà possibile rimanere informati sulle notizie scelte dai diversi team editoriali di Yahoo!, controllare la posta (anche Gmail , Aol e Hotmail), accedere attraverso la funzione Social Pulse alle proprie reti sociali (Bebo, Dopplr, Facebook, Flickr, MySpace, Friendster, Twitter, YouTube ecc ecc), utilizzare funzioni come il calendario, sincronizzare contatti e rubrica ecc. Yahoo! rimani in contatto_web

Dopotutto, Charles Sword in apertura ha sottolineato che in tutti i mercati evoluti (e anche noi ci stiamo arrivano) il lato ‘social’ del web è sempre più preponderante. In Gran Bretagna, per dire, ormai un quarto del traffico Internet via telefonino riguarda Facebook, social network e applicazioni simili.

Le cose che mi hanno colpito di più sono due (ieri ho provato entrambe le versioni, usando un iPhone e il mio fedele Nokia E71), l’una conseguenza dell’altra. 

La prima è che nell’apposita sezione “Miei interessi” puoi crearti un flusso di informazioni  e contenuti stile ‘digital lifestreaming’. Yahoo! Mobile La seconda è che, costruito questo enorme aggregatore Mobile, per Yahoo! estendere la propria Open Strategy dal pc al telefonino sarà quasi un dettaglio. Dobbiamo aspettarci anche uno Yahoo! Store per le applicazioni mobile? Non lo sappiamo, certo è che, tra le altre cose, la febbre da 2.0 in mobilità sta modificando fortemente i rapporti di forza tra Internet Company e operatori di telefonia mobile, con questi ultimi sempre più costretti a giocare di rincorsa.

C’è poi un terzo particolare. Come ha fatto notare Montagna, nel nostro paese si parla tanto di Mobile advertising, salvo poi vedere che si tratta principalmente di display statico o, peggio, di sms o mms “venduti un tanto al chilo”. E purtroppo ha ragione.

Sono convinto che soluzioni come queste possano contribuire allo sviluppo di un mercato che, da noi, nonostante tante parole e tante promesse, è ancora una nicchia.

Formazione 2.0

June 13, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Work, web 2.0 

Ho appena finito di sfogliare queste slide a cura di Jane Hart, consulente nel campo della formazione a distanza e dei social media e fondatrice del Centre for Learning & Performance Technologies, sul passaggio – graduale eppure irreversibile – dall’e-learning classico a un più ampio (e collaborativo) concetto di social learning.

Nel nostro paese le università telematiche sono una decina (con una di queste ho un contratto di assistenza). Appena possibile, andrò a spulciare i rispettivi siti web, cercando di capire se alcuni docenti hanno affiancato alle ‘tradizionali’ lezioni online moduli e sistemi di interazione basati su strumenti collaborativi 2.0, proprietari e non.

Quanto all’ambiente business, so che Aigo integra nel suo programma di formazione a distanza ‘Academy’ alcune funzionalità (forum ecc).  A suo tempo li avevo intervistati per Pubblicità Italia e la cosa mi era parsa molto interessante.

I ‘vanity url’ di Facebook

June 13, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: web 2.0 

“A partire dalle ore 6.01 di sabato 13 giugno, potrai scegliere un nome utente per il tuo account Facebook per consentire ad amici, familiari e colleghi di trovare facilmente il tuo profilo”.

L’annuncio è comparso due giorni fa e da oggi i ‘vanity url’ di Facebook sono attivi. Non si sa bene come mai il social network abbia deciso di aspettare così tanto per lanciare questa nuova funzione, utilizzata da tempo da molti altre piattaforme online. facebookimage

In ballo, come fa notare MyTech, c’è la battaglia per il controllo dell’identità online.

Però la tempistica lascia perplessi.

Per capire se c’è stata la corsa ai nuovi indirizzi dovremo aspettare un paio di giorni. Ci saranno cambiamenti sostanziali sia a livello di posizionamento sui motori di ricerca che di privacy. Dopotutto, essere più facilmente rintracciabili è sempre un’arma a doppio taglio, quindi per valutare pro e contro di questa mossa dobbiamo aspettare l’evolversi degli eventi.

Staremo a vedere. Ad ogni modo: www.facebook.com/babudro

“È il 2.0, bellezza!”

June 11, 2009 by piero.babudro · 3 Comments
Filed under: Spot&Web 

Mi capita molto spesso di parlare con colleghi e amici che lavorano nel settore del web o della comunicazione. Condividiamo esperienze personali e professionali, ci raccontiamo aneddoti, confrontiamo i nostri punti di vista su quanto sta accadendo a livello di ‘conversazione’, online e offline, tra aziende, giornalisti, consumatori, stakeholder.

In generale, l’idea che mi sono fatto è la seguente. In questi ultimi due anni una parte delle imprese italiane si è fatta prendere dalla febbre dei social media, e in questo processo è innegabile il ruolo ‘evangelico’ di Facebook e dei giornalisti che si attaccano al tormentone del momento.2

Questo slancio per lo più è rimasto confinato nel mondo dei buoni propositi, e nella pratica si è visto poco. Grandi proclami alle convention di settore, tante parole, una cortina fumogena di concetti astrusi, e poi – sostanzialmente – tutto è rimasto come prima, o quasi.

Di solito ai buoni propositi non segue nessuna azione diretta; oppure ci si muove seguendo traiettorie poco chiare. In altri casi, si travisa completamente lo spirito con cui avvicinarsi non solo all’online, ma allo stesso concetto di comunicazione corporate. Badate bene, ci sono anche parecchie aziende virtuose. Ci sono e le conosciamo: ma non sono l’oggetto della riflessione di oggi.

Durante una di queste chiacchierate, sono venuto a conoscenza di una storia a suo modo paradigmatica. E preoccupante. In un’azienda che offre servizi online, nelle ultime settimane, le riunioni stile ‘esaurimento nervoso’ sono all’ordine del giorno. Il management non è contento di come si comunica e gli addetti alle Relazioni esterne subiscono pressioni di ogni tipo. Condizione, questa, non certo ideale per poter lavorare bene, ma questo, almeno per oggi, è un altro discorso.

Sempre i top manager di questa azienda (li conosco, quindi immaginate un gruppetto di entusiasti del 2.0 oltre ogni ragionevole dubbio) impongono strategie di brevissimo periodo: lanciato un nuovo prodotto/servizio l’ufficio stampa deve letteralmente tartassare i media tradizionali e non, alla conquista di spazi per articoli, approfondimenti, interviste. Secondo gli stessi dirigenti, la caccia all’ultimo centimetro dovrebbe proseguire sempre, in nome di un principio per cui “più si parla di noi, meglio è”. Il resto, quindi il business, verrà di conseguenza. Un principio causa-effetto tutto da dimostrare, secondo me. Specie perché l’azienda in questione si sta riposizionando, e quindi è il caso di domandarsi chi ne parla e, soprattutto, come.

C’è poi il discorso dell’online. Il loro approccio lascia perplessi. L’azienda in questione sovvenziona un paio di top blogger italiani in modo da evitare post o commenti negativi da parte loro. Pagati per non scrivere male, questi hanno scoperto di avere il coltello dalla parte del manico. E così non scrivono e basta. E nessuno gli può dire nulla, perché se la cosa salta fuori è un bel boomerang.

web2-thumb

Questa ‘mossa strategica’ doveva rimanere “off the record”: il problema è che in breve la voce ha iniziato a girare. Da questo momento in poi, è accaduto di tutto. Addirittura, un blogger che non fa parte di questa stravagante ‘campagna acquisti’ ha telefonato in redazione chiedendo di poter ricevere un portatile nuovo di pacca come contropartita per una serie di post compiacenti. La maggior parte dei vip della blogosfera se ne guarda dal riportare i comunicati stampa dell’azienda in questione. E fa bene. Immagino che alcuni (pochi, pochissimi) saranno arrabbiati per non essere stati messi a libro paga: la maggior parte vuole, prudentemente, tenersi lontana da un gioco pericoloso. Voglio dire, se la notizia un domani venisse fuori in tutti i suoi dettagli, il rischio è quello di fare la figura del ‘venduto’ anche se magari sei stato l’unico che ha scritto un post o un articolo in buona fede, basandoti solo sul vecchio caro fiuto per la notizia giusta.

Il bello, e qui concludo, è che quando il responsabile dell’ufficio stampa in questione ha fatto notare ai manager che forse è la strategia globale – online e offline – a non promettere nulla di buono, questi si sono risentiti. Gli hanno risposto che così funzionano le cose. Arrivi fino a dove puoi, dove non puoi arrivare compri. “È il 2.0, bellezza!”, qualcosa del genere. Siamo sicuri?

Il giornalismo non smette mai di stupire

June 10, 2009 by piero.babudro · 1 Comment
Filed under: Dentro S-0, Work 

Mesi fa mi contatta una delle tante associazioni interne alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato unitario dei giornalisti.  Mi chiedono di aderire e mi rimandano al loro sito per maggiori informazioni. Qualche giorno dopo mi collego, leggo, dò un’occhiata. La loro posizione mi sembra condivisibile, perché più in linea su come la penso io sulla professione giornalistica e su quello che gira attorno a questo mondo.

Ok è deciso. Li chiamo e spiego loro che va tutto bene, e sottopongo loro una mia idea. Visto che siete un’associazione molto più ‘moderna’ di altre, attenta ai cambiamenti ecc ecc, perché non giornalismo dar vita a un gruppo che tuteli non solo coloro che sono già iscritti all’Ordine dei Giornalisti, ma anche quelli in via di iscrizione? E, soprattutto, perché non ragionare, una volta per tutte, di nuove professioni dell’informazione? Magari consentendo anche ad altri soggetti (i nuovi lavoratori del web: blogger, tech journalist ecc) di iscriversi a questa associazione, pagare la quota associativa e, pur non essendo pubblicisti o professionisti, ricevere consulenza in caso di problemi.  

Per dire, a molti tra coloro che scrivono per i blog network italiani o per testate online farebbe comodo saperne qualcosina di più rispetto a diritti d’autore o ricevere aiuto in caso di controversie con il datore di lavoro. No? Specie perché, da alcuni racconti che mi sono giunti, sembra che da quelle parti non ci si comporti benissimo nei confronti dei propri collaboratori: si paga poco o niente, si fanno lavorare male le persone e tutta una serie di comportamenti veramente fastidiosi.  Press-01

Comunque, l’associazione mi dice: “La cosa si può fare. Fantastico! Interessante! Scrivici due righe ..”

Mando una mail. Da quel giorno non ho ricevuto più nessuna comunicazione da parte loro. In compenso, a mia insaputa sono stato iscritto a un paio di mailing list che mi dicono chi dovrei votare per le elezioni Casagit. Ma cosa vuoi che me ne freghi della Casagit!!

A questo punto mi chiedo: già dobbiamo confrontarci nostro malgrado con un’istituzione anacronistica come l’Ordine.. perché replicarne le dinamiche di casta che ha paura del nuovo? E, soprattutto, perché continuare in politiche protezioniste e miopi a vantaggio di pochi privilegiati in possesso di un tesserino, e tollerare la giungla professionale per tutti gli altri? Si parla spesso di libertà di informazione: ebbene, nel nostro paese non sono solo i conflitti di interessi catodici a contrastarla, ma anche le dinamiche stantie e paludose proprie di Ordini e consorterie varie …

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