Pensieri d’agosto (o quasi)
Inutile dirlo, le ferie sono l’argomento del momento, in ufficio e fuori. Se ne parla tantissimo, al punto che il rischio di farsi prendere dall’ansia della vacanza è tangibile.
Assieme alle vacanze arriva il momento dei bilanci (professionali e non): sono molto contento di come è andato il periodo settembre 2008 – agosto 2009. Ho infatti avuto modo di fare delle esperienze interessanti, di aprire nuovi contatti, di buttarmi a capofitto in nuove avventure.
Ma, soprattutto, sono molto felice di tutte le belle persone conosciute di recente o la cui amicizia o frequentazione si è consolidata in questi mesi. Senz’altro è questo è il più importante motivo di felicità per me, perché sono le persone che incontri a dare significato alle cose che fai.
Tornando al mese di agosto, mi sono organizzato per una serie di tappe ricarica-pile, partendo dalla Maremma per arrivare all’isola di Lussino. 
Ci sarà anche tempo per un passaggio in patria

Si torna a fine mese. Giusto il tempo di buttare tutto in lavatrice, rifare la borsa e correre a Berlino, per seguire i lavori di IFA 2009.
Go through the looking glass
Wom Summit 2009 – L’intervento di Iaki
Domani, come già detto altrove, seguirò i lavori del Word of Mouth Summit di Milano. Sono molto curioso di sentire cosa verrà detto riguardo a web 2.0, passaparola online e possibilità per le aziende di fare marketing in modo innovativo e trasparente, magari usando i blog, Twitter, Flickr ecc ecc.
Proprio a proposito di trasparenza, colgo l’occasione per segnalare l’intervento di Sandro Marchetti di Iaki, agenzia attiva al confine tra wom, comunicazione, viral advertising e marketing esperienziale. Il titolo è “Wom ed etica. Un connubio possibile?”
Proprio oggi pomeriggio ho avuto modo di fare una chiacchierata con Sandro in vista di un articolo che uscirà giovedì su Next, supplemento di Pubblicità Italia Today dedicato a comunicazione e nuovi media.
L’idea di Sandro, che mi sento di condividere al 100%, è che mentre paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra stanno regolamentando il settore (si vedano le recenti iniziative sanzionatorie della Federal Trade Commission americana) per evitare comportamenti scorretti, qui in Italia siamo ancora nel Far West della comunicazione online. Sandro ha denunciato l’esistenza nel nostro paese di un ‘atteggiamento omertoso’ per cui ormai tutti accettano il fatto che molte agenzie e aziende si comportino in modo scorretto, a danno di consumatori e dello stesso mezzo digitale.
Tra blogger prezzolati, conversazioni costruite ad arte, recensioni comprate, profili fasulli sui social network, strategie ben oltre il limite della pubblicità occulta, proliferare di figure professionali dubbie, è il momento di riflettere seriamente su quale volto dare all’advertising e al marketing online.
Sono molto curioso di vedere quale sarà la risposta all’intervento di Iaki. Purtroppo prevedo molti consensi di facciata, e poi di nuovo a giocare sporco.
Un’altra schifezza made in Italy
Oggi il blog VitaDigitale segnala la presentazione ufficiale del nuovo portale Italia.it, un web-mostro che finora è costato svariate decine di MILIONI di euro sperperati per produrre niente di niente. 50, per l’esattezza.
Leggo il post e, curioso, mi collego al sito. Ore 14.31 del 16 luglio, il giorno dopo la presentazione ufficiale con tanto di fanfara ministeriale e pacche sulle spalle al governo in carica, il sito mi chiede user e password per entrare. Insomma, un biglietto da visita fenomenale per l’Italia all’estero. :)
“Siamo la prima nazione”, ha sottolineato il ministro Brambilla, “ad avere realizzato una tale iniziativa”. Con la titolare si è complimentato il premier (“ha lavorato sodo”), che introducendo la presentazione del portale, ha detto: “Puntiamo a fare del turismo il 20% del nostro Pil, che adesso è il 10% e se si pensa che nel mondo è 9,4% è una cosa veramente assurda, viste le meraviglie che ci sono in Italia”.
Da esserne fieri insomma.
Ragionando di wafer e altre sciocchezze…
Dunque, le informazioni in nostro possesso sono queste. Un tale Scognamiglio di Napoli ruba un pacco di wafer da 1,29 euro. Non potendo beneficiare delle attenuanti viene condannato a 3 anni di carcere.
La Corte di Assise di Arezzo, al termine di una lunga camera di consiglio, ha condannato a 6 anni il responsabile della morte del tifoso Gabriele ‘Gabbo’ Sandri.
Non aggiungo nulla. I giudizi si emettono nei tribunali, non sulla stampa o sui blog. Senza voler entrare nel merito della questione, mi limito a dire che non sapevo che la vita umana valesse 2 pacchetti di wafer.
Status Update
Da circa un annetto osserviamo che vivere il web sta diventando sempre più una questione di aggiornamenti. Su cosa facciamo, dove stiamo andando, con chi ci incontriamo, se per lavoro o per piacere. Ben lontana dall’essere una semplice domanda, il “What are you doing?” è diventato il mantra del momento, una filosofia del tempo reale (o dell’eterno presente, scegliete voi) che estrapola in automatico le nostre azioni dal flusso della quotidianità e le mette su un ideale piedistallo digitale. Tutto diventa rilevante.
Si ritorna (o si crede di ritornare, anche qui la scelta è vostra) protagonisti del proprio tempo e del proprio vissuto, spesso senza accorgerci che stiamo inondando di messaggi amici, colleghi e conoscenti che ci leggono su Facebook, Twitter, Friendfeed.
Hanno cominciato alcune delle cosiddette ‘blogstar’, molto abili nel trasformare ogni minimo cappuccino di lavoro in occasione di Pr personali, all’insegna di una comunicazione spregiudicata che trasforma ogni frammento di rapporto interpersonale in un galà del 2.0. Poi la brutta abitudine l’abbiamo presa tutti: al punto che spesso molti di noi sono costretti a cancellare gli update di alcuni amici dalla bacheca di Facebook perchè esasperati da una miriade di messaggi non proprio tra i più interessanti.
Ad ogni modo, questa febbre da ’status update’ è destinata a esplodere veramente solo con l’affermarsi di applicazioni 2.0 per il Mobile. Le premesse per un uso di massa già ci sono. A testimoniarlo, ultimamente, l’ennesima ricerca sul rapporto – in termini di user experience – tra Internet e telefonia mobile.
L’ha condotta Buongiorno, multinazionale del mobile entertainment, in collaborazione con peoplesound, social network pensato per cellulare che idealmente riprende il cammino interrotto dopo il mezzo blackout di Blinko. Si tratta di uno studio che ha coinvolto 301 persone tra Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna, a delineare le abitudini di utilizzo delle reti sociali digitali e in generale l’approccio degli utenti alla navigazione in mobilità.
Bene. È venuto fuori che in tutti i paesi oggetto di questa survey – Spagna esclusa – oltre la metà degli intervistati adopera il proprio cellulare o smartphone per accedere alla Rete. Primi tra tutti gli inglesi, con un ragguardevole 81%: non è una novità, visto che quello inglese è un mercato notoriamente maturo, almeno sul fronte web e nuove tecnologie. In Italia arriviamo a un lusinghiero 55%: l’azienda commenta il dato in modo neutro, quasi senza stupirsene più di tanto, eppure si tratta di un grande risultato. Basta pensare a che punto eravamo solo un anno fa, per renderci conto dei passi compiuti.
I driver del cambiamento sono l’avvento planetario di Facebook e quello di dispositivi sempre più performanti e meno costosi. E di tariffe flat o simili. La Spagna, ancora una volta, è fanalino di coda, ma anche questa – piaccia o no – non è una sorpresa. Il nostro paese è invece primo per quanto riguarda la propensione degli utenti a un utilizzo ‘multipiattaforma’: siamo quelli con il più alto numero di persone iscritte contemporaneamente a più servizi, mentre i francesi – per dire – sono i più fedeli. Si iscrivono a un social network e lì rimangono.
Noi siamo più ‘vittima’ delle mode. Ci iscriviamo a qualsiasi cosa rappresenti il tormentone del momento, anche se poi – a conti fatti – scopriamo di non sapere che farcene: basti pensare alla percentuale dei profili inattivi sul totale degli iscritti italiani, numero che con una buona approssimazione immaginiamo molto alto. Però siamo anche un popolo incline all’entusiasmo, al punto che la ricerca di Buongiorno e peoplesound ha rilevato una propensione generale a pagare anche 4 euro a settimana per poter fare social networking in modo costante, magari accedendo a funzionalità evolute non previste dagli account base.
Il packaging – una leva di marketing in evoluzione
Tutto nasce da una considerazione sul packaging dell’iPhone.
Simone Lovati fa alcune considerazioni sul packaging del prodotto oggi. E io non riesco a esimermi dal rispondere. :)
Ne esce una bella conversazione con alcune considerazioni che riporto qui di seguito (vai a leggere il suo post, prima, e poi torna qui).
Tiziano:
Un appunto: dovresti fare una distinzione delle diverse tipologie di beni che intendi nel post (se non ti riferivi solo all’iPhone, tra shopping goods, specialty o grocery). Il packaging in realtà già oggi è parte fattiva del marketing del prodotto. Il brand e gli attributi fisici (colore, forma, materiali, odori, sensazioni tattili) contribuiscono a distinguere il prodotto da quelli concorrenti proprio a livello visuale.
Parlando di prodotti grocery è dalla rivoluzione commerciale (in Italia anni ‘50) che il packaging fa parte delle leve di merchandising dell`Industria, ed è imprescindibile dalla manovra delle leve di visual merchandising del distributore. Diverso è il ragionamento per gli shopping goods, che non trovi in un supermercato qualunque, ma presso rivenditori specializzati. Infatti gli attributi che il packaging potrebbe secondo te avere sono interessanti (cito: -”sarà parte integrante del prodotto, potrà funzionare (un pò come per gli attuali packaging dei giochi per i bimbi) come piattaforma di demo direttamente sullo scaffale”-), e sicuramente la funzione che lo è di più è l’aggiornamento via wifi (ma a che pro, visto che tanto si deve attivare via iTunes, e quindi si aggiorna il firmware mentre lo si attiva?), però rimane il fatto che nei punti vendita in cui ci sono in vendita iPhone ci sono sempre uno o più modelli di prova su strada, in cui puoi provare un’esperienza che verrebbe limitata dal packaging stesso nella demo (leggi: la leggerezza, i colori dello schermo falsati dalla plastica protettiva,ecc.).
Aggiungiamo anche il fatto che si sta parlando di un giochino da 600 € e tra cadute accidentali, ditate troppo “pesanti” che rovinano lo schermo e noncuranza per il packaging stesso in caso di mancato acquisto (lo rimetto “più o meno dove lo avevo preso”) abbiamo un indicatore di quanto possa essere sconveniente adottare questa soluzione (nonostante rimanga “romantica”). Del tutto d’accordo invece su quanto il packaging debba evolvere per diventare più verde sia per ragioni di marketing (la moda del “green” che c’è in questi tempi -per fortuna-) che per ragioni economiche. E in ogni caso, prima di vedere un iPhone su un semplice scaffale, ce ne passerà. :P
Simone:
Ok Tiziano, hai ragione…il mio era un discorso un pò più in generale sull’evoluzione che il packaging sta avendo un pò in tutti i settori…concordo, nei supermercati il packaging è già da tempo parte integrante del marketing, ma ci sono almeno tre aspetti che lo renderanno più strategico di quello che già oggi è:
1. Anche nel grocery, il packaging fa di tutto per il brand, ma non ti trasmette ancora veramente gli odori, i sapori di cosa compri;
2. Non ha un senso avere (packaging per spedizione + packaging prodotto + espositore)…uno dei tre scomparirà a mio avviso;
3. Il packaging è sempre + il primo touch point vero con un potenziale cliente, ergo deve divenire per forza interattivo e collegato in rete…(non dirmi che ha un senso oggi metterci sopra un link e pensare che uno torni a casa e a memoria ci vada sopra!)
Tiziano:
Beh, anche qui dipende dalla tipologia del bene. Rispondendo con ordine
1. Nel grocery esiste la prova assaggio nel caso dei sapori mentre per gli altri sensi si usano tattiche di ambient marketing a seconda del reparto che influenzano il tempo passato in pdv e il valore degli acquisti (per es. in quello dei Vini cambiano l’ambientazione e la musica). Inoltre il valore unitario dei prodotti è troppo basso per includere nel pack una demo; ce lo vedi in uno yogurt? O nel pane? A quello sopperiscono le promoter con le prove assaggio da appositi mini stand in pdv.
2. Sono assolutamente d’accordo con questa analisi, che vale in maniera trasversale per la maggior parte dei settori di consumo, anche se credo che il pack della spedizione si potrà riutilizzare (se già non si fa) e non scomparirà del tutto, mentre quello del prodotto e dell’espositore diventeranno unici razionalizzando i materiali usati, con risparmi dal punto di vista ecologico ed economico (per fortuna).
3. questo è vero. Il punto però è sempre il riferimento alla tipologia del bene. E’ vero che per un bene non banale e importante, come un iPhone ad esempio, l’interattività è necessaria a convincere il cliente a compiere l’atto di acquisto (insieme alle informazioni, all’assistenza di un venditore, alla pubblicità, alla brand reputation del bene, ecc.). In un bene banale (un pacco di pasta? Una bottiglia di vino?) è difficile trovare questa interattività. La rete non è strettamente necessaria perchè i beni sono banali. L’attività di shopping media nell’acquisto di un pacco di pasta (o di un sugo, o di patatine, o di una bibita) consiste nell’entrare in pdv, cercare la marca preferita (se non la trovi probabilmente cambi marca, cambiare pdv è troppo oneroso in termini di tempo) e metterla nel carrello. L’acquisto si decide nei 5 secondi in cui ci si trova davanti allo scaffale e la mano si dirige verso i prodotti della categoria (tant’è vero che P&G ha creato un divisione in USA specializzata sul marketing degli ultimi 5 secondi che impiega 35 persone).
Concludendo, secondo me è insensato mettere un link credendo che a casa ci si vada sopra per scoprire il bene sia nel caso dei beni grocery, sia nel caso degli shopping goods. I primi sono banali e le persone non perdono tempo per informarsi troppo approfonditamente, i secondi sono distribuiti in negozi specializzati e sono sempre affiancati da un promoter o un venditore che consiglia sull’acquisto, con modelli di prova o samples. In relazione al packaging, il web torna più utile nel caso di servizio post vendita (dall’assistenza a problemi del cliente ai consigli sui diversi utilizzi).
In quali direzioni evolverà il packaging?
14/7: SegnaleZero sciopera
Un giorno di silenzio, per poter parlare tutto il resto dell’anno. SegnaleZero accoglie con favore la di uno sciopero della blogosfera contro le norme anti-Internet previste dal decreto Alfano.
Credo sia ormai evidente agli occhi di tutti la svolta autoritaria che l’attuale governo vuole imprimere alla Rete, negando di fatto a centinaia di migliaia di persone il diritto a un’informazione trasparente e libera da vincoli di qualsiasi tipo. Per questo motivo, aderisco allo sciopero, invito a fare altrettanto e colgo l’occasione per segnalare Diritto alla Rete , nuova piattaforma di discussione dove giornalisti, blogger e utenti possono confrontarsi su temi che riguardano, oggi, la libertà di Internet e, domani, quella di tutti
L’altra metà del web
Titolo decisamente abusato, per dire che finalmente ci siamo accorti della presenza delle donne in Internet. Una platea sempre più ampia di mamme, donne in carriera, casalinghe, più o meno giovani, che si è affacciata in Rete in tempi non recentissimi, ma che solo ultimamente ha saputo configurarsi come segmento numericamente ed economicamente interessante.
Si è trattato di un riconoscimento fondamentale: quello di esistere, sul web, e di contare molto negli equilibri e nell’architettura del consumo digitale. Da qui una duplice traiettoria, partita in simultanea sia dai mass media ‘mainstream’ che dal basso, dalle iniziative di gruppi e soggetti che hanno saputo auto-organizzarsi in modo autonomo.
La presentazione del nuovo canale Virgilio Donne, annunciata ieri in una nota ufficiale, è solo l’ultimo passo di un mercato che ha riscoperto l’esistenza dell’universo femminile in Rete. E ora lo vuole conoscere meglio, per sfruttarne meglio le dinamiche e generare traffico, lead, consenso, consumi.
Il nuovo canale Donne del portale di Telecom Italia si vuole proporre come un magazine online che guarda alle esigenze e all’universo aspirazionale femminile. Senza per questo dimenticare di essere online: quindi integrazione massima tra contenuti editoriali e Ugc (user-generated content).
L’idea è quella di fare del canale una sorta di salotto digitale: news sui trend del momento, shopping, ricette, fitness. Tutti argomenti che provengono da un certo armamentario ideologico a mio parere riduttivo: in questo senso non stento a credere che il dibattito mancherà, specie perché si vuole già arricchire il canale con alcuni blog tematici.
Concludono la panoramica del canale le sezioni Benessere, Bellezza, Casa, Mamma, Attualità, Gossip, Oroscopo. E per non far mancare proprio nulla, c’è anche la rubrica Sesso e Psiche. Insomma, se si voleva l’effetto cliché, eccolo servito.
Donne e Internet, dicevamo. Per nostra fortuna, è un rapporto che non si esaurisce nell’esplicito tentativo di Virgilio di riproporre online temi, stile e contenuti stile Chi, Diva & Donna, Oggi e Gente. Penso alle Girl Geek Dinner (www.girlgeekdinnersitalia.com), un passaggio obbligato e un punto di riferimento per tutte coloro che si interessano a vario titolo di tecnologia e Internet, nel nostro paese e non solo.
A dimostrare che l’interesse per questa fetta di pubblico è forte, aggiungiamo che il 13 giugno scorso si è tenuta la prima edizione di MomCamp (www.momcamp.it), primo di una serie di incontri che punta a ‘istituzionalizzare’ tutti quei gruppi informali di mamme, neomamme e future mamme che da tempo si confrontano online sulle più diverse problematiche, scambiandosi pareri e punti di vista e – di fatto – collaborando assieme nella produzione di conoscenza condivisa.
Poi ci sono portali e community come VereMamme (www.veremamme.it), QuiMamme (www.quimamme.it). Oppure Mamme Nella Rete (www.mammenellarete.it), che da quanto ho potuto apprendere durante lo speech di Pepe Moder durante lo scorso Eba Forum, collabora attivamente proprio con Barilla e con il progetto di ascolto ‘Nel Mulino che vorrei’.
Poi non mancano altre iniziative, come InPausa (www.inpausa.it) che in modo un po’ disorganico e non del tutto riuscito, cercano di trasportare teorie e tecniche della conversazione online all’interno del raggio d’azione del brand aziendale.
Questi sono solo i progetti e le iniziative più conosciute. Si potrebbero passare ore ad analizzare le dinamiche di gruppi, più o meno formali, che oggi in Rete rappresentano non più un’avanguardia, ma una realtà concreta e numericamente importante.
Trovo abbastanza pericoloso che questa macro-nicchia venga clusterizzata con l’accetta, pensando alla donna come a un soggetto che passa in soluzione di continuità da “Sex and the city” alla gravidanza. Speriamo si tratti solo di aggiustare un po’ la mira.



