Unpacking Smau 2009
Scrivo di ritorno da Unpacking Smau 2009, l’evento per blogger e giornalisti online organizzato alla vigilia della consueta fiera dell’elettronica di Milano.
L’intento degli organizzatori è stato aprire le porte degli stand ai blogger, mostrando loro – in anteprima – le novità di quest’anno. Ma soprattutto accreditarsi presso la platea digitale italiana come ‘piattaforma’ (progettuale, comunicativa) di riferimento per le nuove tecnologie, per chi le vive quotidianamente, per chi ne scrive sul proprio blog o sui giornali per cui collabora.
Questo in un momento in cui il mercato Ict nazionale sta ai minimi storici. I dati presentati dalla School of Management parlano chiaro: il comparto è in flessione per il 7,5% anno su anno, mentre oltre un terzo delle aziende ha rinunciato a investire in progetti Ict ritenuti rilevanti: Nel 2008 la stima era del 55%, nel 2009 solo del 38%.
Tornando all’evento, va apprezzato il tentativo degli organizzatori, che lavorano a un incontro interessante e ben organizzata ma forse troppo uguale al classico ‘format conferenza’ cui sono abituato per lavoro.
Anche gli argomenti e i termini usati mi sono parsi poco in target con la platea cui si voleva parlare, eccezion fatta forse per il nuovo blog di Smau.
Mettendo assieme questi elementi a quelli raccolti in altre occasioni, mi è sembrato di notare che il tanto decantato rapporto blogger-aziende si sia un po’ sgonfiato. C’è una fase di stanchezza, insomma, i cui motivi vanno analizzati nella più generale stanchezza di un mezzo espressivo che, almeno nel nostro paese, ha perso gran parte della spinta propulsiva degli inizi.
Detto questo, va ringraziato allo stremo il sempre valido Flavio dell’ufficio stampa Smau. Oltre a fare in modo ottimo il suo lavoro, se oggi non ci fosse stato diversi tra noi non avrebbero mai trovato la location della conferenza, perdendosi tra stand ancora da costruire e indicazioni fuorvianti date dal personale della Fiera.
Secondo punto: mi sono girato quasi tutta la fiera senza pass, il che la dice lunga sui controlli all’entrata ;)
Diarioaperto 2009 – il videoclip
Per un manifesto del (non) fare
I principi del ‘Cult of done manifesto’ fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell’ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.
a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.
b. Il secondo é l’inflazione di tesi precostituite, le quali – per loro natura – fino a quando non sono calate nell’esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.
c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.
Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.
1. ‘Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, Azione e completamento’
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l’ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l’uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.
2. ‘Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.’
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l’accento sull’esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.
3. ‘Non c’è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.’
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l’esistenza con questo filosofia da ‘no way out’. Una persona serena lavora meglio.
4. ‘Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.’
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l’autore voleva dire, con altre parole, che l’esito delle nostre azioni dipende dall’atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all’atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l’ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell’armonia sul posto di lavoro.
5. ‘Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.’
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.
6. ‘Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.’
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.
7. ‘Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.’
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E’ lavoro, non meditazione trascendentale.
8. ‘Ridi in faccia alla perfezione. E’ noiosa e ti trattiene dal fare.’
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d’accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l’arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.
9. ‘Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.’
Una parola: risibile.
10. ‘Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.’
Quasi d’accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.
11. ‘La distruzione è una variante del fare.’
Troppo generico. Non vuol dire niente.
12. ‘Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.’
Risibile.
13. ‘Il fare è il motore del più.’
Embé!?
Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo) occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce ‘wu wei’, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D’altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.



