23
Dic

L’anno di Lioness

Avrò scritto questo post almeno dieci volte. Questa è l’ultima versione: le precedenti nove sono state abbozzate in tempo reale, nel corso di 365 intensi giorni. Si potrebbe dire che è un anno che ci penso. O meglio, che lo scrivo: giorno dopo giorno, nei volti incrociati al World Business Forum, nelle vite appese a margine di un corso di cake design, tra una nota e l’altra, nelle conference call dell’ultimo minuto, tra concerti, passeggiate in notturna sui navigli, brioche estive sul Ticino o gelati a Firenze, alla fine di un incontro tra Instagramers, o sotto la pioggia di (Igers)Cremona. Tra foto dei carrugi e il mare di Genova che splende d’autunno e di sorrisi, l’autostrada che si chiude dietro alle nostre spalle e la Ford che divora l’asfalto e le tappe.
È stato un anno intenso; ne vale 12. Un anno a cerchio, apertosi e chiusosi nel segno di Jason Molina e Lioness.
L’anno del serpente: chiedere a Luigi quante volte abbiamo parlato dei cambiamenti in corso, al punto che ne ha tratto una delle tante splendide playlist su Pilltapes. L’anno del fuoco e delle fiamme scatenate su MiBrucia: testi e strategia sono miei, l’incazzatura è collettiva.

È stato un anno che mi ha insegnato molto. Mi ha fatto crescere, a modo suo. Velocemente e non sempre attraverso percorsi facili. Un anno duplice: ho imparato a contare solo sulle mie forze, pur conscio che senza gli altri si può andare poco lontano. Un anno di punti fermi, stop, tappe obbligate, ripartenze. Fatiche e orgoglio. Scelte rivendicate. Cambiamenti repentini, sorrisi tirati, ore di sonno accumulate. L’anno dei due viaggi in Scozia: il primo a sentire com’è fatta la pioggia in agosto, il secondo a veder tramontare il sole alle 14.30, a perdermi nel centro di Glasgow, a farmi congelare dal vento, a parlare di musica all’Avalanche Records, a scoprire i “There will be fireworks”. È come se li conoscessi da una vita. “It is a fire that consumes me, but I am the fire”.
È stato un anno alla fine del quale ci sentiamo un po tutti reduci, vero? Almeno questa è la sensazione captata tra mille chiacchiere con amici e colleghi. “Ha chiesto tanto, ma ha dato tanto” (cit.): ecco, ottima definizione. L’anno dei concerti e dell’autobus che partiva da Centrale a mezzanotte e venticinque, con bonus di campagna pavese intravista dal finestrino. L’anno di Sirmione e di un’amicizia rafforzata da percorsi simili.

Oggi è l’ultimo giorno d’ufficio prima delle (poche) ferie. Vista dall’ottavo piano, Milano sta rallentando. Lungo la strada di gente se ne incontra poca, ma quella che c’è è una benedizione e va tenuta stretta. Gli sguardi lungo il marciapiede sanno già di vacanze, di “… so this is Christmas, and  what have you done? … ”. Di abeti, presepi, pacchetti, fiocchetti, corse dell’ultimo minuto o pensieri covati per un anno. Di cene interminabili, riti collettivi, partite a carte, album di fotografie che si riempiono cheese dopo cheese, clic dopo clic. Anno dopo anno, implacabili.

È il momento di tirare il fiato, di scalare marcia dopo un anno con l’acceleratore a tavoletta. Di tirare un sospiro di sollievo o di amore. Citando a caso un vecchio detto cinese, ve ne auguro “diecimila secondo i vostri desideri”. Devo ancora fare il biglietto del treno per tornare a casa: nel frattempo canticchio. Jason Molina, Lioness. “I will swim to you”.

 

 

 

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