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Giu

Alma Whitten (Google): "Non tutto riesce al primo colpo"

Oggi ho partecipato all’incontro stampa con Alma Whitten, che attualmente rappresenta il team di engineering nel Privacy Council di Google ed é senior lead del team di engineering Applied Security di Mountain View.
Si è parlato di privacy, di sicurezza dei dati, nell’ambito di un mini-roadshow che la Whitten sta tenendo nel nostro paese per incontrare tutti quegli interlocutori – aziende, organizzazioni non governative, giornalisti, associazioni di consumatori e istituzioni – legittimamente preoccupati per le conseguenze della raccolta e gestione dei dati da parte del motore di ricerca.

privacy.jpgUn ruolo per nulla facile quello di stamattina della Whitten, più volte messa alle strette dalle nostre domande sulla raccolta di dati personali effettuati tramite la mappatura delle reti Wi-Fi effettuata dalle Google Cars (qui un link alla notizia), passando per le polemiche su Google Buzz, ma anche sulla sentenza ViviDown. Un pronunciamento discutibile, poi utilizzato dal Governo per proporre un’autoregolamentazione della Rete.

Rispetto a Buzz, la risposta è stata la seguente:
“Subito dopo il lancio abbiamo ricevuto molti feedback da parte degli utenti sul fatto che non erano chiari i termini della privacy perchè non si capiva bene quali informazioni venissero condivise e quindi rese note. Abbiamo preso molto sul serio queste richieste e abbiamo cambiato velocemente l’interfaccia. Ora gli utenti si sentono più tranquilli.”
(fonte: Apcom)

Privacy-2.jpgSugli altri temi, la linea di difesa è: siamo attenti alla privacy, ma ogni paese ha regole diverse, per cui possiamo fino a un certo punto. E sono molte le domande cui la Whitten non ha potuto/voluto rispondere, visto che lei è un ingegnere e quindi non tocca argomenti che spettano agli altri dipartimenti (specie quello legale).
Mi chiedo allora perché non organizzare una serie di incontri con la Whitten, ma accompagnata da un portavoce in grado di darci tutte le risposte del caso.

Nelle prime agenzie uscite sull’incontro di stamattina, non vedo una frase che secondo me descrive alla perfezione il vero problema di Google. “Stiamo lavorando su così tanti fronti che non possiamo azzeccare tutto al primo colpo”: lo ha detto la Whitten.
A distanza di qualche ora, rileggo la frase come un’ammissione di impotenza di fronte allo stato attuale della Rete e all’esigenza di tutelare i diritti dei netizen.

Le cose sono andate più o meno così. Sulla base del motto ‘Don’t be evil’ e del miraggio accarezzato dal trio Schmidt, Page e Brin di catalogare tutto lo scibile umano, Google – da simpatica startup anti-Microsoft (solita contrapposizione tra il Robin Hood di turno e l’Impero del Male) – è cresciuta in dimensioni e consenso fino a diventare una creatura imprigionata nel suo ruolo di Grande Intermediario di Internet e fagocitatore di dati. Solo che adesso ha raggiunto un’ampiezza di manovra difficilmente gestibile. E se ne sta accorgendo. Europa, Usa e Australia si sono già lamentate, oppure sono passate direttamente alle vie di fatto.

La privacy è poi argomento complesso. Fa senz’altro piacere sapere che Google in questi mesi abbia sponsorizzato l’iniziativa Data Liberation Front, il sistema di opt-out definitivo che consente di cancellare la propria scia digitale una volta disconnessi dai servizi di Big G. Così come fa piacere sapere che a ogni account Google sia associata una Dashboard che tiene conto di tutti i dati raccolti.
Però la privacy non è solo parlare di cookie, di browser, di advertising contestuale basato sugli interessi (Interest-based Advertising). E’ anche – se non soprattutto – capire a quali scenari stiamo andando incontro. Da un lato Google è operativo su molti (troppi?) fronti, il che ne ha fatto un elefante in una cristalleria. Anche quando non vuole fare danni, e si muove sulla base di uno spirito a metà tra l’imprenditoriale e l’umanitario finisce per crearsi (e creare) problemi.
Dall’altro, a minare la privacy non é solo l’uso scorretto di dati personali o sensibili, ma anche la possibilità di combinare a piacimento dati che di per sé non sono sensibili, ma lo diventano nell’interazione con altre informazioni. E Google di nostre informazioni ne gestisce parecchie: ricerche, dns, posta elettronica, comunicazione Mobile, foto, video, documenti personali e di lavoro, chat e social networking, advertising, notizie, mappe, blog ecc ecc ecc. Praticamente quasi tutto quello che si può fare in Rete prima o poi finisce sotto la lente di Google. Interessa poco se poi l’azienda fa un uso distorto o meno di tutti questi dati: il problema è già poterli controllare. Una diatriba lunga, questa, che coinvolge sia la privacy quanto questioni legate all’Antitrust.

Ecco. Queste sono le risposte che servono oggi, e non tanto sapere quanto a lungo viene conservato un cookie, o se un utente può cancellarsi in ogni momento dal programma di advertising di Mountain View.

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