16
Feb

Appunti su giornalismo, diritti e crowdsourcing (passando per Huffington)

Sono sempre più convinto che il giornalismo non morirà. Dopotutto, una società che fonda i suoi rapporti sulla produzione e sullo scambio incessante di merci informative non può, a un certo punto del suo sviluppo, ‘staccare la spina’ e rinunciare a un tassello importantissimo della sua stessa struttura. In un momento storico e tecnologico come quello che stiamo vivendo, sarebbe come rinunciare all’ossigeno.

Sono però altrettanto realista. Quindi ribadisco che, se a morire non sarà il giornalismo, fine ben diversa faranno i giornalisti, Anzi, guardando in faccia la realtà, a essere caduto nella peggiore crisi della sua storia è proprio quel modello di produzione e confezionamento della notizia che prevede il giornalista come soggetto economicamente e sindacalmente riconosciuto e figura centrale nella condivisione delle informazioni destinate a diventare merce-notizia.

Alcuni grandi giornalisti lo dicono da tempo, al riparo dai riflettori, e c’è chi giura di aver sentito un vicedirettore dire, all’ombra di Via Solferino, che i giornalisti sono cosa morta. Questo accadeva sette-otto anni fa, quindi ben prima del boom della Rete di massa, del Social Networking e di tutti i fenomeni che hanno rappresentato un enorme volano della condivisione di informazioni ed esperienze.

Ma voglio procedere con ordine. Il primo punto che poche volte viene affrontato nelle discussioni relative a questo tema è il ruolo di una testata all’interno di un ecosistema mediatico, poniamo quello italiano. Lasciando da parte le molte storture dello scenario, proprietà incrociate ed editori di ventura (il discorso ci porterebbe lontano), possiamo ben dire che – fatta eccezione per pochi, pochissimi casi – una testata è sempre più percepita dai soggetti in gioco (quindi dall’editore al lettore) come bocca di fuoco di interessi diversi rispetto al semplice “fare informazione”.
Chiunque si sia impratichito di giornalismo per almeno qualche anno ha sentito, almeno una volta, un direttore o un caporedattore definire importante un articolo più per il fatto di essere finito nella rassegna stampa giusta (quella della concorrenza, quella di un determinato consiglio di amministrazione, quella di un’azienda inserzionista) che per il fatto di determinare in sé, solo per il fatto di diventare materiale pubblico, un servizio al lettore o alla comunità.
I lettori, aizzati dai soliti paladini dell’informazione anti-casta, hanno capito questo gioco da molto tempo. Per questo e per altri motivi, hanno finito col disaffezionarsi alla notizia, che è il bene di cui vive il giornalismo.

Di fronte a questo mutamento di paradigma, di fronte a una rivoluzione tecnologica che ha cambiato radicalmente i rapporti di produzione e di consumo della notizia, il mestiere non ha saputo evolversi, se non esteriormente. Oggi è possibile leggere i giornali su iPad, ad esempio, ma la notizia viene scritta, con qualche leggera modifica dovuta allo stile e alle battute, seguendo le stesse regole di dieci, venti anni fa, spesso senza considerare che (almeno per quanto riguarda l’online), il lettore si è evoluto e pretende un nuovo tipo di rapporto con chi gli fornisce un bene per cui egli è disposto a spendere.
Non è un caso, al netto della qualità dei contenuti, che una delle iniziative editoriali nazionali di maggior successo sia Il Fatto Quotidiano, che ha costruito una buona presenza online e sulle reti sociali e, in chiave anti-sistema (dell’informazione), ha sempre sottolineato la sua indipendenza dai finanziamenti pubblici.

Ora, resto convinto che il giornalismo non morirà mai. I giornalisti faranno un’altra fine. La stanno già facendo, è inutile nascondersi dietro all’evidenza. E lo scenario futuro che si sta prospettando davanti ai nostri occhi non è dei più rassicuranti.

Il valore economico di una notizia, che è ciò che il giornalista “vende” al proprio editore, si sta spostando sempre più verso lo zero, complice la crisi e una serie di meccanismi economici e psicologici che stanno trasformando il prodotto informativo in “commodity”. A complicare lo scenario, penso soprattutto al nostro paese, è il trattamento misero riservato a collaboratori e freelance, sempre meno messi in grado di lavorare per produrre notizie di qualità. E non parlo solo di linea editoriale e di pressioni che un professionista può ricevere negli anni: spesso, di fronte all’evidenza di essere “pagati a pezzo”, conviene puntare sulla notizia sicura per garantirsi l’articolo in pagina piuttosto che su quella che può rivelarsi problematica o che prelude a un iter di discussione piuttosto lungo tra redazione e collaboratore.
Un meccanismo, questo, che ha finito con l’abbassare ulteriormente la qualità media dei contenuti prodotti. Come potete ben capire, arrivati a questo punto la miccia è accesa, e il circolo vizioso innescato.

Vorrei concludere questo mio pensiero, posto che sul tema tornerò altre volte. La notizia di una settimana fa – l’acquisto di Huffington Post da parte di AOL – e le successive polemiche da parte di blogger e giornalisti che da tre anni scrivono gratis e di quei 315 milioni di dollari non hanno visto uno spicciolo, deve far riflettere a proposito dello scenario che si prospetta in tema di “nuova informazione”. Sì perché se da un lato è evidente che i mandanti della morte del giornalista sono i cattivi editori, quelli collusi con altri interessi – ben diversi da quello di fare cronaca – è pur sempre vero che la produzione di contenuti dal basso, finora, si è rivelata un grande affare. Soprattutto per chi gioca al ruolo di “nuovo editore”.
Al netto di altre considerazioni, la vicenda dimostra il parziale fallimento delle politiche di crowdsourcing applicate all’editoria e all’informazione. Soprattutto perché sta facendo passare a tutti i livelli un concetto volontaristico della produzione di informazioni. Non che si tratti di ambiti che non possono coesistere: l’affermarsi del citizen journalism, laddove giornalisti stipendiati e collaboratori semi-professionisti possono convivere, lo dimostra.
Il caso Huffington sottolinea, semmai, la contraddizione che il settore sta vivendo. Schiacciato da un lato dalle politiche e dagli interessi di molti editori, che del professionista farebbero volentieri a meno (costa troppo, dicono), dall’altro la schizofrenia è tale per cui, una volta perso per strada (almeno a livello concettuale) il valore intrinseco di una notizia, il volontario si trova a essere il principale competitor del giornalista. E questo è solo uno degli esempi più eclatanti, perché di colleghi bravi scavalcati da chi non ha altro da chiedere se non pochi Euro a cartella, quindi ben al di sotto dei minimi sindacali, ce ne sono a centinaia.

In questo schema, l’editore è l’unico che trae vantaggio economico dalla produzione di notizie a basso costo. Il giornalista ‘tradizionale’ vede cancellare, passo dopo passo, i suoi diritti e la stessa possibilità di esercitare il suo lavoro. Terzo, si afferma una nuova figura professionale che talvolta, per sua stessa natura, lavora spingendosi oltre i limiti consentiti dalla deontologia professionale, ma soprattutto senza sapere che il suo lavoro – ok, apre a nuovi spazi di libertà personale e professionale – ma sta ledendo i diritti dei colleghi e della categoria, se così vogliamo chiamarla. Insomma, la guerra tra poveri.

Un collaboratore che lavora a 5 Euro a cartella é un danno per i colleghi. Un editore che cerca collaboratori disposti a scrivere gratis o quasi purché gli venga garantito un minimo di visibilità è un danno per il settore. Di tutto questo sono assolutamente convinto, e rifiuto la liturgia che vede nel cosiddetto Web 2.0 il nuovo che avanza a tutti i costi. Lo è, non sempre: bando agli entusiasmi quando non giustificati ed eccessivi. Questa almeno è la mia posizione: la posizione di chi è pronto a riconoscere pari dignità a chi scrive, si chiami giornalista, blogger, web writer o citizen journalist. Purché si giochi ad armi pari: quindi, diritti e doveri per tutti, non il ricatto economico per i giornalisti, e la giungla di regole per tutti gli altri.

L’enorme contraddizione della società italiana, per sua natura rimasta con la mente agli anni ’50, al fordismo e alla produzione materiale, è non saper applicare schemi logici e di buon senso anche alle nuove realtà che vanno via via affermandosi.
Un esempio: guardiamo con giusta e dovuta preoccupazione alla sorte degli operai Fiat, sempre più schiacciati dalla concorrenza dei loro colleghi polacchi, e non ci indigniamo allo stesso modo quando, con la scusa del crowdsourcing o di altri fenomeni internettari, si contribuisce a ridurre a zero il valore economico del lavoro giornalistico e quindi di chi lo esercita. Anzi, molti di noi – anche tra gli addetti ai lavori – si ritrovano a benedire un sistema che, sì, aprirà a nuovi spazi di informazione, ma riscrive pericolosamente verso il basso i diritti di tutti. Perché due pesi e due misure? E a chi conviene questo gioco al massacro?

Il giornalismo non morirà mai, perché la società avrà sempre bisogno di chi produce e smercia informazioni. Probabilmente gli editori si ricicleranno, come a suo tempo ha fatto la stessa Arianna Huffington, e troveranno una nuova veste per la stessa sostanza. Ma con la cosiddetta “forza-lavoro” come la mettiamo? Oppure abbiamo tutti accettato surrettiziamente che il Web è il territorio del ‘free’, e che quindi in questo schema il giornalista di oggi e di domani si trova a essere trasformato in un volontario?

Che il giornalista tradizionale, quello che in Italia é iscritto all’Ordine eccetera eccetera, non sia più centrale nel processo di produzione e confezionamento di informazioni, lo posso capire. Come posso capire che nascano e si affermino nuove figure professionali. Che però tutto ciò si trasformi in un pretesto per fare del giornalista la vittima designata, sacrificata assieme ai diritti sull’altare del processo di innovazione tecnologica, questo non lo accetto. Innovare e togliere diritti a tutti sono due categorie del pensiero molto diverse. Non cediamo alla tentazione di confonderle, in nome dell’esaltazione per il crowdsourcing o dell’ultima moda nata nel Web.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
5 commenti
  1. Luca Spoldi 18/02/2011

    Esistono due ordini di problemi mi pare nel settore dell’informazione (online e quindi anche offline):
    1) che prezzo è disposto a pagare un utente per leggere un “contenuto premium”, ossia una notizia, un articolo, un’analisi, un commento… che evidentemente ha valore in base alla capacità di chi lo scrive di dire cose non banali e di non limitarsi al copia-incolla di take d’agenzia (pratica diffusissima in Italia e non solo da decenni in tutte le redazioni “cartacee” e “online”)
    2) quanta richiesta vi sia di informazioni, analisi, riflessioni e approfondimenti che evadano dal mainstream che senti ovunque e in ogni momento alla radio, in tv, sulla carta, sul web. E di conseguenza quanta domanda vi sia di gente in grado di creare tali contenuti per sè o per altri

    Non uso come vedi la parola giornalista (personalmente sono un analista finanziario come formazione ed esperienza professionale, declinata negli ultimi 12 anni presso clienti di una mia società che fornisce contenuti a editori di cartacei e di siti di informazione, oltre che produrli per nostri singoli siti e progetti, ma sono pure giornalista pubblicista da qualche anno) perchè pure io credo che la “professione” intesa come albo, come diritti sindacali, minimi garantiti in base alla lunghezza dei pezzi (che nessuno più rispetta, del resto) etc sia superata. Non come importanza del produrre contenuti o delle capacità necessarie a farlo, ma come forma giuridica.

    Penso che Huffinton Post abbia mostrato come a volte e per alcuni ha senso cedere contenuti in cambio di visibilità, ma devi poi saperla sfruttare, ossia mettere a frutto. Ti trasformi da un venditore di notizie a un intermediario notizie/ricavi pubblicitari o di altro tipo… (qualcuno anni fa coniò il termine di infomediari se ben ricordo).
    Ma per converso in troppi “furbi” cercano solo di pagar poco e buttar dentro quanto più materiale possibile (su carta o su web) per poter a loro volta riempire spazi pubblicitari: del resto da anni gli editori, non solo in Italia, campano per un buon 60%-70% grazie agli introiti pubblicitari e solo per un 40%-30% da vendite di giornali o abbonamenti… (e sul web è ancora peggio, stiamo sul 90% contro 10% quando va bene).

    Soluzioni? Forse maggiore libertà di stampa, Il Foglio del resto ha mostrato che si può provare a vendere un giornale… per i suoi contenuti e non utilizzarlo solo come contenitore di pubblicità contornate di testi pagati il minimo possibile. Ma in Italia (e non solo: Cina o Usa non mi paiono meglio a ben guardare) chi vuole più libertà di stampa, più circolazione di idee, più capacità di pensiero (libero)? In pochi temo, così a fronte di una domanda ancora modesta di “contenuti premium” (ossia liberi e ben fatti, non fotocopie riciclate di “notizie” nate da veline e comunicati stampa ricopiati trenta volte dalle solite 3-4 agenzie) gli editori hanno agio a usare la loro forza economica per piegare i content creators (tra cui i giornalisti propriamente detti) ai loro interessi. Alleluja….

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  2. Luca Spoldi 18/02/2011

    Aggiungerei un piccolo post scriptum:
    la controprova della necessità di maggiore libertà d’informazione e più cultura (e quindi capacità di lettura, che genera maggiore domanda di informazioni e contenuti “premium” a mio parere) è data dalla storia di quanto accaduto in questi anni. Cosa ha generato la crisi del “giornalismo” e del modello di business tradizionale della carta stampata? La nascita dei free press prima e dei blog poi. In entrambi i casi informazione “gratuita” pagata interamente e solo dalla raccolta pubblicitaria.
    Ma perchè è nata e si è sviluppata “l’informazione gratuita pagata da pubblicità”? Perchè evidentemente non veniva percepito alcun maggior valore nei contenuti (a pagamento) dei giornali cartacei. Tutti simili, tutti fatti da copia-incolla-allunga il brodo rispetto ai “soliti” take e veline alla base della maggior parte delle “notizie”. Se si aggiunge che, come dimostrava uno studio di un annetto fa, circa l’80%-85% (vado a memoria) dello spazio viene occupato da un identico 15%-20% di notizie mentre per tutte le altre 80%-85% di notizie esistenti resta un 15%-20% di spazio… si capisce cosa ha portato allo stato attuale.
    E cosa servirebbe per cambiare le cose, secondo il mio parere personale nato da una dozzina d’anni di esperienza diretta.

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  3. piero.babudro 01/03/2011

    Ciao Luca, intanto grazie mille per l’intervento. Il tuo è un contributo molto articolato, quindi ho voluto riflettere attentamente prima di rispondere.
    Il tema del prezzo che il lettore è disposto a pagare per il bene informazione non è per nulla secondario, anzi. E’ anche (se non soprattutto) in conseguenza all’azione innovatrice del Web e delle tecnologie digitali se il valore percepito tende allo zero, ma lo dico serenamente – con gli occhi di chi accetta l’innovazione – non voglio far pensare che la mia risposta sia qualcosa tipo: “Ok, giornali a pagamento sul Web”, perché quello è un modello che non ha gambe solide.

    Tu inoltre fai riferimento a un particolare mica da poco: i giornali-fotocopia, e il copia-incolla da comunicati stampa. Voglio dire, il progressivo scadere della qualità dei giornali è un tema rispetto al quale editori e giornalisti devono recitare il mea culpa, senza tante scuse, e cercare di cambiare rotta con quei contenuti premium che, a mio modesto parere, sono da ricercarsi nell’articolo stesso e non solo nel formato/canale.
    Che guadagno ho io lettore a spendere per un bene che mi dà quello che altrove c’è gratis? Magari su un blog, un sito di informazione, oppure un sito che ospita comunicati stampa. E che guadagno ho a leggere un giornale (a pagamento magari) in formato iPad quando di fatto le notizie, gira e rigira, sono le stesse dell’edizione cartacea o dell’online. Teoricamente, un prodotto Premium potrebbe funzionare a) se il giornale in questione è una macchina sforna-esclusive (che però costano..) oppure b) se il giornale in questione è capace di analisi e predizioni di settore che la concorrenza non può dare (poniamo un Wall Street Journal rispetto al resto dei giornali economici).

    Il punto è che giornali sforna-esclusive non ce ne sono. A questo aggiungiamo pure che l’online si è specializzato molto, al punto che ha fatto sua quell’attitudine all’analisi che dovrebbe essere propria del mondo del giornalismo.
    E’ ovvio che questa mia frase va presa con le dovute cautele: non voglio ragionare a compartimenti stagni. Mondo del giornalismo e informazione, chiamiamola così, “non tradizionale” si sono compenetrati a un livello più profondo, per cui è difficilissimo capire dove sta la linea di confine (io stesso vivo a cavallo dei due mondi, se così vogliamo dire: giornalismo da una parte, blog e social network dall’altra).
    Da questo punto di vista ti dò ragione: il giornalista è un po’ una professione superata. Secondo me lo è da un punto di vista essenzialmente culturale. Diventa un problema quando si guarda al giornalista come professione superata anche da un punto di vista giuridico o sindacale. Perché lì c’è, ritengo, il punto forte della mia discussione: il fatto che, partendo da premesse giuste (l’innovazione, il ruolo del Web, i nuovi linguaggi ecc ecc ecc), molti editori stanno spingendo per giungere a conclusioni sbagliate. Che sono essenzialmente una: la precarizzazione della professione giornalistica, fenomeno che per certi versi era già in atto prima del Web.
    Risultato: far lavorare un’intera generazione in condizioni spaventose (magari conosci anche tu qualche collaboratore che vive a 10 Euro a pezzo, quindi ti sarai reso conto del problema..), se non allontanandola dalla professione. Il tema è questo: stanno azzerando una professione che, con tutte le sue pecche (la Casta esiste, eccome!), per secoli ha esercitato un’importantissima funzione di mediazione sociale.

    Con questo non dico “Torniamo al passato”, anzi. Però rifiuto l’idea che il modello Huffington Post rappresenti “il nuovo che avanza” dell’editoria, perché sfruttare 500 blogger (però si chiama “crowdsourcing”, che fa più cool) e poi rivendere il loro know-how a milioni é “il vecchio che avanza”, non il nuovo. E bisogna rendersene conto: oggi succede ai giornalisti… anzi, ai produttori di contenuti senza troppe distinzioni: domani potrà succedere ad altre professioni intellettuali, cui un giorno verrà detto che il loro know-how non ha più valore di mercato.

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