3
Set

Aylan

Se tu fossi mio figlio non starei qui a guardare la tua foto e cercherei un perché a tutto questo aggrappandomi al silenzio ingiusto che ti imprigiona. Invece sono qui, muto, davanti al computer, intento a dare una forma a tutto questo dolore, cercando di intuire le speranze che hanno mosso – che hanno costretto a muoversi – le persone in viaggio con te. A immaginare la tragedia, a contestualizzarla, a costruire una cornice attorno a tutti quei punti oscuri della Storia e dell’attualità che purtroppo una parte di me teme di conoscere molto bene.

Silenzio. Non possono nascere parole davanti a quanto sta accadendo. E se torno a scrivere su questo blog dopo molti mesi è solo perché questo silenzio, il mio stavolta, fa a pugni con l’urgenza di imprimere una direzione a quanto sento. Hanno detto che la tua foto, l’ultima e forse la prima…  hanno detto che la tua foto con la faccia nel fango farà la Storia, al pari della bambina ustionata dal napalm o del piccolo a mani alzate nel ghetto. Hanno detto di aver parlato a lungo in redazione prima di decidere se pubblicare la foto, quando questa girava online da molte ore. Hanno detto che quest’immagine rappresenta il limite ultimo della nostra umanità. O la riscopriamo ora, oppure i giochi sono fatti, ed è solo barbarie.

Non hanno detto che oggi il napalm siamo noi, con i nostri cannibali modelli di sviluppo. Non hanno detto che oggi il nazista che scorta bambini verso la morte è quell’idea di progresso che da centinaia di anni sta rubando al mondo le sue risorse e a chi ha la fortuna di nascere lontano da fame e guerra la sua umanità.
Siamo noi i robot che la fantascienza immaginava, antropomorfi e insensibili. Carnefici. Carnefici due volte: la prima perché non abbiamo alzato sufficientemente la voce con un mondo perverso, costruito ad arte nelle Borse e nei Palazzi di vetro, progettato per produrre squilibrio, diseguaglianza, povertà, crisi, guerra. La seconda perché negli anni abbiamo imbastito, facendone parte a vario titolo, un meccanismo altrettanto perverso: quello del racconto della realtà e della denuncia sociale. Un meccanismo oggi appiattito sull’intrattenimento e sovente privo di reale contenuto. Oggi gli occhi sono incollati sulla tua foto, domani il flusso di immagini ci porterà altrove, laddove ci sarà una nuova emergenza da raccontare, magari col cipiglio di chi si indigna di fronte al mondo, eppure sa di non avere reali chance di capirlo e, in ultima analisi, modificarlo.
Il carrozzone dei media si pulisce la coscienza esponendo la tua sindone, si bea della propria indignazione giusto il tempo di immaginare un nuovo scoop e quindi organizzarsi per correre dietro al prossimo motivo di turbamento, sdegno, vergogna. Alla prossima immagine. Perché è quello che vuole: sentirsi turbato, vivere di questo turbamento alimentandosene. Ma a distanza, dietro la rassicurante presenza di uno schermo.

Il postmoderno, la fine di ogni racconto possibile, prevede anche questo. Che la logica dello spettacolo ti conceda un giorno di proscenio a conclusione di tre anni di anonimato. Perché oggi sei una notizia. Domani, chissà.
E’ la logica dell’emergenza permanente. Sei utile a questo meccanismo in vari modi: nella misura in cui ti proponi come problema di ordine pubblico, quando ti offri come bersaglio innocente di chi blatera a vanvera “aiutiamoli a casa loro”, “io non sono razzista ma…”. Sei utile a chi predica le ruspe o dice di stappare spumante da quattro soldi quando il telegiornale annuncia asettico l’ennesimo naufragio. Sei utile ai buoni per sentirsi tali. Sei utile a chi grida “meno uno!” e lo può fare solo perché la fortuna, e non qualche particolare abilità o sensibilità, gli ha concesso di nascere in una parte tutto sommato fortunata del mondo. Quella che esporta democrazia, modelli di vita e di consenso, waterboarding e nuove diseguaglianze.

Se tu fossi mio figlio ti direi che tuo malgrado sei il simbolo di un sistema che ha abdicato a ogni nobile intento di raccontare il mondo, di permetterci di capirlo al di là di schermi freddi e tastiere che sprigionano punti di vista alla stregua di cellule impazzite. Ma soprattutto ti direi che rappresenti il fallimento di tutti coloro che ora sono qui e non hanno gli strumenti – perché non li hanno mai cercati – per chiedersi “E se tu fossi mio figlio?”. Il black out di un’umanità muta, capace solamente di riprodurre il disastro attraverso un flusso incessante di immagini, senza gli strumenti per interpretarlo e cambiare rotta. Senza immaginare, in definitiva, un nuovo modo di stare al mondo, che prevenga, capisca. Accolga.

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
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