30
Set

All is violent, all is bright — #blog #musica #memoria

Il sottotitolo potrebbe essere “di post in post”. Per dire che ogni tanto mi stupisco del potere di un blog. Che non è solo un collettore di pensieri e suggestioni, uno strumento di business oppure di divertimento, ma può diventare un “diario di bordo” nel senso più vero della parola. Un’interfaccia, un canale di comunicazione tra i diversi “noi stessi” che ci abitano e ci rendono unici, una macchina del tempo che, di colpo, in una mattina di fine settembre, quando il cielo grigio si è già impossessato da ore di una Milano alle prese col solito galoppo degli uffici e del terziario, schiude il tempo verso altri tempi, dispari e imperfetti, ma proprio per questo sublimi.

Tutto nasce da un fatto di una banalità estrema. Da un concerto in programma giovedì 3 ottobre. Ho preso i biglietti sabato documentando l’acquisto su Instagram (non potevo esimermi dal farlo).

 

Bene, ora comincia la “recherche”. Il 27 dicembre 2011 scrivevo su Segnalezero “The End of the beginning“, un’ipotetica lettera ai Maya, che di lì a un anno avrebbero chiuso un’epoca, come infatti pare sia accaduto. Il titolo di quel post, “la fine dell’inizio”, è un gioco di parole mutuato dal titolo di una canzone dei God is an Astronaut, band che torna spesso nel mio blog, come si può vedere anche dalla pagina Soundtrack. Oggi, per puro caso, dopo aver parlato con alcuni amici del concerto di giovedì, ho riletto il post. Ho immaginato l’attimo in cui lo scrivevo. A distanza di quasi due anni mi rendo conto di non aver ancora capito del tutto la portata di quel post, chiaro indice (a scorrerlo a ritroso) di quel sinuoso e seminascosto incedere del tempo e delle umane vicende che spesso tendiamo a dimenticare, sopraffatti dal superfluo e dal già visto. Facciamo progetti, ci concediamo elucubrazioni, perdiamo d’occhio la concretezza, viviamo di visioni sempre più simili a un telefilm. La “reality” sostituisce la realtà, ci scordiamo che le imperfezioni, le fratture, gli anfratti, il silenzio, l’assenza e il non detto… beh, piaccia o no, sono gli spazi entro cui scorre il fiume della vita e delle relazioni umane, cyborg e non.

Ben venga il virtuale, ma se non c’è un reale a sostenerlo, allora siamo nel campo della sterilità, e chissenefrega se l’etichetta “2.0” la rende più sexy, almeno teoricamente.
A quasi due anni di distanza da quel post sono allo stesso posto di prima. “..a scrivere, al computer, alla lavagna, in classe, in mezzo a milioni di byte che mediano lo sbocciare di relazioni umane nuove. Nel mio mondo virtuale, trasparente. Come sempre”. In apparenza non è cambiato nulla. Se però lascio che il silenzio invada lo spazio entro cui le mie dita si scontrano con la tastiera, percepisco in tutta la sua vitalità la forza di quegli anfratti di cui vi parlavo poche righe fa: le loro contraddizioni, la sottile linea tra parole e silenzio, chiasso e riflessione. Tra il tempo lineare e, diciamocelo, un po’ ripetitivo della quotidianità e i lampi asincroni che un post di due anni fa (o una frenetica serie di associazioni mentali) ti può e ti sa regalare. Lampi forse violenti, di quella violenza benedetta che ti regala il vissuto nel momento in cui decide di spingere sull’acceleratore, eppure splendenti. Violenti, splendenti. Di nuovo una citazione, stavolta involontaria (o quasi). “All is violent, all is bright”, di quella violenza e di quella luminosità che lascia senza fiato giusto un attimo prima di rivelarsi col suo vero volto: uno dei momenti in cui il tempo imperfetto abolisce il tempo, il presente smette di scorrere per un po’ e resta la consapevolezza di chi siamo stati e siamo. Un attimo dopo emergerà di nuovo l’eterno dilemma di chi vogliamo essere, corda tesa tra istinto e ragione, ma per una frazione di tempo non ha senso domandarselo, perché semplicemente non c’è.
Lampi, dicevo, cui segue un altrettanto rapido atterraggio. Piedi per terra, nuove consapevolezze, sorrisi: quelle cose lì.
Ma se dovessi dare un significato a tutto ciò cosa potrei dire? Non lo so, mi fermo qui, forse per pudore. Non sono credente, né so quali variabili determinano la nostra eXistenZ. Ma mi viene naturale interpretare tutto ciò come atomi di un’incessante e muto mantra. Come una preghiera a un Dio severo e distante, assiso in mezzo ai suoi astronauti.

 

 

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
7 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo non sarà pubblicato. I campi richiesti sono contrassegnati*