28
Mar

Bolla digitale: ci risiamo?

Una bolla dopo l’altra? L’America ustionata dall’ultima crisi finanziaria inizia a interrogarsi sulla reale tenuta di un settore mai così vitale e cruciale per i suoi destini: quello tecnologico. E in questi giorni lo fa tramite il blog Dealbook, pubblicato dal New York times e curato da Andrew Ross Sorkin.

In un lungo post, l’autore esamina la situazione attuale, che per certi versi somiglia a quella creatasi alla vigilia dello scoppio delle dot.com. Uno scenario che gli esperti conoscono molto bene. Immensi capitali investiti in aziende che, viste dall’occhio esperto, sembrano tanto tigri di carta, business plan deboli se non inesistenti, un panorama che si regge in piedi principalmente grazie all’entusiasmo. E a promesse, finanziarie e non, che rischiano di non essere mantenute. Il rischio, come allora, è che si crei una pericolosa struttura a domino per cui, caduta la prima tessera, anche le altre vengono trascinate nel baratro. Con tutto il corollario facilmente immaginabile: miliardi bruciati, fiducia degli operatori minata, posti di lavoro cancellati, un mercato da ricostruire.
E se allora, deflagrate le dot.com, dal pantano si era usciti anche grazie all’invenzione concettuale e di marketing del Web 2.0, che come sappiamo bene è nata nel momento in cui c’era bisogno di serrare la fila e ridare slancio a un settore in cui pochi sembravano credere ancora, ora è difficile pensare a quale possa essere l’antidoto.
L’articolo si trova a questo link; ne consiglio un’attenta lettura, che vale sia come ripasso per chi si è perso qualche pezzo della vicenda, ma anche come importante spunto di riflessione per chi l’ha seguita, anche solo in parte.

28bubble-graphic-blog480.jpg

Le voci che si incrociano nell’articolo sono molte. E riportano punti di vista diversi ma mai banali. C’è chi, come Thomas Weisel Partners Group, sostiene che oggi il rischio bolla sia più grande e serio di dieci anni fa, dato che i capitali investiti attualmente sono superiori. Chi (Stefan Nagel dell’università di Stanford) si lamenta del fatto che moltissime aziende digitali non abbiano business plan credibili (o non ce li abbiano proprio), mentre sono poche, pochissime, quelle che hanno raggiunto una dimensione globale e, soprattutto, producono ricavi dalla loro attività.
Insomma, non è che si sta finanziando un mondo a perdere? Presto per dirlo, forse. Certo è che il New York Times non è l’unica testata che di questi tempi comincia a porsi le prime, legittime domande.

A limitare i danni di un possibile fallout, continua l’articolo, potrebbe essere il ristretto numero di compagnie che hanno riscosso l’interesse degli investitori. Come a dire, se ci dovesse essere un contraccolpo finanziario, i danni sarebbero limitati. Resta il fatto che le attività di hedge fund e private equity impensieriscono alcuni investitori. Molte di queste realtà stanno investendo miliardi: Accel Partners, grosso investitore su Facebook, ne sta raccogliendo circa due, ed è solo uno degli esempi fatti da Sorkin.

In attesa di sviluppi, sinceramente faremmo meglio a tenere sott’occhio una certa “bolla culturale” connessa a particolari dinamiche del Web 2.0. Un argomento spinoso, che ho trattato più volte e sul quale tornerò.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo non sarà pubblicato. I campi richiesti sono contrassegnati*