18
Lug

Cassandra

Poi succede che la vita va avanti. Si cresce, ci si trasforma. Si diventa adulti e si fanno mille esperienze. Le facce attorno a noi cambiano, altre invece rimangono lì a ricordarci la nostra storia e il nostro percorso.
Intanto gli anni scorrono, il tempo si esaurisce piano. Ne passano dieci; di colpo ti rendi conto di chi sei, di chi eri e di cosa è accaduto attorno a te in questi dieci anni. Di quel pezzetto di Storia di cui, a tuo modo, hai fatto parte.
Genova dieci anni dopo. Un bel titolo per un film. Solo che questo non è uno di quei prodotti sfornati dalla catena di montaggio hollywoodiana, ma un pezzo di Storia. Un momento in cui le vicende personali si intrecciano con il vissuto del Paese, le sue contraddizioni, le sue omertà, i suoi delitti impuniti.

Più o meno a quest’ora, dieci anni fa, assieme a un gruppo di italiani, sloveni, croati, serbi e austriaci iniziavo un viaggio che per molti di noi avrebbe significato un cambio di prospettiva nel vedere il mondo. Togliendoci dagli occhi quella patina di ingenuità giovanile tipica dei ventenni, ma donandoci l’orgoglio di dire: “Io c’ero. Ci ho provato”.
Partimmo dalla stazione di Monfalcone per raggiungere Genova. Avremmo sfilato pacificamente, ma decisi. Decisi a farci ascoltare. Crisi climatica, crisi energetica, rischio di crac finanziari, speculazioni, emigrazioni di massa, scarsità di materie prime, modelli di sviluppo alternativo, sostenibilità. Il pericolo di una politica asservita agli interessi economici e finanziari internazionali. Queste erano le “armi” di una generazione, oggi per lo più composta da trentenni e quarantenni, che voleva lanciare un allarme a beneficio di tutti.
Tutti concetti che allora non vennero ascoltati, sommersi da incomprensione, calcolo politico, botte, soprusi, gas. Morte.
Tutti concetti che la cronaca ha via via riportato alla ribalta – e continua a farlo ancora oggi – nel momento in cui si sono trasformati in allarme, emergenza, pericolo.

Non voglio fare l’apologia del Movimento di quei giorni. Negli anni me ne sono allontanato in maniera netta, per mille motivi. Tra cui il fatto che la strategia, la cosiddetta “gestione della piazza” fu sbagliata in più punti. L’impressione di essere stato carne da cannone è forte.
Un esempio? So per certo di avvertimenti arrivati dalla Questura di Genova, la notte tra il 19 e il 20 Luglio 2001. “Ragazzi, state attenti! Domani faranno scendere in piazza i reparti scelti, vi attaccheranno. Vi vogliono imbottigliare qui, qui e qui”. Qualcosa del genere.
Non vennero ascoltati. Puntualmente, fummo imbottigliati. Accadde all’altezza dell’incrocio tra Corso Torino e Via Tolemaide. Un budello. Vedere con i miei occhi, a dieci anni di distanza, quella via mi ha fatto intuire tutto il tempo speso dai Reparti speciali a studiarsi la mappa di Genova nei minimi dettagli, in modo da attaccare nel punto giusto, con una manovra a tenaglia che ci avrebbe impedito ogni via di fuga.
Lì la strada é larga non più di sei-sette metri. Da un lato la massicciata di Brignole, quattro e più metri da scalare; dall’altro i palazzi. Dietro, un serpentone bloccato di circa 16 mila persone. Impossibile anche solo pensare di fare un passo. Davanti, l’agguato. Premeditato.

Cominciò così, poco dopo le 14.30 del 20 Luglio 2001, la settimana più lunga della mia vita. Sì perché poi ci misi quasi una settimana a tornare a casa.
Fino a pochi secondi prima stavo conducendo delle interviste per conto dell’Università. Facevo parte di un progetto della cattedra di Sociologia. Il mio compito era raccogliere testimonianze sull’esperienza del G8 e quindi sentire manifestanti, qualcuno tra i pochi genovesi rimasti in città, poliziotti. Anche loro, perché? Perché fino al primo pomeriggio del 20 Luglio 2001 noi tutti eravamo convinti di partecipare a un momento importante, per la storia del Paese e per noi stessi, ma non drammatico. Ok, ci sarebbe stata qualche contrapposizione, però in modo contenuto. Da una parte i potenti del mondo, dall’altra gli ultimi.

Niente da fare.
A partire dalle 14.30, in capo a un’ora mi ero già trovato, mio malgrado, a scappare, calpestare delle persone e a mia volta rischiare di essere calpestato, scalare una rete di recinzione, rifugiarmi in un palazzo, riprendermi dagli effetti collaterali di gas vietati persino in caso di guerra. Poi, ricevute le prime cure da un gruppo di infermieri volontari, aggregarmi a loro. Strano destino.
“Qualcuno di voi sa l’inglese?? Abbiamo dei feriti stranieri e non si capisce un cazzo di quello che dicono”.
Si fidarono del mio sì. Non fecero altre domande.
Il mio compito era spiegare al malcapitato di turno che, sì, lo avrebbero curato ma, no, non lo avrebbero mandato in Ospedale perché presidiato dagli agenti.
Tutto questo schivando proiettili di varia natura (circa venti i bossoli raccolti a fine giornata, come ricordano le cronache di allora), evitando il pestaggio organizzato e consolando come potevo perfetti sconosciuti, atterriti, ai quali veniva applicata una quantità variabile di punti di sutura (dai tre ai quaranta), disinfettante rosso, garze, cerotti, stecche provvisorie. E poi denti rotti, polsi slogati, teste aperte. Una gamba spezzata all’altezza della tibia.
Sotto i nostri occhi, per il resto del pomeriggio, è passata un’umanità variegata, compresa a occhio tra i 16 e i 50 anni. Maschi. Femmine. Ricordo uno con una divisa (sembrava un paramedico o qualcosa di simile); ricordo una donna, tutto sommato intera ma in preda al panico.
Ma non ricordo nessun Black Block. Ho visto solo persone che avevano paura, non quell’odio stupido che mette a ferro e fuoco, inutilmente, banche e agenzie interinali.

Poi, ferito dopo ferito, sutura dopo sutura, ci dissero che il corteo si stava ritirando. Non era più possibile stare lì, nemmeno sul tratto autorizzato dalla Questura, che è poi il tratto dove inspiegabilmente il corteo venne attaccato. Gli scontri sembrarono placarsi. Si ritornò allo Stadio, divenuto in quei giorni gioiosa e caotica tendopoli.
Trovai qualcuno dei ragazzi con cui avevo affrontato il viaggio in treno. Un nostro amico era finito all’ospedale, venni a sapere. Chi ha visto la scena del pestaggio non la dimenticherà facilmente, questo l’ho capito poi, negli anni. Io nel frattempo avevo i vestiti da buttare, da quanto sangue avevano assorbito. Ricordo ancora l’odore di mandorla che impregnava ogni cosa.
E mentre quella strana colonna di persone aveva già iniziato a ritirarsi, lo sparo. Quello sì, purtroppo lo ricordo ancora. Nitido rimbomba.

È in quel momento che è iniziata l’età adulta, quella in cui cominci a capire come stanno veramente le cose. Di domande a cui non trovare risposta ne avrei avute a bizzeffe negli anni successivi. Ho studiato l’argomento, mi sono documentato. Ho parlato con le persone, ho cercato di spiegare. Ho mostrato foto, ho ascoltato i racconti di chi c’era. Ho capito che, nel mese precedente al G8, qualcuno aveva lavorato alacremente per trasformare una città in un set cinematografico. Chiedetevi come mai i danneggiamenti sono avvenuti sempre a tiro di telecamera. E chiedetevi come mai, in quei giorni, Genova iniziò a pullulare di automobili vecchie e decrepite, modelli anni ’60 con targhe mai viste prima. Comparivano così, all’improvviso, proprio ai lati di dove sarebbero dovuti passare i cortei. Venivano incendiate dieci minuti circa prima del passaggio del corteo che, arrivato sul luogo, si doveva confrontare con la Polizia all’attacco. E quegli scooter: in sella una o due persone, rigorosamente vestite di nero dalla testa ai piedi, che si rifugiavano dietro ai cordoni di Polizia. O quell’uomo incappucciato, che esce dal corteo e si mette davanti a un plotone di 200 Carabinieri, ordinandone il pronto ritiro con un gesto della mano.

Sono tornato a Genova più volte, sempre con un certo groppo al cuore. E ci tornerò nei prossimi giorni. Anche se lontano dalle manifestazioni ufficiali, per una serie di motivi che non mi va di spiegare qui.
Nei giorni successivi al 20 Luglio 2001 ho rischiato di finire in mezzo al tritacarne del lungomare genovese, ho evitato la Diaz complice l’intuito di un amico che ci ha portato a Milano. Sono riuscito a tornare a casa in treno. I controllori non si azzardarono nemmeno a chiederci i biglietti. Uno di loro, timidamente, ci rivolse uno sguardo a metà tra l’incoraggiamento e la solidarietà. Ma non osò rivolgerci la parola.

Infine, il ritorno a casa. Il sonno agitato per settimane, i nervi tesissimi al primo udire una sirena per strada.
E ora, dopo dieci anni? Rabbia e senso di ingiustizia, assieme alla sfiducia. Però, in qualche modo, anche una sensazione molto particolare.
Nonostante tutte le sue pecche e la conseguente disillusione che sarebbe venuta poi, posso affermare senza paura di essere smentito che quel Movimento aveva un unico difetto: avere ragione su tutta la linea. Parlava di crisi climatica, di crisi energetica, di collasso finanziario, di speculazioni, di emigrazioni di massa. Denunciava il problema dell’acqua come bene universale, parlava di Tobin Tax e di modelli di sviluppo alternativo, possibili e necessari. Di una politica sempre più cameriere dei banchieri.

Ma il G8, il mio G8, è stato anche altro: amicizia, affetto, legami che si sono creati lì e sono durati nel tempo. Fino ad arrivare a siparietti tragicomici, tipo barzellette e canzonette sconce cantate in gruppo per allentare la tensione, o quel signore genovese che, nel tentativo di tirarci fuori da un labirinto di viuzze, issò sull’asta di una bandiera la locandina di una rivista scandalistica strappata a un’edicola. Si mise alla testa di un centinaio di persone e urlò: “Seguite il poster!”. Avevo gli occhi gonfi, non vedevo a un metro, ma quell’immagine me la ricordo. Intravidi una top model e il suo generoso bikini. Lo seguii e arrivai assieme agli altri in un posto sicuro, una chiesetta che ancora oggi fatico a ritrovare.
A pensare a quell’intermezzo sorrido ancora oggi, perché nella tragedia siamo riusciti a trovare qualcosa di divertente. A ridere. Di cuore.
A riscoprire l’umanità in mezzo a quella trappola per topi.

Mi ci è voluto un po’ a concettualizzare Genova, che ormai per me non è più solo una città. Negli anni, di fronte a domande sul G8, ho rifilato ad amici e conoscenti delle prediche di ore, raccontando loro una serie di avvenimenti disordinati e confusi. Ho mostrato la mia mascherina, le foto che ho scattato, il materiale che ho raccolto.
Sono arrivato a una sintesi. E oggi, in tutta serenità, posso dire quanto segue.
Parlavamo di questioni internazionali che negli anni successivi avrebbero riempito le pagine di cronaca, pur restando tuttora irrisolte. Denunciavamo i rischi di un mondo sempre più interconnesso eppure sempre più vuoto di valori. Parlavamo di futuro, in un mondo che oggi pare non averne.
Non siamo stati ascoltati. Non ci hanno creduto. Ci hanno aggredito per farci tacere.
Eppure le nostre scomode verità oggi sono davanti agli occhi di tutti.
Ci hanno costretto a incarnare un ruolo che non volevamo.
Perché noi siamo stati Cassandra.

Commenti (Facebook)

5 commenti
  1. Matteo Bianconi 19/07/2011

    Da pelle d’oca.
    A metà tra racconto e reportage porti chi legge fra quelle vie.
    Al prossimo incontro vedremo di fare altre chiacchiere, ovviamente.

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  2. piero.babudro 19/07/2011

    Grazie caro, quando vuoi 🙂 Ho una marea di materiale: foto, volantini ecc.. Se avrai pazienza, finirò il racconto.
    Le cose strane di questo periodo sono due: la prima è che stanotte ho scoperto che a Genova in questi giorni si tiene una mostra chiamata “Cassandra” O_o
    Ok, metafora facile, ma chi poteva immaginarlo..

    La seconda è che, dopo aver finito questo post, mi sono tornati in mente mille altri piccoli particolari su quel viaggio.

    Strana roba la memoria..

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  3. Alessandra 19/07/2011

    Sei bravissimo e racconti un fatto di grande importanza. Grazie per questa testimonianza. Ale

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  4. Mila 10/10/2011

    questa sera ho potuto apprezzare la tua semplicità ed efficacia come insegnante. qui scopro davvero molto di più. buona serata

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  5. piero.babudro 11/10/2011

    Grazie Mila 🙂

    Rispondi

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