Workshop ‘Arduino e il riciclo elettronico’ (27-28 febbraio 2010)

March 3, 2010 by piero.babudro · Leave a Comment
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Un robot rotto riprende a muoversi grazie a sensori a infrarossi opportunamente adattati. Un cellulare d’annata viene modificato per rilevare la temperatura dell’ambiente circostante. Una macchina radiocomandata che sembra uscita da una pubblicità anni ‘90 resuscita grazie a un pannello solare che la rende ‘green’ al 100%.
Arduino_logo.png
Tre idee molto diverse, un unico comune denominatore. Essere realizzate con materiale elettronico di scarto e utilizzare la scheda Arduino, progetto hardware open source che da un po’ di tempo si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama tecnologico internazionale. Al punto da finire nella lista ‘Top 10 Internet of Things products 2009′ stilata dal New York Times.
Cornice di questi e altri progetti è stata la due giorni ‘Arduino e il riciclo elettronico’, workshop tenutosi a Milano lo scorso weekend con il patrocinio di Tinker.it e LBi IconMedialab. Un momento di incontro e formazione, di aggiornamento e condivisione del know-how che ha coinvolto un pubblico variegato formato da artisti digitali, designer, sfegatati dell’elettronica, professori universitari, studenti, semplici appassionati e neofiti provenienti da tutto il paese. Ma anche l’occasione per fare il punto su Arduino – nato ormai cinque anni fa in seno all’Interaction Design Institute di Ivrea – e il suo sogno di un hardware libero, privo di brevetti e lontano anni luce da logiche commerciali e di profitto.
“Innanzitutto occorre sfatare un mito – spiega Massimo Banzi, Chief Technology Officer di Tinker.it, cofondatore di Arduino e docente del worskhop. – Arduino spesso viene associato al mondo degli artisti multimediali, e invece non è sempre così. In molti ambienti il pregiudizio è nato perché la scheda ha saputo rendere l’elettronica e la programmazione accessibili a tutti, rompendo il monopolio di ingegneri e aziende.”
E infatti non si tratta solo di roba per hobbysti e smanettoni. A partire dallo starter kit di Arduino, distribuito in una quarantina di paesi e acquistabile online a ‘prezzi politici’, sono nate molte idee innovative. C’è chi ha inventato la carta da parati interattiva, chi un tavolo touch-screen che consente a 20 persone di lavorare insieme a un progetto. Chi ha costruito radiosveglie interattive, prototipi di lampada poi commercializzati da aziende del settore, macchine del caffè, interfacce alternative per iPod Touch e iPhone. E ancora, lettori mp3, sistemi per la domotica o la cura delle piante d’appartamento. Fino ad arrivare a Chris Anderson, direttore di Wired Usa, che in piena sintonia con la filosofia del ‘Do It Yourself’, ha messo a punto un sistema elettronico di guida automatica per aerei radiocomandati, aprendo di fatto a una nuova generazione di droni fatti in casa, fortunatamente per scopi ludici e non per la guerra hi-tech.
Intanto gli incontri pubblici vanno avanti, e Arduino continua a fare proseliti, intrecciando esperienze e intelligenze. Tutto è cominciato cinque anni fa a Madrid, sede del primo incontro di questo tipo. Poi è venuta la volta di Londra, dove tuttora i meeting si tengono a cadenza regolare ogni due settimane. In Italia l’interesse per l’hardware libero sta crescendo a ritmi record: siamo il secondo paese più attivo sul forum ufficiale di Arduino. Inoltre, le idee più belle e originali realizzate durante il workshop verranno esposte fuori salone presso il Milano Green Festival 2010, manifestazione prevista per il prossimo aprile e dedicata ai nuovi stili di vita ecosostenibili.
Ma al di là dell’hype mediatico e del fascino concettuale per l’iniziativa, Arduino può rappresentare una concreta possibilità di guardare alla globalizzazione dei saperi, localizzando il baricentro economico e di know-how. Banzi ne è convinto. “Pensiamo a tutte le piccole e medie imprese italiane che non possono investire in ricerca e sviluppo”, ci dice a margine della due giorni. “Potrebbero consorziarsi e costruirsi l’hardware di cui hanno bisogno, a prezzi bassissimi e mantenendo nel nostro paese la ricchezza economica prodotta. Un modo per affrontare il tema dell’innovazione, problema che in Italia è più politico che tecnologico, e di cui spesso si parla male e a sproposito.” Insomma, partire da una macchina radiocomandata per modificare assetti produttivi, catene del valore e filiere. Dopotutto, anche un viaggio di mille miglia inizia da un piccolo passo.

Le vite degli altri

November 24, 2009 by piero.babudro · 1 Comment
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Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico – sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.

Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani.

Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza, ha annunciato la chiusura delle testate. Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di  un  venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico. L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono  una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management  della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono  loro,  quelli della Reed)  non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: Le vite degli altri, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed  affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché il vile muore sempre due volte.

Grazie

Nuccio Barletta

Nobel per la pace: Internet???

November 19, 2009 by piero.babudro · 8 Comments
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Non mi convince. Internet for Peace, iniziativa di Wired per candidare il web al premio Nobel per la Pace 2010, mi sembra più una mossa comunicativa furba che una proposta concreta.

Non sono le motivazioni a lasciarmi perplesso.  Sono convinto (sfido chiunque a sostenere il contrario) che la Rete abbia contribuito non poco all’abbattimento di barriere culturali e politiche, ricoperto un ruolo fondamentale per aumentare la coscienza civile di nazioni intere. Nel nostro paese, ad esempio, sembra essere l’unico antidoto a un potere che mischia in soluzione di continuità (e spesso senza ritegno) res publica e res catodica.

Guardando a situazioni tutto sommato ben più gravi, ha sorretto le rivolte di Teheran con il passaparola online – giusto per citare eventi recenti – così come ha dato modo di esprimersi a Yoani Sanchez e agli altri blogger anticastristi. Se oggi noi conosciamo molti degli orrori che quotidianamente avvengono in Cina o nei paesi arabi, lo dobbiamo a chi cura clandestinamente blog e riviste online, rischiando di essere torturato o di morire in qualche prigione segreta.

Tutto vero. Ma allora sono queste persone a meritarsi il Nobel!!

L’errore di fondo oggi è confondere il semplice mezzo con chi invece anima l’azione di pace.

Oggi Internet è un luogo sociale e di condivisione. C’è chi lotta ogni giorno in difesa della libertà di espressione, chi invece la utilizza per altri fini molto meno nobili. Ma di per sé rimane uno strumento neutro: lo puoi usare per fare del bene, per comunicare all’esterno, oppure per una profilazione di massa dell’audience online, o ancora per mettere il bavaglio alla stampa di opposizione.

L’importante è avere ben chiaro il concetto: qualcuno sta mitizzando lo strumento Internet oltre ogni ragionevole dubbio. Probabilmente ci sono anche dei fini economici dietro alla proposta, se è vero che a sostenere l’iniziativa ci sono aziende le cui politiche ‘internettiane’ sono discutibili sotto molti punti di vista.

I nomi li sappiamo: sono in calce all’articolo di Wired. In mezzo a loro troviamo chi alimenta una rete fatta di ‘walled garden’ a danno della libertà dell’utente e del diritto di una navigazione libera, chi sui suoi telefonini blocca Skype, chi invece in Italia predica bene mentre in passato è stato complice di quelle stesse autorità cinesi che vedono Internet come fumo negli occhi, chi non muove un dito contro il digital divide.

David Rowan, direttore Wired Uk, ha detto che la Rete “ha dato a tutti noi la possibilità di riprenderci il potere dei governi e delle multinazionali.” Non è del tutto vero. Lo sta disintermediando, e ha spostato i centri di potere altrove dai luoghi tradizionali. Ma non per questo siamo più liberi.

Quello che un tempo avveniva nei palazzi della politica, oggi viene deciso in altre sedi. Ma non per questo le multinazionali o i governi sono meno potenti. Sono più sfuggenti, tutto qua.

 

(Intendiamoci, sempre meglio Internet di Henry Kissinger, Nobel per la pace nell’anno del golpe cileno.)  

 

 

 

Unpacking Smau 2009

October 21, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
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Scrivo di ritorno da Unpacking Smau 2009, l’evento per blogger e giornalisti online organizzato alla vigilia della consueta fiera dell’elettronica di Milano.

L’intento degli organizzatori è stato aprire le porte degli stand ai blogger, mostrando loro – in anteprima – le novità di quest’anno. Ma soprattutto accreditarsi presso la platea digitale italiana come ‘piattaforma’ (progettuale, comunicativa) di riferimento per le nuove tecnologie, per chi le vive quotidianamente, per chi ne scrive sul proprio blog o sui giornali per cui collabora.

Questo in un momento in cui il mercato Ict nazionale sta ai minimi storici. I dati presentati dalla School of Management parlano chiaro: il comparto è in flessione per il 7,5% anno su anno, mentre oltre un terzo delle aziende ha rinunciato a investire in progetti Ict ritenuti rilevanti: Nel 2008 la stima era del 55%, nel 2009 solo del 38%.

Tornando all’evento, va apprezzato il tentativo degli organizzatori, che lavorano a un incontro interessante e ben organizzata ma forse troppo uguale al classico ‘format conferenza’ cui sono abituato per lavoro.

Anche gli argomenti e i termini usati mi sono parsi poco in target con la platea cui si voleva parlare, eccezion fatta forse per il nuovo blog di Smau.

Mettendo assieme questi elementi a quelli raccolti in altre occasioni, mi è sembrato di notare che il tanto decantato rapporto blogger-aziende si sia un po’ sgonfiato. C’è una fase di stanchezza, insomma, i cui motivi vanno analizzati nella più generale stanchezza di un mezzo espressivo che, almeno nel nostro paese, ha perso gran parte della spinta propulsiva degli inizi.

Detto questo, va ringraziato allo stremo il sempre valido Flavio dell’ufficio stampa Smau. Oltre a fare in modo ottimo il suo lavoro, se oggi non ci fosse stato diversi tra noi non avrebbero mai trovato la location della conferenza, perdendosi tra stand ancora da costruire e indicazioni fuorvianti date dal personale della Fiera.

Secondo punto: mi sono girato quasi tutta la fiera senza pass, il che la dice lunga sui controlli all’entrata ;)

Per un manifesto del (non) fare

October 5, 2009 by piero.babudro · 4 Comments
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I principi del ‘Cult of done manifesto’ fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell’ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.

a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.

b. Il secondo é l’inflazione di tesi precostituite, le quali – per loro natura – fino a quando non sono calate nell’esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.

c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.

Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.

1. ‘Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, Azione e completamento’
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l’ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l’uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.

2. ‘Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.’
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l’accento sull’esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.

3. ‘Non c’è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.’
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l’esistenza con questo filosofia da ‘no way out’. Una persona serena lavora meglio.

4. ‘Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.’
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l’autore voleva dire, con altre parole, che l’esito delle nostre azioni dipende dall’atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all’atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l’ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell’armonia sul posto di lavoro.

5. ‘Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.’
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.

6. ‘Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.’
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.

7. ‘Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.’
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E’ lavoro, non meditazione trascendentale.

8. ‘Ridi in faccia alla perfezione. E’ noiosa e ti trattiene dal fare.’
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d’accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l’arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.

9. ‘Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.’
Una parola: risibile.

10. ‘Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.’
Quasi d’accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.

11. ‘La distruzione è una variante del fare.’
Troppo generico. Non vuol dire niente.

12. ‘Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.’
Risibile.

13. ‘Il fare è il motore del più.’
Embé!?

Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo) occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce ‘wu wei’, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D’altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.

Utilities per le vacanze

August 3, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
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Sto preparando il lettore mp3 per il prossimo mese, quando sarò fortunatamente lontano da stereo, cd e computer.
La playlist di agosto comprende:

And you will know us by the trail of dead;

Helmet;

Animal Collective;

Basement Jaxx;

Groove Armada;

Queens of the stone age (a essere precisi, qui stanno suonando dal vivo Thumb dei Kyuss);

Roni Size/Reprazent – “New Forms 2008“;

Senser – “Stacked up“;

Caspa.

Dove non specificato, intendo la discografia intera del gruppo :)

Invece, quanto a letture, sabato sono stato alla Feltrinelli di Pavia e ho comprato:

Douglas Adams – Guida galattica per autostoppisti

Neil Gaiman – American Gods

Tim Burton – Morte malinconica del bambino ostrica

Stieg Larsson – Uomini che odiano le donne

Joe R. Lansdale – L’ultima caccia

Jonathan Coe – La pioggia prima che cada

Joe R. Lansdale – Il valzer dell’orrore

cui vanno aggiunti alcuni arretrati accumulati nel corso dell’inverno. :)
Insomma, come sempre, vacanza di relax ma anche una buona occasione per leggere e ascoltare buona musica. Tv e telefonini no, quelli non sono ammessi.

Pensieri d’agosto (o quasi)

July 30, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale 

Inutile dirlo, le ferie sono l’argomento del momento, in ufficio e fuori. Se ne parla tantissimo, al punto che il rischio di farsi prendere dall’ansia della vacanza è tangibile.

Assieme alle vacanze arriva il momento dei bilanci (professionali e non): sono molto contento di come è andato il periodo settembre 2008 – agosto 2009. Ho infatti avuto modo di fare delle esperienze interessanti, di aprire nuovi contatti, di buttarmi a capofitto in nuove avventure.

Ma, soprattutto, sono molto felice di tutte le belle persone conosciute di recente o la cui amicizia o frequentazione si è consolidata in questi mesi. Senz’altro è questo è il più importante motivo di felicità per me, perché sono le persone che incontri a dare significato alle cose che fai.

Tornando al mese di agosto, mi sono organizzato per una serie di tappe ricarica-pile, partendo dalla Maremma per arrivare all’isola di Lussino. lussino.jpg

Ci sarà anche tempo per un passaggio in patria
Trieste.jpg

Si torna a fine mese. Giusto il tempo di buttare tutto in lavatrice, rifare la borsa e correre a Berlino, per seguire i lavori di IFA 2009.

Go through the looking glass

July 27, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale 



Ragionando di wafer e altre sciocchezze…

July 15, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale 

Dunque, le informazioni in nostro possesso sono queste. Un tale Scognamiglio di Napoli ruba un pacco di wafer da 1,29 euro. Non potendo beneficiare delle attenuanti viene condannato a 3 anni di carcere.
La Corte di Assise di Arezzo, al termine di una lunga camera di consiglio, ha condannato a 6 anni il responsabile della morte del tifoso Gabriele ‘Gabbo’ Sandri.
Non aggiungo nulla. I giudizi si emettono nei tribunali, non sulla stampa o sui blog. Senza voler entrare nel merito della questione, mi limito a dire che non sapevo che la vita umana valesse 2 pacchetti di wafer.


14/7: SegnaleZero sciopera

July 6, 2009 by piero.babudro · Leave a Comment
Filed under: Personale, web 2.0 

Un giorno di silenzio, per poter parlare tutto il resto dell’anno. SegnaleZero accoglie con favore la di uno sciopero della blogosfera contro le norme anti-Internet previste dal decreto Alfano.

Credo sia ormai evidente agli occhi di tutti la svolta autoritaria che l’attuale governo vuole imprimere alla Rete, negando di fatto a centinaia di migliaia di persone il diritto a un’informazione trasparente e libera da vincoli di qualsiasi tipo. Per questo motivo, aderisco allo sciopero, invito a fare altrettanto e colgo l’occasione per segnalare Diritto alla Rete , nuova piattaforma di discussione dove giornalisti, blogger e utenti possono confrontarsi su temi che riguardano, oggi, la libertà di Internet e, domani, quella di tutti


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