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	<title>SegnaleZero &#187; Work</title>
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	<description>Il blog di Piero Babudro</description>
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		<title>Alma Whitten (Google): &#8220;Non tutto riesce al primo colpo&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 16:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi ho partecipato all&#8217;incontro stampa con Alma Whitten, che attualmente rappresenta il team di engineering nel Privacy Council di Google ed é senior lead del team di engineering Applied Security di Mountain View.
Si è parlato di privacy, di sicurezza dei dati, nell&#8217;ambito di un mini-roadshow che la Whitten sta tenendo nel nostro paese per incontrare tutti quegli interlocutori &#8211; aziende, organizzazioni non governative, giornalisti, associazioni di consumatori e istituzioni &#8211; legittimamente preoccupati per le conseguenze della raccolta e gestione dei dati da parte del motore di ricerca.
Un ruolo per nulla ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi ho partecipato all&#8217;incontro stampa con <strong>Alma Whitten</strong>, che attualmente rappresenta il team di engineering nel <strong>Privacy Council</strong> di Google ed é senior lead del team di engineering <strong>Applied Security</strong> di <strong>Mountain View</strong>.<br />
Si è parlato di privacy, di sicurezza dei dati, nell&#8217;ambito di un mini-roadshow che la Whitten sta tenendo nel nostro paese per incontrare tutti quegli interlocutori &#8211; aziende, organizzazioni non governative, giornalisti, associazioni di consumatori e istituzioni &#8211; legittimamente preoccupati per le conseguenze della raccolta e gestione dei dati da parte del motore di ricerca.</p>
<p><img src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2010/06/privacy.jpg" alt="privacy.jpg" border="0" width="358" height="297" align="right" />Un ruolo per nulla facile quello di stamattina della Whitten, più volte messa alle strette dalle nostre domande sulla raccolta di dati personali effettuati tramite la mappatura delle reti Wi-Fi effettuata dalle <strong>Google Cars</strong> (qui un <a href="http://punto-informatico.it/2906981/PI/News/google-tutti-contro-rete-strascico.aspx">link</a> alla notizia), passando per le polemiche su <strong>Google Buzz</strong>, ma anche sulla sentenza <a href="http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=10483&#038;Itemid=86">ViviDown</a>. Un pronunciamento discutibile, poi utilizzato dal Governo per proporre un&#8217;autoregolamentazione della Rete.</p>
<p>Rispetto a Buzz, la risposta è stata la seguente:<br />
“Subito dopo il lancio abbiamo ricevuto molti feedback da parte degli utenti sul fatto che non erano chiari i termini della privacy perchè non si capiva bene quali informazioni venissero condivise e quindi rese note. Abbiamo preso molto sul serio queste richieste e abbiamo cambiato velocemente l’interfaccia. Ora gli utenti si sentono più tranquilli.”<br />
(fonte: <a href="http://www.primaonline.it/2010/06/08/81294/google-whitten-attenti-a-privacy-ma-ogni-paese-ha-norme-diverse/">Apcom</a>)</p>
<p><img src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2010/06/Privacy-2.jpg" alt="Privacy-2.jpg" border="0" width="250" height="350" align="left" />Sugli altri temi, la linea di difesa è: siamo attenti alla privacy, ma ogni paese ha regole diverse, per cui possiamo fino a un certo punto. E sono molte le domande cui la Whitten non ha potuto/voluto rispondere, visto che lei è un ingegnere e quindi non tocca argomenti che spettano agli altri dipartimenti (specie quello legale).<br />
Mi chiedo allora perché non organizzare una serie di incontri con la Whitten, ma accompagnata da un portavoce in grado di darci tutte le risposte del caso.</p>
<p>Nelle prime agenzie uscite sull&#8217;incontro di stamattina, non vedo una frase che secondo me descrive alla perfezione il vero problema di Google. &#8220;Stiamo lavorando su così tanti fronti che non possiamo azzeccare tutto al primo colpo&#8221;: lo ha detto la Whitten.<br />
A distanza di qualche ora, rileggo la frase come un&#8217;ammissione di impotenza di fronte allo stato attuale della Rete e all&#8217;esigenza di tutelare i diritti dei netizen. </p>
<p>Le cose sono andate più o meno così. Sulla base del motto &#8216;Don&#8217;t be evil&#8217; e del miraggio accarezzato dal trio Schmidt, Page e Brin di catalogare tutto lo scibile umano, Google &#8211; da simpatica startup anti-Microsoft (solita contrapposizione tra il Robin Hood di turno e l&#8217;Impero del Male) &#8211; è cresciuta in dimensioni e consenso fino a diventare una creatura imprigionata nel suo ruolo di Grande Intermediario di Internet e fagocitatore di dati. Solo che adesso ha raggiunto un&#8217;ampiezza di manovra difficilmente gestibile. E se ne sta accorgendo. Europa, Usa e Australia si sono già lamentate, oppure sono passate direttamente alle vie di fatto. </p>
<p>La privacy è poi argomento complesso. Fa senz&#8217;altro piacere sapere che Google in questi mesi abbia sponsorizzato l&#8217;iniziativa <strong>Data Liberation Front</strong>, il sistema di opt-out definitivo che consente di cancellare la propria scia digitale una volta disconnessi dai servizi di Big G. Così come fa piacere sapere che a ogni account Google sia associata una <strong>Dashboard</strong> che tiene conto di tutti i dati raccolti.<br />
Però la privacy non è solo parlare di cookie, di browser, di advertising contestuale basato sugli interessi (Interest-based Advertising). E&#8217; anche &#8211; se non soprattutto &#8211;  capire a quali scenari stiamo andando incontro. Da un lato Google è operativo su molti (troppi?) fronti, il che ne ha fatto un elefante in una cristalleria. Anche quando non vuole fare danni, e si muove sulla base di uno spirito a metà tra l&#8217;imprenditoriale e l&#8217;umanitario finisce per crearsi (e creare) problemi.<br />
Dall&#8217;altro, a minare la privacy non é solo l&#8217;uso scorretto di dati personali o sensibili, ma anche la possibilità di combinare a piacimento dati che di per sé non sono sensibili, ma lo diventano nell&#8217;interazione con altre informazioni. E Google di nostre informazioni ne gestisce parecchie: ricerche, dns, posta elettronica, comunicazione Mobile, foto, video, documenti personali e di lavoro, chat e social networking, advertising, notizie, mappe, blog ecc ecc ecc. Praticamente quasi tutto quello che si può fare in Rete prima o poi finisce sotto la lente di Google. Interessa poco se poi l&#8217;azienda fa un uso distorto o meno di tutti questi dati: il problema è già poterli controllare. Una diatriba lunga, questa, che coinvolge sia la privacy quanto questioni legate all&#8217;Antitrust.</p>
<p>Ecco. Queste sono le risposte che servono oggi, e non tanto sapere quanto a lungo viene conservato un cookie, o se un utente può cancellarsi in ogni momento dal programma di advertising di Mountain View.</p>
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		<title>The Guardian: il giornale diventa piattaforma</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 10:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo annuncio è di un anno fa. Marzo 2009: l&#8217;inglese The Guardian segue le orme del New York Times e prova a seguire una strada tutto sommato nuova per l&#8217;editoria. Considerare la testata non più come un prodotto monolitico, ma cambiarne struttura, filiera produttiva e catena del valore, aprendo a contributi . Il giornale diventa così un qualcosa di simile a una piattaforma.
All&#8217;inizio erano due i servizi offerti a sviluppatori e webmaster: The Content API, che permette di realizzare applicazione e servizi utilizzando contenuti (testuali e non) pubblicati dal ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo annuncio è di <a href="http://onlinejournalismblog.com/2009/03/10/guardian-joins-new-york-times-in-releasing-open-api/">un anno fa</a>. Marzo 2009: l&#8217;inglese The Guardian segue le orme del New York Times e prova a seguire una strada tutto sommato nuova per l&#8217;editoria. Considerare la testata non più come un prodotto monolitico, ma cambiarne struttura, filiera produttiva e catena del valore, aprendo a contributi . Il giornale diventa così un qualcosa di simile a una <a href="http://www.guardian.co.uk/open-platform">piattaforma</a>.</p>
<p>All&#8217;inizio erano due i servizi offerti a sviluppatori e webmaster: <strong>The Content API</strong>, che permette di realizzare applicazione e servizi utilizzando contenuti (testuali e non) pubblicati dal giornale, e <strong>DataStore</strong>, insieme di dati che possono essere integrati con altre fonti o inseriti in applicazioni ad hoc che ne consentono una rapida visualizzazione. (a <a href="http://www.guardian.co.uk/environment/datablog/2009/dec/07/copenhagen-climate-change-summit-carbon-emissions-data-country-world">questo link</a> alcune tabelle ottenute grazie ai dati sull&#8217;emissione di CO2). </p>
<p>Ora per il <a href="http://www.guardian.co.uk">The Guardian</a> è arrivata la seconda fase del progetto. <a href="http://punto-informatico.it/2890921/PI/News/una-piattaforma-aperta-guardian.aspx">Ne ha scritto</a>, tra gli altri, <a href="http://punto-informatico.it">Punto Informatico</a>.</p>
<p><cite>&#8220;Un&#8217;apposita API permetterà dunque ai vari prodotti editoriali di essere innanzitutto ricercati sul web, e successivamente scaricati per l&#8217;utilizzo da parte di risorse e applicazioni esterne. Tra i nuovi tool, una directory per dati e statistiche realizzate dagli editor del quotidiano britannico, sempre a disposizione di inserzionisti, marchi e partner commerciali&#8221;.</cite></p>
<p>Del lancio commerciale della piattaforma <a href="http://www.guardian.co.uk/media/pda/2010/may/20/guardian-open-platform">parla lo stesso Guardian</a>, che spiega ai lettori il progetto:<br />
<cite>&#8220;The Guardian today introduced the second phase of its Open Platform initiative, expanding the content-sharing service to commercial partners. A comprehensive set of developer tools and resources, the commercial launch of Open Platform makes Guardian content available for advertisers and brands to tailor to specific online campaigns&#8221;.<br />
</cite></p>
<p>I primi dati resi noti dal gruppo editoriale sono incoraggianti: 2.000 sviluppatori registrati, 200 le applicazioni realizzate. Qui sotto, invece, la presentazione del 20 maggio scorso.</p>
<div style="width:425px" id="__ss_4175971"><strong style="display:block;margin:12px 0 4px"><a href="http://www.slideshare.net/openplatform/op-commerciallaunchv2" title="The Guardian&#39;s Open Platform is open for business">The Guardian&#39;s Open Platform is open for business</a></strong><object id="__sse4175971" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=op-commercial-launch-v2-100520071747-phpapp02&#038;stripped_title=op-commerciallaunchv2" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed name="__sse4175971" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=op-commercial-launch-v2-100520071747-phpapp02&#038;stripped_title=op-commerciallaunchv2" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="padding:5px 0 12px">View more <a href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> from <a href="http://www.slideshare.net/openplatform">The Guardian Open Platform</a>.</div>
</div>
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		<title>Il &#8220;nuovo&#8221; giornalismo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 12:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trovo su Affaritaliani.it l&#8217;articolo &#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221; .
&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovo su <strong>Affaritaliani.it</strong> <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/giornalisti190510.html">l&#8217;articolo</a> <em>&#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221;</em><strong></strong> .</p>
<p><em>&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente Apcom  offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. Una testata storica e prestigiosa come Il Messaggero non supera i 27 euro ad articolo (ma le brevi valgono solo 9 euro). E l&#8217;avvento del web introduce nuove, bizzare forme di retribuzione: è il caso, ad esempio, del giornale online Newnotizie.it, che compensa 35 news settimanali 1,50 euro ogni mille click raggiunti (e non devono essere molti i pezzi a raggiungere tale soglia), cui vanno aggiunte 12 news a settimana senza retribuzione, anche se &#8220;consentono il raggiungimento del tesserino da gioralista pubblicista&#8221;. Vuoi mettere?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Forse va meglio puntando sui principali quotidiani nazionali? Non proprio: la redazione toscana di Repubblica paga 20 euro a pezzo, ma dopo il 15mo articolo gli altri sono gratis&#8230; Sono alcuni dei &#8220;dati della vergogna&#8221; (così li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino), emersi dalla ricerca &#8220;Smascheriamo gli editori&#8221;, realizzata dall&#8217;Odg grazie a un migliaio di giornalisti free lance che hanno accettato di rispondere alla richiesta, inviata via email a circa 4mila giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano. Condizioni che delineano una situazione di vero e proprio sfruttamento del (troppo numeroso, evidentemente) &#8220;popolo&#8221; dei giornalisti free lance.&#8221;<br />
</em></p>
<p>La tabella completa è a <strong><a href="http://www.affaritaliani.it/static/upl/tab/tabella_compensi_testate.pdf">questo indirizzo</a></strong>.</p>
<p>Poi leggo <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2010/05/24/studio-sulla-correlazione-tra-advertising-e-copertura-giornalistica/">questo post</a> su <strong>Il Giornalaio</strong>, dove si parla di correlazione tra copertura informativa e inserzioni pubblicitarie, grazie a una <a href="http://ideas.repec.org/p/mil/wpdepa/2009-36.html">ricerca</a> condotta da Marco Gambaro e Riccardo Puglisi (Università di Milano).</p>
<p><em>&#8220;L’analisi conferma come il ritorno, in termini di articoli pubblicati, sia direttamente correlato al crescere degli investimenti pubblicitari, aumentando sia in funzione dei comunicati stampa diffusi che del livello di investimento in comunicazione pubblicitaria delle imprese.&#8221;</em></p>
<p>Nel frattempo, mentre ricerche come queste ci suggeriscono l&#8217;urgenza di riformare &#8211; per davvero &#8211; il sistema dell&#8217;informazione, notiamo tutti che il dibattito sul nuovo giornalismo è molto forte in questo periodo. Si parla di editoria e social media, di news e di online, di &#8220;fare informazione&#8221; in epoca digitale. Ma si parla poco (niente) di quanto suggerito oggi da questi due articoli.<br />
Ultimamente è stato ripescato dalla soffitta della narratologia lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storytelling_%28narrativa%29">storytelling</a>, pericolosamente vicino al concetto di persuasione, e non solo di comunicazione. Intanto, non si ragiona con la dovuta attenzione di nuove competenze richieste ai professionisti dell&#8217;informazione, di Ordine e di tutele, di importanza (reale o percepita) della filiera della notizia, di necessità di editori puri. Temi che non nascono oggi, ma che non per questo non sono importanti. Temi sui quali alcuni stanno cercando di innestare un dibattito in salsa &#8216;social&#8217; che di innovativo ha veramente poco. </p>
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		<title>2.0: an inconvenient truth</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 19:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questo periodo sto prestando consulenza per un&#8217;azienda italiana operante sul web. Di più non posso dire per esplicita volontà del cliente, anche (immagino io) in conseguenza delle particolari dinamiche assunte dagli eventi negli ultimi mesi.
Cosa è successo? Diciamo che il progetto cui sto lavorando è conseguenza operativa più o meno diretta di altre iniziative, a suo tempo affidate a uno dei grandi nomi della blogosfera italiana. Una persona che interviene in conferenze, seminari e dibattiti. Una persona che spesso i miei colleghi giornalisti fanno a gara per intervistare per ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo periodo sto prestando consulenza per un&#8217;azienda italiana operante sul web. Di più non posso dire per esplicita volontà del cliente, anche (immagino io) in conseguenza delle particolari dinamiche assunte dagli eventi negli ultimi mesi.</p>
<p>Cosa è successo? Diciamo che il progetto cui sto lavorando è conseguenza operativa più o meno diretta di altre iniziative, a suo tempo affidate a uno dei grandi nomi della blogosfera italiana. Una persona che interviene in conferenze, seminari e dibattiti. Una persona che spesso i miei colleghi giornalisti fanno a gara per intervistare per parlare di blog, social media e affini. Una persona che secondo me non ha mai detto nulla di interessante, ma pazienza quello che penso io&#8230; Una persona che ho sentito spesso nominare a denti stretti da direttori marketing e responsabili aziendali perché avrebbe piantato qua e là discreti casini, quando le hanno dato modo di mettere mano a progetti &#8216;social&#8217; ben pagati e dagli scarsi risultati. <img src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2010/03/cioccolata.jpg" alt="cioccolata.jpg" border="3" width="230" height="280" align="left" /><br />
Tutti a descrivermi lo stesso modello di comportamento: grandi proclami, paroloni buoni per infarinare un discorso con termini stranieri, un codazzo di ammiratori, un atteggiamento di sufficienza del tipo &#8220;Io ho capito il mondo, voi no&#8221; e poi&#8230; E poi progetti stitici che stentano a decollare, alla faccia dei paroloni e dei fatturoni staccati da questa persona, risultati mediocri, aziende che rimangono scottate e (comprensibilmente) incazzate.<br />
Ora, capita a tutti di sbagliare, nessuno escluso. Il fatto è che quella di oggi sarà la quarta-quinta volta che mi viene nominata questa persona. E allora non può essere un caso, e nemmeno sfiga.<br />
Dirò di più. E&#8217; una piccola, ma scomoda verità. </p>
<p>Le cause? Senza la pretesa di essere esaustivo, ritengo che queste situazioni siano il mix di tre fattori:<br />
1 &#8211; L&#8217;azienda-cliente sbaglia per poca perizia e si affida a chi vede dipinto dai media come esperto della Rete e della Conversazione Online;<br />
2 &#8211; Ciò accade probabilmente perché negli anni i media nazionali hanno dato spazio alle voci dei soliti, senza capire che la logica del &#8220;portavoce implicito&#8221; con il web partecipativo c&#8217;entra poco. E invece, tutti a riportare le considerazioni dei soliti tre-quattro &#8220;esperti&#8221;, avvalorando quello che oggi appare come un problema non solo di rappresentanza ma anche di qualità del comparto nel suo complesso;<br />
3 &#8211; Nonostante la pretesa di maggiore trasparenza e orizzontalità, alcune dinamiche che oserei definire di settore (mi riferisco ai soliti giri 2.0, divenuti negli ultimi anni iperprotettivi e, verrebbe da dire, talvolta corporativi) hanno di fatto consentito ad alcuni sedicenti esperti improvvisati di mantenersi in piedi nonostante una bella fila di pacchi rifilati qua e là al cliente di turno.</p>
<p>Dimentico qualcosa? E non intendo il classico &#8220;siamo il paese dei furbetti&#8221; con il quale questo ragionamento poteva interrompersi circa venti righe fa. :)</p>
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		<title>Laboratorio 2.0 &#8211; Università di Bologna</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 13:26:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ho avuto il piacere di tenere un intervento durante i lavori del Laboratorio 2.0 dell&#8217;Università di Bologna (link).
Due ore (abbondanti, perchè ho sforato di brutto&#8230; ma insomma, nessuno si è lamentato..) che ho utilizzato per parlare di informazione online, blog e blogosfera. Ho cercato di affrontare il tema da un prospettiva ibrida, che è poi la mia, a metà tra il giornalismo (online e offline) e la passione per i nuovi media e il &#8216;Web 2.0&#8242;.
Da qui la scelta (non polemica, sia chiaro, ma operata per evitare le diverse ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri ho avuto il piacere di tenere un intervento durante i lavori del <strong>Laboratorio 2.0</strong> dell&#8217;Università di Bologna (<a href="http://corsi.unibo.it/scienzedellacomunicazione/Pagine/laboratorio-20-comunicazione-e-contenuti-per-lera-digitale-5-cfu.aspx">link</a>).</p>
<p>Due ore (abbondanti, perchè ho sforato di brutto&#8230; ma insomma, nessuno si è lamentato..) che ho utilizzato per parlare di informazione online, blog e blogosfera. Ho cercato di affrontare il tema da un prospettiva ibrida, che è poi la mia, a metà tra il giornalismo (online e offline) e la passione per i nuovi media e il &#8216;Web 2.0&#8242;.<br />
Da qui la scelta (non polemica, sia chiaro, ma operata per evitare le diverse ipocrisie dello schema giornalisti vs blogger, ma anche blogger vs blogstar) di raccontare alcuni aneddoti ritenuti interessanti per capire il fenomeno blogosfera in Italia nel suo complesso. Insomma, grande fermento, ma anche gente che corre dietro al primo venditore di succhi di frutta di turno :D </p>
<p><img src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2010/02/feed.jpg" alt="feed.jpg" border="0" width="282" height="305" align="left" /></p>
<p>Il senso ultimo del mio intervento è questo: è fuorviante pensare a uno scontro frontale tra mondo dei giornali e blogosfera, con i blogger a giocare la parte dei Robin Hood dell&#8217;informazione e invece i giornalisti &#8216;castaioli e venduti&#8217; a impersonare il ruolo dello sceriffo di Notthingham o, in genere, del cattivone di turno. D&#8217;altra parte è ancor più sbagliato pensare al giornalista come unico soggetto capace di verificare una fonte e dare una notizia.<br />
Ormai online è presente una moltitudine di soggetti che fa il lavoro del giornalista molto meglio di tanti giornalisti &#8216;veri&#8217;.</p>
<p>La verità probabilmente è soggettiva e sta nel mezzo, tra vip e vippetti del giornalismo e della blogosfera, pay-per-post, marketing sottobanco e le tante, troppe veline &#8211; e i tanti, troppi silenzi, e le tante, troppe mafie &#8211; di cui è costituito il giornalismo di oggi, almeno nel nostro paese. Ma anche, e senza dimenticare, la grande rivoluzione che i blog hanno rappresentato quanto a modalità di circolazione, produzione e fruizione delle informazioni. </p>
<p>Le eventuali &#8216;cadute di stile&#8217; di cui parlavo ieri non cancellano l&#8217;apporto positivo del blog in quanto strumento di condivisione di conoscenza.<br />
Anzi, accentuano l&#8217;esigenza di rafforzare il filtro critico costituito dalla capacità di giudizio del lettore: ecco il perché dei &#8216;<strong>consigli non richiesti</strong>&#8216; a fine presentazione su come saper leggere una notizia.<br />
Teniamo a mente che i media servono a produrre consenso e consumi, che dietro ci sono persone o soggetti che hanno tutto l&#8217;interesse a presentare la realtà in un certo modo, che molto probabilmente non tutto quello che leggiamo su un giornale, vediamo in TV, ascoltiamo alla radio, leggiamo su un blog ritenuto autorevole è stato scritto/girato/prodotto con lo scopo ultimo di informarci e di consentirci di avere una visione delle cose completa, equidistante, trasparente.</p>
<p>La morale? Non c&#8217;è. Oppure è.. Dubitare. Sempre. Anche di quello che è stato detto ieri durante la lezione. E provare a trovare una bussola, una propria bussola, in questo mondo digitale e <strong>&#8216;nerdisticamente affascinante&#8217;</strong> (cit.)</p>
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		<title>Alfisti.com &#8211; dal forum al keynote</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 11:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dallo scorso settembre collaboro con HiBO, digital company di Bologna, lavorando per alcuni clienti. Tra questi, Alfa Romeo, che &#8211; anche in vista del Centenario &#8211;  sta allestendo la propria community ufficiale, Alfisti.com.
Tra le varie attività, abbiamo organizzato un paio di incontri via forum con personaggi legati al mondo Alfa e ritenuti autorevoli dagli Alfisti stessi. Un modo, crediamo, per avvicinare l&#8217;azienda alla sua naturale community di riferimento e a Internet, aumentandone la capacità di ascolto e cominciando a farle fare pratica con tutta una serie di dinamiche tipiche ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dallo scorso settembre collaboro con <a href="http://www.hibo.it">HiBO</a>, digital company di Bologna, lavorando per alcuni clienti. Tra questi, Alfa Romeo, che &#8211; anche in vista del Centenario &#8211;  sta allestendo la propria community ufficiale, <a href="http://www.alfisti.com">Alfisti.com</a>.</p>
<p>Tra le varie attività, abbiamo organizzato un paio di incontri via forum con personaggi legati al mondo Alfa e ritenuti autorevoli dagli Alfisti stessi. Un modo, crediamo, per avvicinare l&#8217;azienda alla sua naturale community di riferimento e a Internet, aumentandone la capacità di ascolto e cominciando a farle fare pratica con tutta una serie di dinamiche tipiche del web. </p>
<p>L&#8217;ultimo incontro si è tenuto lo scorso dicembre, alla presenza di Maurizio Consalvo, Brand Technical Coordinator di Alfa Romeo. Abbiamo pensato di sintetizzare parte di quanto emerso durante la discussione in una <a href="http://www.slideshare.net/alfisticom/alfisticom-live-events">presentazione</a>, caricata in seguito su SlideShare.net.</p>
<p>Un buon modo, credo, per far conoscere la community e i suoi contenuti.</p>
<div style="width:425px;text-align:left" id="__ss_2765628"><a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/alfisticom/alfisticom-live-events" title="Alfisti.Com Live Events">Alfisti.Com Live Events</a><object style="margin:0px" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=alfisti-comliveevents-091222101430-phpapp01&#038;stripped_title=alfisticom-live-events" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=alfisti-comliveevents-091222101430-phpapp01&#038;stripped_title=alfisticom-live-events" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">View more <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/">presentations</a> from <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/alfisticom">alfisticom</a>.</div>
</div>
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		<title>Le vite degli altri</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 11:51:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.
Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.</p>
<p>Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani. </p>
<p><b>Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza</b>, <b>ha annunciato la chiusura delle testate.</b> <b>Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di&#160; un&#160; venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico</b>. <b>L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono&#160; una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management&#160; della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono&#160; loro,&#160; quelli della Reed)&#160; non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: <i>Le vite degli</i> <i>altri</i>, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed&#160; affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché <u>il vile muore sempre due volte</u>. </b></p>
<p><b>Grazie</b></p>
<p><b>Nuccio Barletta </b></p>
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		<title>L&#8217;incognita Reed Business</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 12:17:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molto difficile commentare questo momento. Venerdì sembra sia arrivata la conferma ufficiale della prossima chiusura di molte testate edite da Reed Business. 
Per una panoramica completa colgo l’occasione per segnalare l’intervista di Salvatore Sagone ad Alessandro Cederle, amministratore delegato del gruppo (AdvExpress, solo su abbonamento).
Non commento la scelta di rivolgersi a una testata concorrente per descrivere il momento di crisi che ha colpito anche il proprio gruppo editoriale. I ‘panni’ si lavano in casa, da che mondo è mondo, ma evidentemente ci sono meccanismi imprenditoriali che sfuggono anche a chi, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto difficile commentare questo momento. Venerdì sembra sia arrivata la conferma ufficiale della prossima chiusura di molte testate edite da <a href="http://www.reedbusiness.it" target="_blank">Reed Business</a>. </p>
<p>Per una panoramica completa colgo l’occasione per segnalare l’intervista di Salvatore Sagone ad Alessandro Cederle, amministratore delegato del gruppo (<a href="http://www.advexpress.it" target="_blank">AdvExpress</a>, solo su abbonamento).</p>
<p>Non commento la scelta di rivolgersi a una testata concorrente per descrivere il momento di crisi che ha colpito anche il proprio gruppo editoriale. I ‘panni’ si lavano in casa, da che mondo è mondo, ma evidentemente ci sono meccanismi imprenditoriali che sfuggono anche a chi, come me, opera nel settore da un po’.</p>
<p>A supporto di questa notizia, in Rete ho trovato solo <strong><a href="http://tradecommunication.blogspot.com/2009/11/reed-addio-core-business.html" target="_blank">il post</a></strong> di <a href="http://tradecommunication.blogspot.com" target="_blank">Trade Communication</a>, su cui però merita fare una doverosa precisazione.</p>
<p>Nel post si dice che verranno dismesse tutte le riviste che non portano utili. Non è esatto: o almeno, tra i nomi fatti ci sono testate in utile, con una buona raccolta pubblicitaria e che hanno sofferto della crisi economica né più né meno di altre, appartenenti a gruppi editoriali che oggi si reggono in piedi a suon di stagisti o affidandosi ai comunicati stampa per riempire le pagine. </p>
<p>Stamattina ho ricevuto una decina di telefonate di colleghi che mi hanno chiesto se so qualcosa in più rispetto all’articolo di AdvExpress o al post in questione. Posso solo dire che quasi tutti mi hanno posto la seguente domanda: “Se siete in difficoltà voi, come possono reggersi in piedi i vostri concorrenti?”</p>
<p>Bella domanda! Non ho risposte e per ora non le cerco. Se le avessi non le esporrei pubblicamente, anche come forma di rispetto per gli ottimi colleghi di altre riviste che incontro spessissimo durante conferenze stampa o eventi in genere.</p>
<p>Quello che mi preme dire, tornando all’affaire Reed Business, è che c’è stata troppa fretta nel comunicare una notizia peraltro tutta da definire (il Cdr è stato sentito? si sono cercati potenziali acquirenti? cosa vuol dire investire sull’online? c’è un piano di business?), mettendo sullo stesso piano riviste definite ‘fuori perimetro’ eppure molto diverse quanto a situazione economica, ad ‘appeal’, a storia, a interesse da parte del mercato e degli addetti ai lavori. </p>
<p>Il che mi porta a pensare – e non solo sulla scorta della speranza verso testate a cui sono legato da un vincolo emotivo prima ancora che personale – che questa strana storia sia ancora in parte (o tutta) da scrivere.</p>
<p><em>Avvertenze: scrivo dalla fine del 2007 per il gruppo editoriale Reed Business, prima come collaboratore della testata Pubblicità Italia e della newsletter Today, poi di Adv. In questo post esprimo opinioni del tutto personali, alle quali posso solo aggiungere la stima e il rispetto professionale e personale per tutte le persone con cui ho lavorato finora.</em></p>
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		<title>Unpacking Smau 2009</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/2009/10/21/unpacking-smau-2009/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 07:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrivo di ritorno da Unpacking Smau 2009, l&#8217;evento per blogger e giornalisti online organizzato alla vigilia della consueta fiera dell&#8217;elettronica di Milano.
L&#8217;intento degli organizzatori è stato aprire le porte degli stand ai blogger, mostrando loro  &#8211; in anteprima &#8211; le novità di quest&#8217;anno. Ma soprattutto accreditarsi presso la platea digitale italiana come &#8216;piattaforma&#8217; (progettuale, comunicativa) di riferimento per le nuove tecnologie, per chi le vive quotidianamente, per chi ne scrive sul proprio blog o sui giornali per cui collabora. 
Questo in un momento in cui il mercato Ict nazionale ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo di ritorno da Unpacking Smau 2009, l&#8217;evento per blogger e giornalisti online organizzato alla vigilia della consueta fiera dell&#8217;elettronica di Milano.</p>
<p>L&#8217;intento degli organizzatori è stato aprire le porte degli stand ai blogger, mostrando loro  &#8211; in anteprima &#8211; le novità di quest&#8217;anno. Ma soprattutto accreditarsi presso la platea digitale italiana come &#8216;piattaforma&#8217; (progettuale, comunicativa) di riferimento per le nuove tecnologie, per chi le vive quotidianamente, per chi ne scrive sul proprio blog o sui giornali per cui collabora. </p>
<p>Questo in un momento in cui il mercato Ict nazionale sta ai minimi storici.  I dati presentati dalla School of Management parlano chiaro: il comparto è in flessione per il 7,5% anno su anno, mentre oltre un terzo delle aziende ha rinunciato a investire in progetti Ict ritenuti rilevanti: Nel 2008 la stima era del 55%, nel 2009 solo del 38%. </p>
<p>Tornando all&#8217;evento, va apprezzato il tentativo degli organizzatori, che lavorano a un incontro interessante e ben organizzata ma forse troppo uguale al classico &#8216;format conferenza&#8217; cui sono abituato per lavoro.</p>
<p>Anche gli argomenti e i termini usati mi sono parsi poco in target con la platea cui si voleva parlare, eccezion fatta forse per il nuovo blog di Smau. </p>
<p>Mettendo assieme questi elementi a quelli raccolti in altre occasioni, mi è sembrato di notare che il tanto decantato rapporto blogger-aziende si sia un po&#8217; sgonfiato. C&#8217;è una fase di stanchezza, insomma, i cui motivi vanno analizzati nella più generale stanchezza di un mezzo espressivo che, almeno nel nostro paese, ha perso gran parte della spinta propulsiva degli inizi. </p>
<p>Detto questo, va ringraziato allo stremo il sempre valido Flavio dell&#8217;ufficio stampa Smau. Oltre a fare in modo ottimo il suo lavoro, se oggi non ci fosse stato diversi tra noi non avrebbero mai trovato la location della conferenza, perdendosi tra stand ancora da costruire e indicazioni fuorvianti date dal personale della Fiera.</p>
<p>Secondo punto: mi sono girato quasi tutta la fiera senza pass, il che la dice lunga sui controlli all&#8217;entrata ;) </p>
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		<title>Per un manifesto del (non) fare</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/2009/10/05/per-un-manifesto-del-non-fare/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 08:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I principi del &#8216;Cult of done manifesto&#8217; fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell&#8217;ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.
a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I principi del &#8216;Cult of done manifesto&#8217; fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.<br />
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell&#8217;ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.</p>
<p>a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.</p>
<p>b. Il secondo é l&#8217;inflazione di tesi precostituite, le quali &#8211; per loro natura &#8211; fino a quando non sono calate nell&#8217;esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.</p>
<p>c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.</p>
<p>Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.</p>
<p>1. <em>&#8216;Ci sono tre stati dell&#8217;esistenza. Ignoranza, Azione e completamento&#8217;</em><br />
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l&#8217;ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l&#8217;uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.</p>
<p>2. <em>&#8216;Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.&#8217;</em><br />
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l&#8217;accento sull&#8217;esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.</p>
<p>3. <em>&#8216;Non c&#8217;è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.&#8217;</em><br />
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l&#8217;esistenza con questo filosofia da &#8216;no way out&#8217;. Una persona serena lavora meglio. </p>
<p>4. <em>&#8216;Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.&#8217;</em><br />
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l&#8217;autore voleva dire, con altre parole, che l&#8217;esito delle nostre azioni dipende dall&#8217;atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all&#8217;atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l&#8217;ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell&#8217;armonia sul posto di lavoro.</p>
<p>5. <em>&#8216;Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un&#8217;idea, abbandonala.&#8217;</em><br />
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.</p>
<p>6. <em>&#8216;Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.&#8217;</em><br />
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.</p>
<p>7. <em>&#8216;Quando l&#8217;hai fatto puoi buttarlo via.&#8217;</em><br />
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E&#8217; lavoro, non meditazione trascendentale.</p>
<p>8. <em>&#8216;Ridi in faccia alla perfezione. E&#8217; noiosa e ti trattiene dal fare.&#8217;</em><br />
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d&#8217;accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l&#8217;arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.</p>
<p>9. <em>&#8216;Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.&#8217;</em><br />
Una parola: risibile.</p>
<p>10. <em>&#8216;Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.&#8217;</em><br />
Quasi d&#8217;accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.</p>
<p>11. <em>&#8216;La distruzione è una variante del fare.&#8217;</em><br />
Troppo generico. Non vuol dire niente.</p>
<p>12. <em>&#8216;Se hai un&#8217;idea e la pubblichi online in Internet, conta come l&#8217;ombra del fare.&#8217;</em><br />
Risibile.</p>
<p>13. <em>&#8216;Il fare è il motore del più.&#8217;</em><br />
Embé!?</p>
<p>Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo)  occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.<br />
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce &#8216;wu wei&#8217;, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.<br />
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D&#8217;altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.</p>
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