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Nov

#WBFMI – La nuova Rivoluzione Industriale. Intervista a Chris Anderson

Si parla di business, innovazione e leadership. Di creatività, marketing e strutture cerebrali. Ma ciò che colpisce di più del World Business Forum di Milano è la “costruzione” di un evento in grado di dettare le linee guida dello sviluppo economico digitale degli anni a venire.
Basta scorrere la gallery di volti che hanno animato le cinque precedenti edizioni del Forum organizzato da Wobi per comprenderne la capacità di cogliere lo spirito di un’epoca e la cifra di un imponente cambiamento in atto che, innanzitutto, è culturale. Cervelli, soggettività, relazioni ed esperienze: Open Innovation. Poi vengono le piattaforme, i prodotti, i consumatori, le soluzioni.

Chris Anderson - World Business Forum di Milano

Chris Anderson – World Business Forum di Milano

Da queste parti il futuro ha già fatto capolino. Un futuro affascinante, pur con tutti i suoi interrogativi e chiaroscuri. La progressiva trasformazione di aziende e altri soggetti sociali in realtà destrutturate, molto simili alle community online, è evidente. Non occorre scomodare profezie e manifesti datati fine anni ’90 per capire quanto già esperibile nella pratica di ogni giorno. Allo stesso tempo, aver osservato negli anni quanto accaduto all’industria della cultura e dei media ci permette oggi di notare che la progressiva disintermediazione dei valori e dei soggetti in campo ha ricostruito intere filiere, trasformando il modo in cui il fare business incontra le relazioni. Anzi, andando a sprigionare il proprio potenziale nel punto esatto in cui si fondono.
Qualcuno dirà: “OK, parliamo pur sempre di imprese, incubatori, start-up, nuovi linguaggi, nuova imprenditoria digitale”. Ma non è solo “business as usual”, si può rispondere. Il momento storico, economico e sociale è particolare. I tradizionali modelli di produzione e consumo non funzionano più, e il loro viale del tramonto coincide per forza di cose con i primi passi di quella realtà che li sta progressivamente sostituendo.

Il press meeting con Chris Anderson, tenutosi ieri a margine del suo intervento, mi è parso, almeno in un primo momento, un’ottima occasione per approfondire questi temi, complici i pochi slot concessi a blogger e giornalisti: quattro o cinque in tutto, tra stampa estera e italiana. La situazione ideale per affrontare alcuni degli interrogativi che accompagnano lo scenario appena descritto.
Anderson non ha bisogno di presentazioni: basta ricordare per keyword i momenti salienti del suo percorso personale e professionale. Da Wired all’industria dei droni usati a scopi civili, passando per la “long tail”, le teorie sul business nel mondo digitale, le stampanti 3D, il “do it yourself”.
I suoi ragionamenti sulla Terza Rivoluzione Industriale, ribaditi anche ieri dal palco del World Business Forum, si spingono fino alla descrizione di un’era della micro-manifattura che consente al singolo, complice l’abbattimento delle barriere di ingresso e le potenzialità delle tecnologie digitali, di reinventarsi produttore. Maker.
“Il punto è questo – spiega durante il nostro incontro. – Il cambiamento tecnologico e generazionale ha dato vita a un processo che rende molto più semplice passare dall’idea all’oggetto, considerata la maggiore facilità all’accesso agli strumenti e l’abbattimento dei costi”.
Questo è il passaggio più forte dell’argomentazione, un’intuizione che è valsa l’interesse di professionisti appartenenti ai più svariati settori produttivi. È la prima volta che succede qualcosa del genere, almeno a questo livello, in un momento in cui la produzione si sta svincolando definitivamente dai luoghi storici del produrre.
Proprio l’Italia potrebbe guadagnare moltissimo da questo cambiamento. Lo spiega lo stesso Anderson. Quell’Italia in cui il digital divide (tecnologico e generazionale) non è un concetto buono per vendere qualche copia in più, ma purtroppo un bollino nero che il Paese fatica a schiodarsi di dosso. “Non sono un esperto di digital divide – si smarca Anderson. – Però conosco abbastanza bene il sistema produttivo italiano delle piccole e medie imprese italiane e la loro tradizione manifatturiera per dire che il vostro Paese può diventare una guida per il movimento dei Maker”.
Poi tutto dipende da altri fattori, come l’accesso ai capitali, che seppure in volata Anderson menziona. Quindi, di nuovo, lo scontro tra mondo virtuale e reale, quello scarto sociale ed economico in cui si concentrano tutte le perplessità di chi – consulenti, PMI, partite IVA – sconta quotidianamente le regole del Sistema Paese.
“Questione di tecnologia, tempo e ricambio generazionale”: risposta che riporto e, devo dire, mi aspettavo. Così come mi aspettavo il “no comment” alle domande sullo scenario italiano ed europeo, sulle politiche economiche necessarie a sostenere il movimento dei Makers e i Fab Lab, le fucine dell’innovazione fai-da-te.  Tutti temi che Anderson ha sacrificato per sottolineare il magnifico futuro che attende l’industria delle stampanti 3D. Un vero peccato, visto che già dal primo mattino di ieri molti Maker italiani mi avevano scritto chiedendomi di sottoporgli domande ben più precise sui finanziamenti che Obama ha accordato nel 2012 ai Fab Lab e sulle condizioni socio-economiche che le istituzioni politiche europee dovrebbero creare per sostenere il movimento dei micro-produttori digitali. In particolare in Italia, dove finora non è stato fatto molto e dove c’è un dannato bisogno di rilancio e fiducia.

Destinato a convivere con questo interrogativo, ho cercato di fare luce su un altro punto. Dall’intelligenza collettiva all’elogio incondizionato del non professionismo il passo è stato breve. Molto breve. Lo abbiamo sentito dire ieri mattina dal palco: spesso i non professionisti sono più bravi dei professionisti. Vero, eppure lo scenario prospettato non è privo di dubbi. Un mercato invaso da prodotti “do it yourself” potrebbe diventare anche un mercato in cui il rischio di sovrapproduzione (di idee) è altissimo. Dribblate le domanda sul digital divide e sul movimento Maker, Anderson risponde al mio quesito su un possibile “overload” di prodotti.
Se si dematerializza eccessivamente il processo produttivo, mi chiedo e chiedo, qual è il modo per riconoscere la qualità dei prodotti? E quale, invece, quello per tutelare il valore di mercato di un bene economico?
“È una domanda che già ci si poneva anni fa, anche prima di Google e dei social media. La risposta è: le persone. Abbiamo una fantastica abilità nel filtrare le informazioni e riconoscere i prodotti: gli altri. I social media, da un certo punto di vista, non sono che un filtro. Grazie alle altre persone abbiamo risolto il problema della ricerca di informazioni…”.
“Quindi secondo lei l’information overload è risolto?”, chiedo.
“Non ci sono troppe informazioni – taglia corto Anderson. – Il problema è che abbiamo bisogno di filtri migliori di quelli disponibili. Già Google può risolvere questo problema, ponendosi come filtro tra noi e le informazioni…”.
“E quale potrebbe essere il Google dei prodotti della micro-manifattura digitale?”, continuo.
“Beh, lo stesso Google. A volte già i tuoi amici possono fornirti informazioni su un prodotto. Poi tutto dipende dal settore di cui stiamo parlando: biciclette, elettronica, giocattoli. Settori differenti hanno filtri differenti”.

Chiedo un esempio, ma non ne vengono elargiti. Probabilmente, come dice Anderson, è solo questione di tempo, tecnologia e di ricambio generazionale. Come dire, assieme all’innovazione arriveranno le risposte. Restiamo in trepidante attesa.

 

 

 

*** Ringrazio: Marco Bocola (Vectorealism, presidente di Make in Italy), Stefano Borghi (fotografo e fondatore di CoPass), Massimo Menichinelli (openp2pdesign, Aalto Media Factory, Open Knowledge Festival, MUSE FabLab), Jacopo Amistani (Open Source Ecology Italia, Bottega 21). Un ringraziamento speciale per l’aiuto e il supporto a Tomas Mancin (OuiShare, co-fondatore e responsabile comunicazione di Make in Italy) e Ivana De Innocentis (Brands Invasion Social Media Agency).

 

 

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
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