20
Lug

Vento d’estate

Il post pre-ferie è una tradizione. Succede d’estate, con le valigie da fare e il biglietto staccato all’ultimo momento verso mare e brughiere. Un gioco al perdersi che pratico con un certo spirito d’iniziativa ogni agosto. Non mi piace programmare nei minimi dettagli, di solito lascio che le cose accadano e mi passino attraverso. Tutto, comprese il rituale frivolo delle ferie.
Mentre guardo l’armadio e non ho voglia di mettermi a riordinare magliette, pantaloni e giacca a vento, inevitabilmente riorganizzo anche gli eventi più significativi dei mesi precedenti, dal punto di vista professionale e personale .
Forse è un retaggio dei tempi dell’università. Per me l’anno inizia a settembre, con i primi incontri di lavoro, lezioni, esami, conferenze stampa, brainstorming e riunioni, e finisce il 31 luglio. Una data non casuale, che in diverse occasioni ha coinciso con importanti anniversari. Quest’anno non ho ricorrenze, ricordi o programmi e – come direbbero i Massimo Volume – “su queste pareti non ci sono date, né nomi, né cuori incrociati”.

Ci sono però i volti di chi ho incontrato: SegnaleZero, Instagram, social media marketing, le collaborazioni con blog e testate, le agenzie, i nuovi progetti, le docenze sono solo alcuni dei moventi di questi incontri. E ci sono le esperienze che ho potuto fare grazie a questo lavoro che fino a pochi anni fa – prima dei vari Zuckerberg, Dorsey, Systrom – non esisteva o quasi.
Certo, c’è chi è convinto che basta sapere che i gattini vanno alla grande per dirsi esperto di social media marketing, chi invece che è sufficiente moderare due commenti per dirsi community manager. Ma questa è un’altra storia, almeno oggi non ne voglio parlare. Anche perché credo di essere un privilegiato. Ho potuto conoscere – in Italia come, in misura minore, all’estero – la “parte abitata della Rete”, quella comunità liquida e propositiva di persone (persone, badate bene, persone) che sta contribuendo nel suo piccolo al cambiamento in atto sul fronte della conoscenza e della messa in comune di dati, informazioni, esperienze.

Da settembre 2012, quando è iniziato il “mio” anno, ho avuto il privilegio di incontrare decine di persone (blogger, startupper, giornalisti, addetti stampa, marketer… ) che mi hanno arricchito non solo come professionista. Ho partecipato a riunioni, tenuto lezioni, seguito conferenze. E poi scritto, scritto tanto. Sempre in modo non organico (basti pensare che qui su SegnaleZero non ho nemmeno una coda di post di scorta.. pubblico quando scrivo, punto), ma sempre con la voglia di impegnarmi e “leggere” il mondo che mi circonda, contiene, appartiene. Quel mondo virtuale e trasparente che deve decorare il mondo reale e non sostituirlo, perché se deleghiamo troppo di noi al digitale si arriva all’anemia del sentire, all’esperienza differita. Allo storytelling personale, che è bello finché non diventa raccontare storie. Raccontarsi storie. Ma anche questo è un altro discorso, meglio sorvolare.
Ho fatto parte di commissioni di laurea. Ho promosso e bocciato. Sono stato promosso e bocciato più volte. Me ne sono andato sfanculando a denti stretti i capi. Però, nella stessa realtà, ho avuto modo e fortuna di crescere due ragazzi splendidi che hanno saputo seguirmi con pazienza, dedizione e voglia di sbattersi. Due persone con cui collaboro tuttora, in ateneo oppure alla stesura di una guida su Tumblr.
Sono stato quasi sfanculato da un datore di lavoro il quale mi ha fatto notare che a volte bisogna anteporre il dovere professionale alle proprie maree interiori. Ho scritto post, ho spiegato il tacito rinnovo ai miei lettori, ho risposto ai loro commenti, sia quando mi hanno detto che scrivo da Dio, sia quando mi hanno cazziato alla grande. Ho parlato di startup, tecnologie, economia, politica e di meditazione. Ho tenuto un corso di scrittura col turbo e, tra una lezione e l’altra, ho portato alcuni miei studenti a vedere un memorabile concerto punk.
Ho spiegato la scrittura online citando Bruce Lee, Agota Kristof e utilizzando la mia solita delicata metafora, e cioè che la scrittura è come il sesso. O si va fino in fondo o è meglio l’astinenza. Niente mezze misure, siate coraggiosi quando scrivete. Questo era il senso. Ammettete che siete deboli rispetto all’argomento che state trattando, perché solo così troverete la voglia di documentarvi e di trasmettere una notizia in modo credibile ai vostri lettori. Riscoprite, grazie al coraggio, la forza della fragilità. Siateci, vivete, urlate, incazzatevi: poi scrivete. Non diventerete Montale o Montanelli, ma almeno avrete provato a lasciare traccia e a dire la vostra. Dire di voi. A voi. Non fate come Matt Berninger, il cantante dei The National, che tiene tutto dentro (e a leggere i testi, si vede), poi sbotta e a fine concerto si tuffa tra la folla, abbraccia tutti e canta guardandomi negli occhi a mezzo metro di distanza. Piuttosto siate ignoranti: sparate nel mucchio. Arrabbiatevi, scrivete cose arrabbiate. Vi capiranno, credetemi. Anche loro conoscono la ferocia del quotidiano, quindi parlate alla loro pancia. Vi ascolterà.

Milano, Roma, Bologna, Torino. E poi c’è Pavia. La città dal clima ostile in cui vivo. Umida, fredda e tetra in inverno, umida e bollente in estate. E con le zanzare. Zanzare tetre. Ma anche con tante persone che rendono incantevole il soggiorno. Sì, incantevole. Ho contribuito alla nascita di Progetto27 – Sistemi Narrativi, una creatura sorta in riva al Ticino e che (ieri sera praticamente) ha spento la prima candelina. Ho tenuto un corso presso la biblioteca Bonetta. Ho imparato tantissimo da Davide e Neva.
Ho scattato foto. Tante foto, praticamente tre al giorno. Tutte belle, anche quelle difficili da scattare. L’ultima immagine, prima di partire in direzione Adriatico, oggi pomeriggio, in una landa desolata che boccheggia per il caldo e attende con rassegnata apprensione l’arrivo delle ferie.

Ho fatto tanti allenamenti. Ho lottato, in palestra e fuori. Le ho date e le ho prese. Ho pensato (come sto facendo ora) a tutto in un momento. Ho capito come cambia il vento.
Adesso però, puntuale come le tasse e qualcos’altro, è arrivato il momento delle valigie, dei treni e dell’Italia che si muove alla ricerca di refigerio. Di mare. Di pinne e risate. Di cene e di tramonti. Cercherò di stare offline il più possibile, un tentativo destinato a fallire se non altro perché tengo acceso Spotify dieci ore al giorno. Ma soprattutto perché quello che faccio (il giornalista, il blogger, il tizio dei social, il prof) non è semplice “lavoro”, qualcosa che si fa dalle nove alle sei, poi si stacca e chi s’è visto s’è visto.
E sapete che c’è? È un bene che sia così. A dir la verità, una parte di me non vede l’ora che arrivi settembre. Ho già dei bei progetti in cantiere: ora però è tempo di mare, pinne, risate e #sunsetporn. Al resto ci penserò poi, al rientro. Oppure non ci penserò proprio: lascerò che accada. Che mi attraversi.

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