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	<description>Blog a cura di Piero Babudro</description>
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		<title>Il modello Huffington Post</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 10:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Due notizie in rapida successione portano a riflettere su Huffington Post e sul modello che negli ultimi anni si è imposto in Rete. La prima è che Lucia Annunziata sarà il direttore di Huffington Post Italia. La montagna ha partorito il topolino. Dopo mesi in cui ci si interroga sul prossimo (e, per molti versi, auspicato) sbarco nel nostro paese della testata lanciata nel 2005 da Arianna Huffington, e delle possibili conseguenze che ciò potrebbe avere per lo scenario dell&#8217;informazione in Italia, sapere del coinvolgimento della giornalista di Sarno è ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/huffington-post-italia/">Il modello Huffington Post</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
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		//--></script></span><p>Due notizie in rapida successione portano a riflettere su Huffington Post e sul modello che negli ultimi anni si è imposto in Rete. La prima è che <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/05/09/Lucia-annunziata-direttore-Huffington-Post-Italia_6840432.html" target="_blank">Lucia Annunziat</a>a sarà il direttore di <strong>Huffington Post Italia</strong>. La montagna ha partorito il topolino. Dopo mesi in cui ci si interroga sul prossimo (e, per molti versi, auspicato) sbarco nel nostro paese della testata <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Huffington_Post" target="_blank">lanciata nel 2005</a> da <a href="http://www.segnalezero.com/huffingtonpost-italia/" target="_blank">Arianna Huffington</a>, e delle possibili conseguenze che ciò potrebbe avere per lo scenario dell&#8217;informazione in Italia, sapere del coinvolgimento della giornalista di Sarno è una mezza delusione.</p>
<p>Non ritengo lei possa rappresentare quel nuovo di cui il giornalismo italiano, piegato su modelli vecchi di 40 anni e drammaticamente segnato dal precariato delle menti più giovani, ha estremo bisogno. Rappresenta il giornalista salottiero, radical-chic, la cui carriera si è sviluppata tra la rotativa e la frequentazione dei posti che contano. Per non parlare del rapporto col digitale: mentre l&#8217;informazione mondiale si pone una serie di domande sul proprio futuro &#8211; futuro che passa necessariamente per i media digitali e interattivi, per i loro linguaggi e le loro pratiche condivise &#8211; devo dire mi sarebbe piaciuto vedere al posto dell&#8217;Annunziata qualche collega che ha nel Dna questi linguaggi e queste pratiche. Sarebbe stato un bel segnale. Di cambiamento. Vero.</p>
<p>Discutevo su Twitter con <a href="https://twitter.com/#!/ladegri" target="_blank">@ladegri</a> e il suo commento sulla nomina dell&#8217;Annunziata ha dell&#8217;illuminante. &#8220;A pochi giorni dal Festival del Giornalismo, che ha galvanizzato tutti, sembra una beffa&#8221;.</p>
<p>Voglio anche aggiungere una seconda riflessione. Lo scorso anno, scrivevo di <a href="http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/" target="_blank">Huffington Post</a>, di <a href="http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/" target="_blank">crowdsourcing</a>, di produzione della notizia, e di tutti i dubbi che nutro nei confronti di un modello che, come scrive il <a href="http://ilnichilista.wordpress.com/2012/05/10/contro-il-modello-huffington-post/" target="_blank">Nichilista</a>, pretende di trasformare la visibilità in moneta.</p>
<p>&#8220;(&#8230;) è un modello che non funziona. Pensare che la visibilità sia moneta può avere senso se si scrive per un pubblico vasto come quello dei cittadini digitali che leggono in lingua inglese. Ma se si parla ai soli italiani, le possibilità che quella visibilità si traduca in valore si riducono sostanzialmente. Andando più in profondità, poi, si potrebbe contestare che sia accettabile anche solo l’equazione di visibilità e moneta. Il contenuto è moneta. Se i contenuti sono buoni, prima o poi si traducono in visibilità. E se quella visibilità è basata sui contenuti, è più probabile che qualcuno che considera il denaro moneta – o più prosaicamente, remunera il lavoro – si accorga che vale la pena tradurla in un salario, o in un compenso: perché produce valore anche per lui. Ma il problema, nella sua essenza, è che remunerare il lavoro con la visibilità è una sconfitta civile, prima che economica, per una società. E’ un segno che l’asticella del rispetto si è abbassata di una tacca di troppo. E sarebbe il caso che blogger e precari del giornalismo se ne accorgano&#8221;.</p>
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<p><a href="http://www.segnalezero.com/huffington-post-italia/">Il modello Huffington Post</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Google, il Web libero, le mezze verità</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 21:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Che la Rete, nella sua accezione più democratica e libertaria, sia in pericolo è un dato di fatto. Che a ricordarcelo sia Sergey Brin, imprenditore russo naturalizzato americano e, tra le altre cose, co-fondatore di Google, quantomeno curioso. In una recente intervista al The Guardian, Brin si lascia andare a un’invettiva contro tutte le minacce che oggi mettono a repentaglio una visione orizzontale e aperta della tripla W. La censura dei governi, le lobby che in nome della lotta alla pirateria finiscono per criminalizzare la creatività e la condivisione, e ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/google_sergey_brin/">Google, il Web libero, le mezze verità</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Che la Rete, nella sua accezione più democratica e libertaria, sia in pericolo è un dato di fatto. Che a ricordarcelo sia <strong>Sergey Brin</strong>, imprenditore russo naturalizzato americano e, tra le altre cose, co-fondatore di <strong>Google</strong>, quantomeno curioso. In una recente intervista al <a href="http://www.huffingtonpost.com/2012/04/15/sergey-brin-internet-freedom-threatened_n_1427325.html" target="_blank">The Guardian</a>, Brin si lascia andare a un’invettiva contro tutte le minacce che oggi mettono a repentaglio una visione orizzontale e aperta della tripla W. La <strong>censura</strong> dei governi, le <strong>lobby</strong> che in nome della lotta alla pirateria finiscono per criminalizzare la creatività e la condivisione, e persino i walled garden di <strong>Apple</strong> e <strong>Facebook</strong>.</p>
<p><strong>Come dargli torto?</strong> La Mela ha creato un sistema hardware-software proprietario tra i più blindati. <strong>Facebook</strong> mira a replicare “in piccolo” tutte le funzioni del Web, che nella sua ottica è diventato un contenitore di relazioni umane a misura di liceali. Per non dire che, sostiene Brin, l’ombra di <strong>Facebook</strong> (meglio, dei suoi capitali) aleggia su tutta la Rete e impedisce lo sviluppo di realtà innovative.<br />
Di nuovo, come dargli torto? Un eventuale Google nato nel 2012 non avrebbe il tempo per crescere, svilupparsi, “diventare grande”. Dopo pochi mesi, una volta fattosi notare per le sue caratteristiche innovative e in qualche modo rivoluzionarie, finirebbe per essere acquisito da uno dei giganti del Web, diventarne una divisione interna, una feature tra le mille disponibili all’interno del grande mondo dell’intrattenimento di una Rete che, per certi versi, odora ormai di nazionalpopolare.</p>
<p><strong>Avoler essere pignoli, Brin un torto ce l’ha.</strong> Quello di raccontare una versione dei fatti edulcorata, che finisce per essere una mezza verità. Se in Cina è stato possibile censurare la voce dei dissidenti, questo è accaduto anche grazie alla connivenza di parte della Silicon Valley, che quando non ha fornito dati e tecnologie utili a spiare le comunicazioni degli utenti si è piegata ad accettare le usanze locali perché il loro è un mercato promettente in cui conviene esserci. Meglio un piede dentro, insomma, che entrambi fuori: e quindi bene stringere accordi con quelle dittature contro le quali oggi si punta il dito.<br />
Non che nel cosiddetto “mondo civilizzato” si siano usate particolari creanze nei confronti degli utenti. Sono state spiate connessioni wi-fi, utilizzati dati personali (sia pure in forma aggregata) e tracciato ogni aspetto della navigazione in Rete per fornire informazioni e advertising sempre più personalizzato, finendo col minare dall’interno il concetto di privacy, pallido simulacro di quello che dovrebbe essere diritto dei cittadini a veder rispettata la propria vita privata.</p>
<p>Leggendo l’articolo ho subito pensato: “Tutto giusto, ma da che pulpito!”. La motivazione di Brin alle sue condivisibili ma parziali accuse è la seguente: i sistemi recintati, i <strong>walled garden</strong>, bloccano molte informazioni, tra cui quelle contenute nelle applicazioni. Informazioni che non sono rintracciabili dai crawler del Web, quelli che (guarda caso) <strong>Google</strong> utilizza per mettere ordine nel mare magnum dei contenuti online. In certi passaggi sembra perfino che la grande minaccia di un Web non più libero è costituita da tutto ciò che ostacola <strong>Mountain View</strong> nella sua progressiva opera di compenetrazione con Internet.<br />
Un’azione pericolosa, al pari di un Web a misura di liceale o di un sistema informatico-cassaforte. La Rete sta vivendo un periodo di radicali cambiamenti, sulla scorta di un forte cambiamento sociale e antropologico, ma anche delle pressioni esercitate da poteri economici e politici di ogni sorta. C’è un punto di rottura in questo meccanismo, oltre al quale agli internauti di tutto il mondo toccherà scegliere il male minore. Il passo dal “Don’t be evil” al “lesser evil” sarà più breve del previsto. Ma meno indolore.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/google_sergey_brin/">Google, il Web libero, le mezze verità</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Experience the Infinity: Asus alla Design Week Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 07:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>SegnaleZero ha il piacere di ospitare Manuela Lavezzari, Marketing Manager di AsusTek per l&#8217;Italia. A lei il compito di descriverci la partecipazione dell&#8217;azienda alla Design Week di Milano, in programma da domani al 22 aprile. 


L&#8217;infinito è il tema con cui Asus ha scelto di essere presente nelle giornate della Design Week di Milano presso lo spazio QuattrocentoMQ in zona Tortona. Il concept deriva dal tema a cerchi concentrici delle cover degli ultrabook Zenbook, simbolo che è sintesi di perfezione e compiutezza, equilibrio e armonia tra gli elementi e che, ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/asus-design-week-milano/">Experience the Infinity: Asus alla Design Week Milano</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><strong>SegnaleZero ha il piacere di ospitare Manuela Lavezzari, Marketing Manager di AsusTek per l&#8217;Italia. A lei il compito di descriverci la partecipazione dell&#8217;azienda alla Design Week di Milano, in programma da domani al 22 aprile. </strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>L&#8217;infinito è il tema con cui <strong>Asus</strong> ha scelto di essere presente nelle giornate della <strong>Design Week</strong> di <strong>Milano</strong> presso lo <strong>spazio QuattrocentoMQ</strong> in zona Tortona. Il concept deriva dal tema a cerchi concentrici delle cover degli ultrabook <strong>Zenbook</strong>, simbolo che è sintesi di perfezione e compiutezza, equilibrio e armonia tra gli elementi e che, in una suggestiva ambientazione dai richiami Zen, sottolinea in maniera evocativa la bellezza, l’eleganza, la ricerca dei materiali e del design delle numerose proposte presentate.</p>
<p>Da sempre l’azienda percorre un cammino volto a perseguire la perfezione tecnologica ed estetica attraverso una costante attenzione all’innovazione e al design per creare una reale empatia con gli utenti. Il <strong>“Design thinking”</strong> di <strong>Asus</strong> parte dalle persone, ponendo gli individui al centro della progettazione, per sviluppare soluzioni che rispondano a esigenze sempre nuove, definendo scelte legate alla ricerca di nuovi valori, in linea con il proprio stile di vita e in grado di offrire al contempo infinite possibilità. La <strong>Design Week</strong> è per <strong>Asus</strong> il palcoscenico ideale per consentire al grande pubblico di toccare con mano il risultato del nostro impegno.</p>
<p>La location scelta da <strong>Asus</strong> per la presenza al <strong>Fuorisalone 2012</strong> si caratterizza per una scenografia di forte impatto emotivo. Il visitatore viene accolto in un’atmosfera dove l’infinito si manifesta in un concerto di elementi che delineano un’esperienza che intende coinvolgere i sensi e offrire una percezione di equilibrio e armonia, mentre lo spazio circostante si amplia, si dilata e diventa infinito. I visitatori avranno la possibilità di apprezzare una dimensione tecnologica inedita ed originale, sperimentando da vicino le novità di casa <strong>Asus</strong>. Dalla semioscurità affiorano e si palesano, come immagini evocative, le più recenti creazioni Asus, conferma e tangibile espressione dell’impegno dell’azienda sul fronte dell’innovazione. E da qui è breve il passo a un’atmosfera dai richiami Zen che, facendo da cornice e sfruttando la relazione tra spazio e infinito, consente di sottolineare la bellezza e l’eleganza che vestono la tecnologia più avanzata, evidenziando la scelta di materiali pregiati e la ricercatezza del design, elementi essenziali e distintivi dell’intera, vasta gamma dei prodotti firmati <strong>Asus</strong>.</p>
<p>Tutto questo si esprime e sintetizza negli <strong>Ultrabook</strong> della serie <strong>Asus Zenbook</strong>, capaci di fondere in un unico prodotto ricerca estetica, eccellenti prestazioni, rispetto per l’ambiente e superiore qualità audio, ma anche nella famiglia di tablet <strong>Asus Transformer Pad</strong>, che rinnova il fortunato concept dell’originario <strong>TF101</strong> e del successivo <strong>Prime</strong>, ampliando ulteriormente la gamma di proposte basate sull’innovativa filosofia di prodotto “2 in 1”, fino ad arrivare all’attesissimo <strong>Asus PadFone</strong>, sorprendente e avanzatissima soluzione tecnologica in grado di trasformarsi da smartphone a tablet e addirittura notebook in un istante, grazie all’impiego delle apposite <strong>PadFone Station</strong> e <strong>PadFone Station Dock</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Disclaimer: il contributo che avete appena letto NON è stato pubblicato in base ad accordi pay-per-post o simili. E&#8217; la libera scelta di ospitare una professionista che stimo. Trovo doveroso precisarlo, visto che si parla anche di prodotti consumer.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/asus-design-week-milano/">Experience the Infinity: Asus alla Design Week Milano</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Sms e marketing: non solo una questione di principio</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 12:19:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Prima arriva una telefonata dalla Tim. L&#8217;azienda propone questa nuova &#8220;promozione&#8221;, TimXTuttiMessaggi, che consiste in una settimana di sms gratis a 0 euro. Dato che non vengono fornite ulteriori informazioni e che la promozione sembra tutto sommato innocua, si finisce con l&#8217;accettare.
Passa una ventina di minuti. Arriva un Sms che informa dell&#8217;attivazione di TimXTuttiMessaggi. E qui la sorpresa: offrono, come detto al telefono, una settimana di Sms gratis. Poi però allo scadere dei sette giorni, l&#8217;offerta si rinnova automaticamente al costo di 1 euro a settimana. Chi vuole recedere deve ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/sms_marketing/">Sms e marketing: non solo una questione di principio</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Prima arriva una telefonata dalla <strong>Tim</strong>. L&#8217;azienda propone questa nuova &#8220;promozione&#8221;, <strong>TimXTuttiMessaggi</strong>, che consiste in una settimana di sms gratis a 0 euro. Dato che non vengono fornite ulteriori informazioni e che la promozione sembra tutto sommato innocua, si finisce con l&#8217;accettare.</p>
<p>Passa una ventina di minuti. Arriva un Sms che informa dell&#8217;attivazione di <strong>TimXTuttiMessaggi</strong>. E qui la sorpresa: offrono, come detto al telefono, una settimana di Sms gratis. Poi però allo scadere dei sette giorni, l&#8217;offerta <strong>si rinnova</strong> <strong>automaticamente</strong> al costo di 1 euro a settimana. Chi vuole recedere deve chiamare il 119, e quindi &#8211; aggiungo io &#8211; sorbirsi le lungaggini tipiche dei call center.</p>
<p>E&#8217; vero che 1 euro a settimana è una cifra irrisoria, soprattutto a fronte della possibilità di spedire un gran numero di Sms. E&#8217; anche vero che il cliente andrebbe informato in modo completo di tutte le caratteristiche dell&#8217;offerta prima di aderire e non in un secondo momento, con un Sms che sa tanto di mezzuccio.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/sms_marketing/">Sms e marketing: non solo una questione di principio</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>INk THE SKY: festival audiovisivo a Bologna (12-13 maggio)</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 09:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Barcellona. Tre amiche impegnate nel campo degli audiovisivi decidono di “inchiostrare il cielo”: ossia dar vita a una rassegna video di differenti formati, durata massima dieci minuti, proiettarli sul soffitto, mettere in condizione il pubblico di seguirli comodamente disteso su alcuni cuscini.
Un’idea a suo modo “freak” che ben presto finisce col fare proseliti. Si arriva alla sesta edizione in quattro anni, “INk THE SKY” (quasi lynchiano nel suo abuso del maiuscolo) diventa adulto e si fa conoscere fuori dai confini della Catalogna.  Il bacino di partecipanti si allarga, ormai arrivano ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/ink-the-sky-bologna/">INk THE SKY: festival audiovisivo a Bologna (12-13 maggio)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
			instapaper_embed( "http://www.segnalezero.com/ink-the-sky-bologna/", "INk THE SKY: festival audiovisivo a Bologna (12-13 maggio)", "" );
		//--></script></span><p>Barcellona. Tre amiche impegnate nel campo degli audiovisivi decidono di “inchiostrare il cielo”: ossia dar vita a una <strong>rassegna video</strong> di differenti formati, durata massima dieci minuti, proiettarli sul soffitto, mettere in condizione il pubblico di seguirli comodamente disteso su alcuni cuscini.<br />
Un’idea a suo modo “freak” che ben presto finisce col fare proseliti. Si arriva alla sesta edizione in quattro anni, “<strong><a href="http://inkthesky.com/?lang=it" target="_blank">INk THE SKY</a></strong>” (quasi lynchiano nel suo abuso del maiuscolo) diventa adulto e si fa conoscere fuori dai confini della Catalogna.  Il bacino di partecipanti si allarga, ormai arrivano da tutta Europa.</p>
<p>Finché un giorno il festival approda a Bologna, grazie a cinque ragazzi da tempo affezionati al progetto originale. S’incontrano all’inizio della scorsa estate: alcuni di essi hanno vissuto per anni nella capitale della Catalogna, conoscono il <strong><a href="http://inkthesky.com/?lang=it" target="_blank">INk THE SKY</a></strong> e le organizzatrici. Da qui l’idea di “traslocarlo” in Emilia. Da qui l’appuntamento, il <strong>12 e 13 maggio</strong> prossimo, <strong>presso il <a href="http://www.teatrinodegliillusi.com/" target="_blank">Teatrino degli Illusi</a></strong>.<br />
La parola chiave di quest’anno – sì, perché ogni edizione di <strong>INk THE SKY</strong> ruota attorno a un concetto &#8211; è “cambio”. Cambio che vuol dire trasloco, ma anche cambio di passo.</p>
<p>“Crediamo fermamente nel formato del festival, completamente gratuito e libero – ci spiega Marta, componente del quintetto che oggi si propone di gettare un ponte ideale tra Barcellona e Bologna. &#8211; Pensiamo che Bologna sia una città con una forte energia, ricca di idee e creatività. Vogliamo dare spazio a quelle persone a cui basta poco per realizzare tanto”.<br />
Rispetto alle edizioni catalane, <strong>INk THE SKY</strong> 2012 propone un deciso allargamento di vedute. “Abbiamo cercato di ampliare i confini, inserendo all’interno dell’evento workshop di vjing e stop-motion, questo per dare la possibilità agli interessati di “affinare” le loro tecniche di lavoro”.<br />
Parallelamente, la convinzione che in qualche modo <strong>Bologna</strong> sia <strong>la Barcellona d’Italia</strong>, pur senza il mare. “Un porto in cui attraccano culture diverse, in cui si respira la voglia di esprimere le proprie idee. Un contesto di creatività, se vogliamo low cost ma di grande impatto”.</p>
<p>In questi giorni, a Bologna, il passaparola regna sovrano. Non potrebbe essere altrimenti, per un festival che nasce totalmente dal basso. La scadenza per le iscrizioni è il 30 aprile; la voce è circolata e l’università ha pubblicato il bando di iscrizione sul sito di ateneo. Nel frattempo, si lavora molto sull’online e sui social media. È attivo un <a href="http://www.facebook.com/INk.THE.SKY" target="_blank">profilo Facebook</a>, mentre realtà come <strong>Exibart</strong>, <strong>cinemaitaliano.it</strong>, <strong>graphiccompetition</strong> e <strong>cinemablog.it</strong> hanno dedicato spazio all&#8217;iniziativa.<br />
E nella Rete nascono le sinergie importanti. “I social media ci consentono di avere un rapporto diretto con il pubblico, attraverso uno scambio reciproco di materiale  e di idee. Ad esempio, ci hanno contattato alcuni musicisti che hanno messo a disposizione la propria musica. I partecipanti, nello specifico, potranno utilizzarla come colonna sonora, originale e gratuita, per i propri lavori”.<br />
Intanto, mentre si avvicina la data del 12 maggio, già si parla di <strong>Berlino</strong> come prossima location del festival.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/ink-the-sky-bologna/">INk THE SKY: festival audiovisivo a Bologna (12-13 maggio)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Raccontare la Formula 1 attraverso #storify</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/ferraristorify/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dopo il Gran Premio d&#8217;Australia, secondo appuntamento per raccontare la formula 1 tramite Storify. Oggi a Sepang, Malesia, è andata al di là di ogni più rosea previsione. Fernando Alonso ha vinto, ma soprattutto il racconto &#8220;live from web&#8221; dell&#8217;evento si è rivelato un ottimo modo per affiancare, arricchendola, la tradizionale telecronaca televisiva.
</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/ferraristorify/">Raccontare la Formula 1 attraverso #storify</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Dopo il <strong>Gran Premio d&#8217;Australia</strong>, secondo appuntamento per raccontare la formula 1 tramite <strong><a href="http://storify.com/kl_motorsport/malaysia-gp-sepang-2012" target="_blank">Storify</a></strong>. Oggi a <strong>Sepang</strong>, <strong>Malesia</strong>, è andata al di là di ogni più rosea previsione. Fernando Alonso ha vinto, ma soprattutto il racconto &#8220;live from web&#8221; dell&#8217;evento si è rivelato un ottimo modo per affiancare, arricchendola, la tradizionale telecronaca televisiva.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/ferraristorify/">Raccontare la Formula 1 attraverso #storify</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Forbes: giornalisti pagati &#8220;a clic&#8221;</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/forbes/</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 15:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giornalismo partecipativo, in tutti i sensi. Partecipativo e imprenditoriale. Sì, perché freelance e collaboratori di Forbes da circa un anno e mezzo partecipano appieno al successo del sito web e, soprattutto, dei suoi contenuti. Il meccanismo è molto semplice: è stato spiegato dal chief product officer Lewis Dvorkin nell’ultimo editoriale, come riportato da Il Mondo, e si basa sul principio degli incentivi.
Più un articolo online genera traffico, più il collaboratore é pagato. Semplice, lineare, diretto.
Una versione digitale del cottimo? Forse, fatto sta che Forbes.com, dati ComScore alla mano, nel periodo ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/forbes/">Forbes: giornalisti pagati &#8220;a clic&#8221;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Giornalismo partecipativo, in tutti i sensi. Partecipativo e imprenditoriale. Sì, perché freelance e collaboratori di <strong>Forbes</strong> da circa un anno e mezzo partecipano appieno al successo del sito web e, soprattutto, dei suoi contenuti. Il meccanismo è molto semplice: è stato spiegato dal chief product officer <a href="http://blogs.forbes.com/people/lewisdvorkin/" target="_blank"><strong>Lewis Dvorkin</strong></a> nell’ultimo editoriale, come riportato da <strong><a href="http://www.ilmondo.rcs.it/" target="_blank">Il Mondo</a></strong>, e si basa sul principio degli incentivi.</p>
<div id="attachment_1106" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><a href="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2012/02/forbes_logo.jpg"><img class="size-full wp-image-1106" title="forbes_logo" src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2012/02/forbes_logo.jpg" alt="Forbes.com" width="230" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Forbes.com</p></div>
<p><strong>Più un articolo online genera traffico, più il collaboratore é pagato. Semplice, lineare, diretto.</strong></p>
<p>Una versione digitale del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cottimo" target="_blank">cottimo</a>? Forse, fatto sta che <strong>Forbes.com</strong>, dati <strong>ComScore</strong> alla mano, nel periodo che va da dicembre 2010 a fine 2011 <strong>ha aumentato i propri lettori da 9,3 a 12,2 milioni</strong>, mentre <strong>il tempo medio speso sul sito è cresciuto da 1,1 a 4,4 minuti</strong>. Intanto – sottolinea lo stesso Dvorkin – nell’ultimo anno <strong>il traffico dai social network verso il sito è aumentato di 17 volte</strong>. Come a dire, anche a livello di “indice di gradimento online” Forbes non è messo niente male, se è vero che tutto questo traffico nasce da like, condivisioni e tweet.</p>
<p>Da qui la scelta di portare il modello degli incentivi sulla versione cartacea della rivista. Come annunciato da Dvorkin, i collaboratori continueranno a produrre articoli scritti, ma saranno incoraggiati a lavorarci su online, aggiornandoli o completandoli, e quindi messi in condizione di accedere ai bonus previsti per alti livelli di traffico.</p>
<p>Di cifre non si parla, ma finora pare non si sia lamentato nessuno. Il che non è poco, visto il <a href="http://www.segnalezero.com/huffington-post-arrivano-i-tagli/" target="_blank">polverone sollevatosi</a> poco meno di un anno fa dalle parti di <a href="http://www.segnalezero.com/huffington-post-arrivano-i-tagli/" target="_blank"><strong>Huffington Post</strong> </a>in relazione al rapporto tra editore e collaboratori esterni. Lì la questione era leggermente diversa: c’era di mezzo <a href="http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/" target="_blank">la cessione della testata ad AOL</a> per una cifra stratosferica e i mugugni di collaboratori e blogger che per anni avevano contribuito – gratis o quasi – alla grandezza del progetto editoriale di Arianna Huffington.</p>
<p>Qui si parla di un nuovo <strong>modello di business</strong>, che se da un lato riconosce al giornalista parte della responsabilità del successo o meno di un articolo, dall’altro – se governato male – si presta a storture di ogni tipo.</p>
<p>Anche in Italia ci sono, o ci sono stati, casi di editori online che pagavano in relazione al traffico generato da un post. Il problema è che non era prevista una formula “fisso + incentivo”. Anzi, livelli di traffico più bassi di quanto previsto dall&#8217;editore per un certo argomento potevano persino portare l’incentivo a zero Euro o quasi.</p>
<p>È finita che a rimetterci (oltre al portafoglio del collaboratore) è stata la qualità degli stessi articoli prodotti. Molto facile, infatti, arrivare al paradosso di puntare sulla quantità, producendo articoli o post molto “spinti” sul lato <strong>SEO</strong> ma deboli quanto a reale valore contenutistico. Infatti, quel modello di business si è modificato nel tempo e gli editori online in questione hanno dovuto cambiare politica nei confronti dei loro collaboratori. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/forbes/">Forbes: giornalisti pagati &#8220;a clic&#8221;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Pinterest per il business</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 10:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> Pinterest for business 
 View more presentations from Gregory Pouy 

</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/pinterest/">Pinterest per il business</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><div style="width:425px" id="__ss_11687410"> <strong style="display:block;margin:12px 0 4px"><a href="http://www.slideshare.net/gregfromparis/pinterest-for-business" title="Pinterest for business" target="_blank">Pinterest for business</a></strong> <iframe src="http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/11687410" width="425" height="355" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
<div style="padding:5px 0 12px"> View more <a href="http://www.slideshare.net/" target="_blank">presentations</a> from <a href="http://www.slideshare.net/gregfromparis" target="_blank">Gregory Pouy</a> </div>
</p></div>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/pinterest/">Pinterest per il business</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>#TornateSuFacebook : Twitter e la crociata anti-gnubbi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 09:10:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ci sono utenti e utenti. La vecchia guardia, quelli della prima ondata, i nuovi arrivati. Quelli che preferiscono Twitter perché più specializzato. Quelli che sono rimasti delusi dalla recente invasione di VIP, vippetti e massa generica sul social network dei cinguettii. Quelli che non hanno digerito le preghiere accorate al Fiorello di turno: &#8220;Per favore, sono una tua fan sfegatata: oggi mi retwitti?&#8221;.
Raccolgo questa segnalazione di Skande e rilancio il tema, sottolineando l&#8217;importanza delle diverse dinamiche che riguardano un social network piuttosto che un altro, Facebook oppure Twitter. L&#8217;accusa generica ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/tornatesufacebook/">#TornateSuFacebook : Twitter e la crociata anti-gnubbi</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Ci sono utenti e utenti. La vecchia guardia, quelli della prima ondata, i nuovi arrivati. Quelli che preferiscono <strong>Twitter</strong> perché più specializzato. Quelli che sono rimasti delusi dalla recente invasione di VIP, vippetti e massa generica sul social network dei cinguettii. Quelli che non hanno digerito le preghiere accorate al <strong>Fiorello</strong> di turno: &#8220;Per favore, sono una tua fan sfegatata: oggi mi retwitti?&#8221;.</p>
<p>Raccolgo questa segnalazione di <strong><a href="http://www.skande.com/tornatesufacebook-201202.html" target="_blank">Skande </a></strong>e rilancio il tema, sottolineando l&#8217;importanza delle diverse dinamiche che riguardano un social network piuttosto che un altro, <strong>Facebook</strong> oppure <strong>Twitter</strong>. L&#8217;accusa generica che viene rivolta ai nuovi arrivati è di ignorare le dinamiche proprie di Twitter e di comportarsi come se fosse un calderone qualsiasi (leggi: <strong>Facebook</strong>).</p>
<p>Negli anni mi è capitato molte volte di assistere ad atteggiamenti e situazioni di questo tipo: penso a <strong>Friendfeed</strong>, oggi un cadavere ambulante anche grazie a un certo atteggiamento molto chiuso. Inoltre, quanto alla vita reale, mi vengono in mente le mille volte in cui, durante una vacanza o un viaggio di lavoro, i turisti italiani presenti fanno vergognare noi &#8220;viaggiatori consapevoli&#8221;.</p>
<p>Il top, almeno dal mio punto di vista, è andare a un concerto di un gruppo più o meno di nicchia, di cui per anni hai venerato gli LP in salotto come fossero testi sacri di un culto misterioso, e scoprire che il parterre è imbottito di adolescenti minkioni, che magari non sanno nemmeno chi suona o in generale come si sta al mondo.</p>
<p>Voglio dire, ci sono casi in cui un sano &#8220;protezionismo&#8221; aiuta. Altri in cui finisce per diventare deleterio. Occorre trovare un modo per attutire il rumore di fondo della massa chiassosa, questo è sacrosanto. Evitando al contempo un certo &#8220;effetto Friendfeed all&#8217;italiana&#8221;. Una bella sfida!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Newbie" target="_blank">Gnubbo</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luser" target="_blank">Luser</a> su Wikipedia)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/tornatesufacebook/">#TornateSuFacebook : Twitter e la crociata anti-gnubbi</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Android Market: occhio alle applicazioni dannose riciclate</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/android-market/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 09:15:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ricevo e pubblico un comunicato stampa dei G Data Security Labs, che hanno rilevato il ritorno sull’Android Market di applicazioni sviluppate da TYP3-Studios, in precedenza eliminate perché contenenti codice dannoso.
È bastato dare loro un nuovo aspetto grafico e inserire una clausola nel contratto di licenza (EULA, End User License Agreement) sottoscritto dall’utente al momento del download, per farle riapparire su quello che, assieme ad App Store di Apple, è il market online di applicazioni per cellulari, smartphone e tablet più frequentato al mondo. Così, ora le applicazioni dannose sono di ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/android-market/">Android Market: occhio alle applicazioni dannose riciclate</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><div id="attachment_1076" class="wp-caption alignleft" style="width: 228px"><a href="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2012/02/g_data_logo.jpg"><img class="size-medium wp-image-1076 " title="g_data_logo" src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2012/02/g_data_logo-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il logo di G Data</p></div>
<p>Ricevo e pubblico un comunicato stampa dei <a href="http://www.gdata.it/security-labs.html" target="_blank"><strong>G Data Security Labs</strong></a>, che hanno rilevato il ritorno sull’<a href="https://market.android.com/" target="_blank"><strong>Android Market</strong> </a>di applicazioni sviluppate da <strong>TYP3-Studios</strong>, in precedenza eliminate perché contenenti codice dannoso.</p>
<p>È bastato dare loro un nuovo aspetto grafico e inserire una clausola nel contratto di licenza (<strong>EULA, End User License Agreement</strong>) sottoscritto dall’utente al momento del download, per farle riapparire su quello che, assieme ad <strong>App Store</strong> di <strong>Apple</strong>, è il market online di applicazioni per cellulari, smartphone e tablet più frequentato al mondo. Così, ora le applicazioni dannose sono di nuovo reperibili sul mercato di <a href="http://www.segnalezero.com/alma-whitten-google-non-tutto-riesce-al-primo-colpo/" target="_blank"><strong>Google</strong></a>.</p>
<p>In apparenza innocue, pare che siano in grado di sottrarre dati personali all’utente e promuovere annunci di altre applicazioni realizzate dallo stesso sviluppatore.<br />
Ufficialmente le apps in questione sono state disponibili nel <strong>Market Android</strong> fino al 4 luglio scorso, ossia fino a quando dalla University of North Carolina era arrivato un primo allarme sulla loro pericolosità.</p>
<p>Stiamo parlando di programmi molto semplici da usare e molto comuni: <strong>Airhorn</strong>, che imita il suono di un altoparlante, o <strong>Flashlight</strong>, che invece utilizza il flash della fotocamera per simulare le funzioni di una torcia portatile. Una volta installati, si è scoperto che sono in grado di inviare le informazioni personali degli utenti (es: rubrica, numero di telefono o IMEI eccetera) ai server di <strong>TYP3-Studios.</strong></p>
<p>Fatte sparire dalla circolazione, ultimamente i <strong>G Data Security Labs</strong> si sono accorti della loro ricomparsa sull’<strong>Android Market</strong>. In pochi mesi, infatti, gli sviluppatori hanno rilasciato le applicazioni in una seconda versione, cambiando i colori dell’icona e aggiungendo nelle note un accordo con l’utente finale che descrive le funzionalità dell’app in questione. Tale clausola aggiuntiva, sarebbe – secondo i <strong>G Data Security Labs</strong> – scritta in un modo così prolisso da rendere la sua lettura molto ardua, e quindi va a finire che la maggior parte degli utenti la ignora. Per quanto riguarda le funzioni incriminate, non è cambiato nulla rispetto alla prima versione: le applicazioni in questione sono ancora in grado di rubare i dati agli utenti, solo che rispetto a qualche mese fa usano l’accortezza di criptare i dati prima di inviarli ai server di <strong>TYP3-Studios</strong>. Condizione – quest’ultima – necessaria per poter restare nell’Android Market.</p>
<p>Secondo i G Data Security Labs, queste applicazioni sarebbero già state scaricate più di 10mila volte, pur essendo classificate come <strong>“Riskware”</strong>.</p>
<p>La sicurezza di smartphone, cellulari e tablet non è uno scherzo. G Data, giustamente, ricorda l’importanza di installare solo applicazioni provenienti da fonti attendibili, controllando i commenti nelle app presenti nel <strong>Market Android</strong> prima del download. Attenzione ai pop-up che appaiono sullo schermo: potrebbero essere un indizio importante che rimanda a funzioni “sospette” di una o più applicazioni. Infine, controllare sempre i permessi richiesti da un’applicazioni prima di scaricarla o acquistarla. Potreste scoprire che le clausole del contratto sottoscritto con l’utente non sono poi così vantaggiose.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/android-market/">Android Market: occhio alle applicazioni dannose riciclate</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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