19
Ott

Formazione e autogestione

Pochi giorni fa uno studente mi ha proposto una lista di libri che ha cercato in Rete e che vuole approfondire in aggiunta ai testi d’esame. La scintilla che lo ha mosso è stata la lezione dedicata in parte al concetto di Singolarità. Questo fatto, di per sé un avvenimento subatomico rispetto all’architettura degli eventi di una giornata nel mondo, mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere su due concetti: informazione e formazione.

La società dell’informazione non può che produrre la società della formazione, intesa come la soddisfazione codificata del bisogno – probabilmente esistenziale prima che professionale – di essere aggiornati e di capire un presente iper-veloce, fatto di connessioni rapide, sfuggenti e immateriali. Da un lato il mondo ti chiede di padroneggiare un set di conoscenze sempre più ampie e interdisciplinari, dall’altro tu come individuo senti il bisogno di approfondire, conoscere, sminuzzare la realtà e trasformarla in un oggetto comprensibile. Proprio perché oggi la realtà è un enorme calderone di cose, sul cui ruolo e sulla cui utilità ci interroghiamo fin troppo, per certi versi, e troppo poco, per altri.

In tutto questo schema, salta fuori il ruolo del formatore, che è quanto di più ricco si possa immaginare. La penso come David Deutsch, il quale sostiene che – parlando ipoteticamente al bambino che è stato e che voleva conoscere il mondo – una volta arrivati all’età adulta non solo ha poco senso studiare la “trama della realtà”, ma anche domandarsi se esiste sul serio un qualcosa che possa assomigliare al concetto di trama.

Per questo e per altri motivi – tra cui il poter insegnare a giovani di 20-25 anni che, mediamente, hanno una freschezza mentale imbattibile – ritengo che sia molto più importante portare gli studenti alla soglia della propria curiosità, piuttosto che oberarli di dati e nozioni destinati, per come vanno le cose, a ingigantire il grande rumore di fondo di una società che fatica a stare zitta, a sedersi tranquilla su una sedia e lasciare che i concetti e la creatività fluiscano liberamente. In una parola, a spegnere il logorio interno fatto di input continui che rischiano di sclerotizzarci tanto quanto ci elevano.

Altra considerazione volante: insegnare, nel senso di trasmettere qualcosa di valore, è funzione della capacità di mettersi al servizio e imparare. Non voglio classi, voglio gruppi di lavoro tra pari, dove il più esperto dà dei consigli, trasmette informazioni basate sulla pratica e sul sano sporcarsi le mani e quasi mai interviene sul processo stesso. Dirò di più: ci sono talmente tante informazioni da passare che il tempo, e non la passione, diventa il grande nemico da combattere.

Un po’ per ottimizzare i tempi, un po’ perché credo (che romantico!) nella capacità e nel dovere degli enti formativi di creare adulti e non solo esperti, faccio in modo di responsabilizzare i miei gruppi di lavoro.

Gli studenti possono autogestirsi e, all’occorrenza, diventare docenti pro tempore, proporre percorsi alternativi, arricchire le lezioni con presentazioni, tesine, contributi volanti, anche presi da blog o social media, purché il mezzo sia stato usato con consapevolezza e cognizione di causa.

Ma la formazione continua anche fuori dall’aula, altrimenti è tutto show business. Ecco perché le mie lectio magistralis più significative le ho fatte all’Alcatraz di Milano, sul marciapiede di via Sciesa, parlando di reciproci casini con giovani alle prese con la prima grande storia che va a pezzi, oppure mandati in analisi da genitori distratti. O, per dirne una semplice, momentaneamente persi in un mondo che a volte pare un oggetto smisurato, di certo più grande delle nostre capacità di digerirlo. In quei casi saltano le differenze. Chi insegna cosa a chi, visto che speranze e disillusioni sono le stesse?

Il feedback che mi arriva è duplice: dall’altro vedo spuntare passioni e piccoli progetti, dall’altro vedo i miei 20-25 anni e sento determinati pezzi del Grande Tetris Interstellare rimettersi a posto; oppure, banalmente, noto che lo erano già da tempo. Solo che non me ne ero reso conto perché rapito da altro.

Con gli adulti – over 30, già inseriti in azienda – bisogna lavorare in modo diverso, in quanto alcuni canali sono un po’ più arrugginiti, vuoi per quella tendenza a giudicare molte cose come “ah ok, il solito”, vuoi per la tendenza a non appassionarsi; in alcuni casi fino a sfaldare i confini tra vita e déjà vu.

Non faccio una colpa a nessuno: è information overload anche questo, solo che si gioca su un altro livello. Oberati da necessità produttive e di immagine-di-sé, alle prese con la Manifestazione della propria vita adulta attiva che deve trovare sfogo e orgoglio nella creazione di un ego coerente con i dettami del mondo esterno, posso ben capire come certe leve si siano un po’ inceppate. È così per tutti, non dobbiamo commettere l’errore di credere alla favola secondo la quale esistono i “miopi” e gli “illuminati”. Balle.

In questi casi il lavoro cambia: ci sono dei trucchi che servono a bypassare queste inconsce resistenze – trucchi che, per inciso, ho dovuto scoprire sbattendoci il naso – e arrivare alla scintilla. A quel momento in cui la persona si ribella bonariamente al proprio ruolo designato dalle convenzioni e, alle performance, preferisce l’esperienza, utilizzando in modo consapevole il set di informazioni a disposizione. Oppure, direttamente, dotandosi di un nuovo set che gli permette metaforicamente di “superare la prova” e, quindi, di “superarsi”.  Come nel caso precedente, le differenze saltano. Ed è un bene che sia così. Si creano nuove energie, nuovi percorsi e nuovi modi di conoscerci. Siccome da li in poi, rotto il guscio, si procede per esperienza diretta. E, quindi, nella più completa autogestione dei passi da compiere.

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