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Apr

Google, il Web libero, le mezze verità

Che la Rete, nella sua accezione più democratica e libertaria, sia in pericolo è un dato di fatto. Che a ricordarcelo sia Sergey Brin, imprenditore russo naturalizzato americano e, tra le altre cose, co-fondatore di Google, quantomeno curioso. In una recente intervista al The Guardian, Brin si lascia andare a un’invettiva contro tutte le minacce che oggi mettono a repentaglio una visione orizzontale e aperta della tripla W. La censura dei governi, le lobby che in nome della lotta alla pirateria finiscono per criminalizzare la creatività e la condivisione, e persino i walled garden di Apple e Facebook.

Come dargli torto? La Mela ha creato un sistema hardware-software proprietario tra i più blindati. Facebook mira a replicare “in piccolo” tutte le funzioni del Web, che nella sua ottica è diventato un contenitore di relazioni umane a misura di liceali. Per non dire che, sostiene Brin, l’ombra di Facebook (meglio, dei suoi capitali) aleggia su tutta la Rete e impedisce lo sviluppo di realtà innovative.
Di nuovo, come dargli torto? Un eventuale Google nato nel 2012 non avrebbe il tempo per crescere, svilupparsi, “diventare grande”. Dopo pochi mesi, una volta fattosi notare per le sue caratteristiche innovative e in qualche modo rivoluzionarie, finirebbe per essere acquisito da uno dei giganti del Web, diventarne una divisione interna, una feature tra le mille disponibili all’interno del grande mondo dell’intrattenimento di una Rete che, per certi versi, odora ormai di nazionalpopolare.

Avoler essere pignoli, Brin un torto ce l’ha. Quello di raccontare una versione dei fatti edulcorata, che finisce per essere una mezza verità. Se in Cina è stato possibile censurare la voce dei dissidenti, questo è accaduto anche grazie alla connivenza di parte della Silicon Valley, che quando non ha fornito dati e tecnologie utili a spiare le comunicazioni degli utenti si è piegata ad accettare le usanze locali perché il loro è un mercato promettente in cui conviene esserci. Meglio un piede dentro, insomma, che entrambi fuori: e quindi bene stringere accordi con quelle dittature contro le quali oggi si punta il dito.
Non che nel cosiddetto “mondo civilizzato” si siano usate particolari creanze nei confronti degli utenti. Sono state spiate connessioni wi-fi, utilizzati dati personali (sia pure in forma aggregata) e tracciato ogni aspetto della navigazione in Rete per fornire informazioni e advertising sempre più personalizzato, finendo col minare dall’interno il concetto di privacy, pallido simulacro di quello che dovrebbe essere diritto dei cittadini a veder rispettata la propria vita privata.

Leggendo l’articolo ho subito pensato: “Tutto giusto, ma da che pulpito!”. La motivazione di Brin alle sue condivisibili ma parziali accuse è la seguente: i sistemi recintati, i walled garden, bloccano molte informazioni, tra cui quelle contenute nelle applicazioni. Informazioni che non sono rintracciabili dai crawler del Web, quelli che (guarda caso) Google utilizza per mettere ordine nel mare magnum dei contenuti online. In certi passaggi sembra perfino che la grande minaccia di un Web non più libero è costituita da tutto ciò che ostacola Mountain View nella sua progressiva opera di compenetrazione con Internet.
Un’azione pericolosa, al pari di un Web a misura di liceale o di un sistema informatico-cassaforte. La Rete sta vivendo un periodo di radicali cambiamenti, sulla scorta di un forte cambiamento sociale e antropologico, ma anche delle pressioni esercitate da poteri economici e politici di ogni sorta. C’è un punto di rottura in questo meccanismo, oltre al quale agli internauti di tutto il mondo toccherà scegliere il male minore. Il passo dal “Don’t be evil” al “lesser evil” sarà più breve del previsto. Ma meno indolore.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
3 commenti
  1. Matteo 16/04/2012

    Considerazioni condivisibili e interessanti, tuttavia io sono convinto che la Rete come baluardo della libertà d’opinione e condivisione dei contenuti sia un pò una chimera.

    Siamo abituati a pensare ad internet come qualcosa di onnipresente, di non filtrabile e senza regole. In questa visione commettiamo ben tre errori: il primo, che internet non è “onnipresente” e che se per qualsiasi motivo la nostra compagnia telefonica (ovvero l’azienda che ci fornisce l’accesso) decidesse di tagliarcelo non portemmo far niente. Idem se lo facesse lo Stato. Chiudi i gateway che escono dai confini nazionali, zac, fine della Rete.
    C’è sempre l’accesso via satellite, quello è difficile da chiudere, e quindi il “blocco” sarebbe comunque aggirabile, anche se per pochissimi fortunati.

    Secondo errore: si tende a pensare che che non sia filtrabile… O meglio che se la si vuole filtrare debbano intervenire, per esempio, i motori di ricerca.. E invece no, per i motivi esposti sopra. Google ha accettato le condizioni restrittive del governo cinese semplicemente perchè non poteva fare diversamente. Anche se si fossero rifiutati e per ipotesi il governo cinese avesse consentito l’accesso al motore di ricerca, il filtraggio dei contenuti sarebbe avvenuto a livello di DNS, quindi al di là del controllo di Mountain View o di chiunque altro.

    Infine, ci sono delle regole in rete, oltre alle leggi vigenti ci sono delle regole non scritte di convivenza civile che sempre meno gente conosce e rispetta.

    Che la censura sia sbagliata a prescindere, siamo tutti d’accordo. Esattamente come non sono sicuro di voler sacrificare la libertà di fruire di quello che mi pare in nome della sicurezza.

    Sullo scandalo dei log delle connessioni wifi “catturate” dalle Google Car c’è da dire che la cosa è stata, come capita spesso, esagerata. Infatti sono stati acquisiti dati che POTREBBERO anche essere usati per intercettare le password delle connessioni Wifi. Potrebbero, appunto. Per di più la maggior parte di chi ha una connessione wireless semplicemente NON SA che deve proteggerla con una password con certe caratteristiche e che deve configurarla in un certo modo. E’ un pò come lasciare aperte le finestre al pianterreno e stupirsi se quelli che passano possono guardarci in casa..

    Dimenticavo, un consiglio che forse può essere utile se si è preoccupati della privacy in rete. Più esattamente il tool permette di bloccare i cosiddetti “tracing cookie”, piccoli frammenti di file che i vari provider di banner pubblicitari utilizzano per monitorare la navigazione e fornire pubblicità mirate: si tratta di Do not Track + e si scarica da qui http://www.donottrackplus.com/howitworks.php .
    La stessa Google fornisce un tool simile per i propri banner: https://www.google.com/ads/preferences/html/intl/it/plugin/ (qui nella versione per IE). Internet Explorer 9 infine offre la funzione incorporata di “protezione da monitoraggio” che fa qualcosa di simile. Continuerete a vedere i banner, ma le vostre abitudini non saranno più registrate dai fornitori di pubblicità.

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  2. Matteo 24/04/2012

    A quanto pare Brin ha in parte “ritattato” le sue dichiaraizoni, scrivendo d’essere stato frainteso.

    http://www.androidiani.com/news/le-critiche-di-sergey-brin-contro-apple-e-facebook-state-distorte-dai-giornalisti-98651#more-98651

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  3. piero.babudro 24/04/2012

    secondo me gli hanno fatto notare che l’ha sparata grossa 🙂

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