10
Ott

Il gioco delle parole

Scrivi, blogghi, scrivi di nuovo, blogghi ancora. Le parole sono un gioco, una fiamma su cui sali in groppa alla ricerca di uno stile che apra a un sobrio ma incisivo comunicare. Comunicare, dal latino communicare. Mettere in comune.

Poi, come sempre succede, arriva il giorno in cui ti manca la scintilla. Non in senso assoluto: parlo della scintilla che ti serve. Quella. La tua.
Vorresti …, ma la ruggine blocca il flusso. La parola e la formula tradiscono il senso, aboliscono le storie, finiscono per appiattirle. Finiscono. Sfiniscono. Finire, sfinire e tu a rifinire le parole e il significante, quando invece è il significato che dovresti afferrare.

Ti accompagna la sensazione di un tentativo mal riuscito, di un commento smozzicato, di una parabola interrotta senza sapere se hai fatto bene oppure no. Sarà pur sempre qualcosa di meglio rispetto all’inquieta apatia del pensiero astratto, ma di certo tutta questa roba non aiuta. Vaghi lungo i contorni del non detto. Ti culli dentro una sensazione di assenza con un certo senso di abitudine ai deja-vù del quotidiano. Ti sfugge la sintesi, la sintassi, l’epistassi delle emozioni è assediata dal luogo comune. Dal sospetto di ripeterti, rischio seguito solo dalla speranza di un nuovo gioco che consiste nello scoprire assieme le regole del gioco. Di un baratto che porti a quel passo, a quell’unico passo necessario a ritrovare la scintilla, la fiamma.

Torni a te stesso. La musica. E con essa la parola e la scintilla che mancava.
La musica, un Dio (in) minore. Forse l’ultimo rimasto.

Ci hai provato. E hai creduto di farcela.

 

 

 

Commenti (Facebook)

2 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo non sarà pubblicato. I campi richiesti sono contrassegnati*