19
Ott

Blessed are the Shy – #WBFMI

L’antefatto è dei più gustosi. Camilla di WOBI.it mi telefona: “Che fai il 5 e 6 novembre? C’è il World Business Forum”.
“Wow…” Tono di voce tra il metallico e lo standard. Ma non è la mancanza di interesse a parlare per me. Sono ottenebrato da diverse ore di computer e, almeno in un primo momento, non colgo bene il contenuto della telefonata. Mi ha preso alla sprovvista. Poi di norma gli eventi non mi entusiasmano. Troppa folla, troppo baccano.
Prendo tempo:“Chi c’è quest’anno?”.
“Beh, gli ospiti sono tanti. Susan Cain, l’autrice di Quiet, il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare, poi…”
“Ok, io ci sono. Segnami in lista”.
“Aspetta… ”
“Segna!”.

Vi lascerò con il dubbio che sia andata veramente così. In realtà dal vivo sono più loquace: ma soprattutto, dicono, sono un ottimo ascoltatore. Per questo motivo, da quando ho coscienza di me, ho sempre avuto la parola giusta per amici, e poi colleghi e, a volte, semplici sconosciuti. Tra le mie performance più riuscite l’aver consigliato a un influente amministratore delegato di approfondire lo studio del tennis per coltivare non tanto il business (non ne ha bisogno) quanto la qualità del suo tempo libero. Lui ha messo in pratica il mio consiglio e so che è andato tutto a gonfie vele. Ah, io di tennis non so nulla. Ma ricorderei anche l’aver più o meno risolto le controversie sentimentali di una signora che un giorno, in treno, ha pensato bene di condensarmi i suoi ultimi 10 anni in un racconto-fiume transfrontaliero che nulla aveva da invidiare ai passaggi più intensi di Henrik J. Ibsen.
Questo per dire che introversione ed empatia viaggiano sullo stesso binario.

Sto leggendo il libro di Susan Cain. Ne ho sentito parlare molto e bene, ma al di là di voci, commenti e recensioni lo considero un’interessante (e priva di ideologie) riflessione sul ruolo degli introversi nella nostra società. Cosa che mi tocca molto da vicino: non dimenticate mai che, in tempi non sospetti, prima ancora di sapere di “Quiet”, ho chiamato SegnaleZero “un blog introverso”, in un implicito omaggio a quello che per troppo tempo avevo considerato un difetto.
Oggi scrivo, lavoro nel campo della consulenza, insegno. E se lo posso fare con una certa consapevolezza è perché mi impongo per primo di imparare dalle situazioni e di fare della mia introversione un valore aggiunto, uno sprone. E non un freno, come sostengono alcuni.
Ascolto. Valuto, ma non giudico. Non alzo la voce. Sono convinto che i contrasti in aula e sul posto di lavoro si possano risolvere prestando attenzione alle richieste implicite del prossimo, anche se non tollero che il mio interlocutore riversi su di me il veleno derivante da una vita privata non all’altezza delle sue aspettative o da altre dinamiche che con il mio e nostro lavoro non c’entrano nulla.
Qualche volta sono stato messo in ombra da chi aveva più parlantina, penso sia capitato a tutti. Ma, dopo il primo, comprensibile momento di amarezza, ho realizzato che rapportarsi agli altri non è una corsa da centometrista. Motivo per cui mi godo il mio passo da maratoneta; se non altro mi dà la possibilità di guardare meglio il paesaggio (umano), goderne le singole sfumature. Lascio a chi vuole la sterile competitività, il dinamismo vuoto e fine a se stesso, il lisciare il pelo al capo, il mettersi in vista, il rendersi ridicolo: insomma, quella ricerca di certezze che, prima di tutto, non ha trovato in sé.

Badate bene, non mi ritengo una persona che ha tutte le risposte in tasca. Cerco le mie come ognuno di noi cerca le sue. Ma non mi impongo: “intenzione tranquilla” è una delle mie parole chiave.
So, ad esempio, che per realizzarsi non è fondamentale essere il padre di Google o della “next big thing” destinata a cambiare le sorti dell’umanità. Il motto dell’introverso non deve essere: “Ce la posso fare anch’io”, perché non dobbiamo saltare sul carrozzone di nessuno, né partecipare al discorso che glorifica il diverso e ne fa materia di studio, sostanzialmente inglobandolo nel comune e, quindi, normalizzandolo.
Vuoi essere soddisfatto di te? Segui il tuo istinto, vivi come ti senti di vivere. Non ci sono ricette precostituite, l’unico giudice sei tu. Sentiti, sperimentati. Sperimenta: trova nuove strade per fare ciò che altri cercano di incastonare in un sentiero troppo battuto, in una formula valida sempre e comunque. Trova la tua, invece. Poniti buone domande. Sarà l’unico modo che hai per arrivare, forse, a buone risposte. E non pensare alla “next big thing” da inventare. Pensa a te stesso. Trova il tuo percorso e, parallelamente a esso, ritrovati. Goditi la solitudine, sempre se te la puoi permettere, perché il brainstorming non è l’unico modo per partorire buone idee.

Viviamo in un’epoca molto particolare. Quella che i media si ostinano a chiamare “crisi” è in realtà un processo di cambiamento personale e collettivo che ci porterà a liberarci dal superfluo. Non sto dicendo che sia indolore, ho assolutamente chiaro cosa significano la mancanza di prospettiva e il futuro sottratto a forza. Quel senso di assenza e perdita che ha investito le istituzioni culturali e sociali (famiglia in primis), smantellate sotto i colpi del libero mercato. Ho ben chiaro tutto ciò.
Però, se il mio ottimismo serve a qualcosa, ecco che lo voglio usare per pensare a questo periodo come a una grande opportunità di toglierci di dosso l’armamentario culturale e comportamentale figlio della società dei consumi e di massa.
Una volta ho letto una scritta fatta con lo spray su un muro: “Lavori come un matto per comprare l’automobile che ti serve per andare a lavorare”. Ebbene, credo che in quella frase, sia condensata molto più di una provocazione. È l’indizio, uno dei tanti, di un forte bisogno di pulizia. Una nuova ecologia del pensiero che riporti a un vissuto “reale”, senza fronzoli. Senza l’eccedenza del consumo, la ridondanza dell’immagine, l’esuberanza sproporzionata dell’apparire prima ancora che dell’essere.
Che c’entra tutto ciò con noi introversi? Beh, la chiacchiera, il bla bla bla, la creazione di una società logocentrica e logorroica sono il superfluo allo stato puro. Ed è anche di questo che, spero, ci andremo a liberare. Di quello storytelling personale che ha finito per ingigantire le potenzialità dei prodotti, spesso al di là di ogni ragionevole dubbio, e ha offuscato la sostanza delle persone, ridotte a comparse di un reality scritto da altri.
So benissimo che continuare a contrapporre la Natura alla Cultura rischia di farmi sprofondare in una sorta di Nichilismo della Ragione, ma per il momento non me ne preoccupo più di tanto. Continuo per la mia strada, rivendicando con orgoglio la scelta di un percorso di vita (personale e professionale) che rispetta il mio modo di essere. Quando devo pensare a un nuovo progetto vado a passeggiare da solo, libero la mente e lascio che le idee arrivino, oppure passeggio da solo per il centro di Milano e scatto foto a monumenti e persone. Mi libero dalla routine del pensiero quotidiano, dagli schemi. A un certo punto, arriva l’intuizione, che è essenzialmente la capacità di sintonizzarsi, di catturare le frequenze giuste, come una radio. Le idee arrivano, i progetti nascono. Gli studenti sono soddisfatti e io mi sento a posto con me stesso perché ho fatto il mio dovere: che non è solo passargli un quintale di nozioni, ma condurli alle soglie del loro sapere e incoraggiarli a sperimentare. È una timidezza orgogliosa la mia.

Esse quam videri. Già nell’antica Roma si interrogavano sul rapporto tra essere e mostrare, che è alla base di ciò che oggi chiamiamo “introverso”. Introverso, a mio avviso, è chi privilegia la sostanza rispetto alla forma: fino ad arrivare a una specie di difesa a oltranza dell’essere (e dell’Essere), subordinando alla ricerca del Sé ciò che, teoricamente, fa parte della vita sociale. Essere introversi è il colmare, ricercando, il senso di assenza che ci pervade non appena ci affacciamo alla finestra e osserviamo una società che ha perso il senso del limite. Una società tecnocratica, fredda, spersonalizzata. Una società di numeri, di “uno vale uno”, di massa, di oblio della coscienza del singolo. Quindi, per ovvio effetto di osmosi, una società di facili ricette, di guru, di maestri, di belle bandiere. Una società che esclude.

Di fronte a questa realtà, molti scelgono di avere. Classica pulsione distruttiva già ben evidenziata da Fromm. Altri preferiscono essere: atto creativo. Ecco quindi di nuovo l’eterna battaglia tra conformismo e spinta individuale, tra ricerca delle proprie origini come Uomo e appiattimento anonimo in un Altro indistinto. In un Altro che, parafrasando la stessa Cain, “non sa smettere di parlare”. I miei non sono solo ragionamenti teorici: uno dei grandi problemi della Società dell’Informazione, allo stadio attuale, è l’information overload, fenomeno nato anche dall’eccessiva attenzione al contenuto e alla partecipazione, e dalla conseguente ossessione per l’opinionismo. Tutti si sentono in grado e in dovere di dire qualcosa: ne consegue una società troppo impegnata a parlare per poter ascoltare. Una società impoverita, diafana, massificata. Una vertigine in cui il rumore di fondo nasconde l’informazione, la diluisce.
Se vogliamo qualcosa di diverso, e lo vogliamo mi pare, dobbiamo ripartire dal singolo. Dalla sua capacità di introspezione, di attingere al mondo interiore prima ancora che da quello dell’azione. Dal capirsi, che è poi funzione imprescindibile per capire l’altro. Per costruire. Creare. Condividere.

Anni fa ho letto un’intervista al chitarrista di uno dei miei gruppi preferiti di allora. Interrogato a proposito della sua vita privata, disse qualcosa del genere: “Non ne ho una, nel senso convenzionale del termine. Sono molto schivo, vivo più dentro me stesso che fuori”. Questa frase mi colpì moltissimo e mi ha accompagnato fino a oggi, perché in essa rileggo tuttora quel bisogno di raccoglimento e intimità che sento appartenermi. Al punto che il titolo scelto per il questo mio post è un implicito (e orgogliosamente introverso) omaggio a George Emmanuel III e, soprattutto, a quello che per me rimane il suo disco migliore: “Blessed are the Sick”.

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
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