23
Set

Stare troppo sui social network fa male alla memoria?

Me l’aspettavo questa notizia. Anche perché mi è capitato spesso di vedere – diciamo così – gli “effetti collaterali” delle tecnologie digitali su persone iperconnesse. Quelli che la sera spengono il computer dopo esserci stati seduti davanti tutto il giorno, vanno a letto e prima di dormire controllano la posta elettronica e Facebook, cosa che stavano facendo fino a cinque minuti prima.
Meglio che si diano una calmata. Sembrerebbe che la massiccia esposizione a pagine web e social media possa creare qualche problemino di memoria. Almeno così dice una ricerca del Royal Institute of Technology di Stoccolma. Un cervello “in pausa”, infatti, sta processando informazioni molto importanti, che ci servono come base per la memoria a breve termine. Sovraccaricarlo continuamente di dati e informazioni, specie quando sarebbe meglio distrarsi un attimo e “rilassarsi”, è un ottimo modo per mandare in crisi (temporaneamente, spero) questo processo di ricostruzione e rielaborazione.

Erik Fransen e gli altri ricercatori si sono concentrati sulla cosiddetta “working memory” (memoria di lavoro), concetto elaborato nel 1960 da Galanter, Miller e Pribram per indicare l’insieme di processi cerebrali che gestiscono le informazioni poi utilizzate in compiti cognitivi più complessi. È una sorta di luogo di passaggio dei dati (fisiologicamente se ne occupano lobi frontali e parietali), immagazzinati temporaneamente in attesa di essere rielaborati a un livello più articolato, come i calcoli o i processi comunicativi. Per chi ha familiarità con l’informatica, stiamo parlando di una sorta di memoria RAM.

Bene, la ricerca di Stoccolma ha notato che troppa esposizione ai social media non fa bene alla memoria di lavoro, che rischia di finire saturata di dati. Un information overload cerebrale che fa saltare il filtro che ci permette di selezionare le informazioni utili, separandole dal rumore di fondo. La struttura di Facebook  e dei vari social network è tale da mettere in crisi (se esageriamo) la capacità della memoria di lavoro di capire quali informazioni online sono realmente utili allo sviluppo di processi cognitivi di più alto livello. Insomma, immagazziniamo quantità enormi di dati e poi siamo meno bravi e veloci nel processare le informazioni e riassemblarle in modo creativo. Senza contare che questo sforzo continuo sottrae al cervello il giusto tempo di riposo, imprescindibile per riprendersi, rilassarsi e quindi operare con efficienza al bisogno.

Una tesi affascinante, che riprende quella del Nicholas Carr di “Internet ci rende stupidi?”. L’ho letto la scorsa primavera, trovandolo incisivo e a tratti illuminante. Motivo per cui, se non lo avete già letto, ve lo consiglio.

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