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Apr

Nielsen a testa bassa contro Twitter

In un post pubblicato sul blog dell’istituto di ricerca, il vicepresidente David Martin ha fatto le pulci al servizio di microblogging, nato tre anni fa a San Francisco e basato su un sistema di mini-messaggi da 140 caratteri inviati via computer o terminale mobile.
Martin ha riconosciuto la crescita esponenziale di Twitter. Specie negli ultimi mesi, da quando cioè diverse celebrità hanno deciso di aprire un account, diventando in qualche modo testimonial del servizio. Ciò ha fatto si che l’audience unica nel mese di marzo sia cresciuta di oltre il 100%.
Per dire, nonostante manchino dati precisi sul numero di iscritti, la stessa Nielsen ha rilevato che il sito twitter.com ha segnato più di 7 milioni di visite nel mese di febbraio: nello stesso periodo del 2008 erano circa 475 mila. Eppure, secondo Martin, questo non basta a giustificare facili entusiasmi. La grossa sfida, casomai, è trovare il modo per diminuire il turn over.
Più del 60% degli utenti, infatti, smette di usare la piattaforma a solo un mese dall’iscrizione.
Social Audience Retention
Quindi, su dieci persone che si registrano, dopo i primi 30 giorni solo quattro risultano attive. Un po’ poco: secondo Nielsen una retention del 40% si traduce in una reach media che non supera il 10% nel lungo periodo. Da qui un commento secco, che sa un po’ di presagio: sta iniziando una spirale involutiva sulla base della quale, a un certo punto (e, ovviamente, in assenza di contromosse) il numero di nuovi iscritti non sarà sufficiente a controbilanciare le fuoriuscite.
Sempre nello stesso post, David Martin si spinge oltre, paragonando il tasso di loyalty di Twitter, Facebook e MySpace. Scoprendo l’ovvio. Ossia che Twitter sta pagando soprattutto l’incertezza dei primi tempi, una certa confusione sugli utilizzi possibili, l’assenza di un modello di business che – a fronte di un’intuizione geniale (il famoso eterno presente del “What are you doing?”) – ha fatto sollevare non pochi interrogativi.
Una precisazione, a onor del vero. Il confronto con Facebook e MySpace risulta fuorviante. Ok, sono tre piattaforme che più di tutte hanno inciso su forma, assetto e fama del 2.0. Sono anche molto diverse tra loro, implicano codici comunicativi diversi, regole di socializzazione profondamente differenti. Peraltro, si rivolgono a pubblici differenti, con esigenze, aspettative e un grado di confidenza con il web partecipativo del tutto diverso. In questo senso, mischiare tutto in un unico calderone, rischia di fare confusione invece che chiarezza.
Social network loyalty

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
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