5
Ott

Per un manifesto del (non) fare

I principi del ‘Cult of done manifesto’ fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell’ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.

a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.

b. Il secondo é l’inflazione di tesi precostituite, le quali – per loro natura – fino a quando non sono calate nell’esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.

c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.

Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.

1. ‘Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, Azione e completamento’
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l’ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l’uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.

2. ‘Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.’
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l’accento sull’esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.

3. ‘Non c’è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.’
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l’esistenza con questo filosofia da ‘no way out’. Una persona serena lavora meglio.

4. ‘Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.’
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l’autore voleva dire, con altre parole, che l’esito delle nostre azioni dipende dall’atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all’atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l’ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell’armonia sul posto di lavoro.

5. ‘Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.’
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.

6. ‘Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.’
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.

7. ‘Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.’
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E’ lavoro, non meditazione trascendentale.

8. ‘Ridi in faccia alla perfezione. E’ noiosa e ti trattiene dal fare.’
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d’accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l’arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.

9. ‘Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.’
Una parola: risibile.

10. ‘Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.’
Quasi d’accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.

11. ‘La distruzione è una variante del fare.’
Troppo generico. Non vuol dire niente.

12. ‘Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.’
Risibile.

13. ‘Il fare è il motore del più.’
Embé!?

Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo) occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce ‘wu wei’, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D’altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
4 commenti
  1. Mushin 05/10/2009

    Come ho detto altrove lo trovo una provocazione “giusta” nel senso che spinge a valutare (soprattutto per noi italiani) il valore del fare, ma fuori dalla provocazione non trovo contenuti: la giusta via è l’armonia fra fare e discutere, non l’azione pura. Queste filosofie “d’azione” sono quelle che hanno invaso l’Europa agli inizi del secolo scorso, motivate dalla fame di rinnovamento e progresso. E hanno dimostrato che l’azione senza discussione (o peggio pensiero) è un male assoluto tanto quanto il discutere/pensare senza agire.

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  2. DaRo 20/10/2009

    manifesto frutto di presunzione sfrenata. Peccato…perchè i manifesti nascono per dare linee guida, per far da punto di riferimento, per stimolare la riflessione dell’individuo che legge massime di vita. Peccato, un’occasione persa.

    Piero condivido in pieno i tuoi commenti, tranne quella sul non procrastinare: dipende dal carattere. Chi è pigro come me se non si attiva subito va a finire che non fa più nulla….

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    • piero.babudro 19/11/2009

      ciao davide, scusa la risposta dopo tantissimo tempo ma devo aver avuto un problema con le notifiche di wordpress. scusami!
      ad ogni modo, da un certo punto di vista – pur non considerandomi pigro – amo i momenti di ‘ozio creativo’. dalla mia esperienza ti posso dire che essere pigri (o amanti dell’ozio, chiamalo come vuoi) può coesistere benissimo con l’essere attivi.
      sembra un paradosso ma non lo è. fare secondo i propri ritmi: questa è la regola che mi sono imposto e sembra funzionare.

      grazie ancora del commento e scusami ancora se ci ho messo molto a rispondere 🙂

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  3. Francesco Federico 24/11/2009

    Mah secondo me avete ragione entrambi, nel senso che le tue intelligenti e sofisticate obiezioni invitano a riflettere anche sulla dimensione etica e personale del lavorare, mentre il cult of done sottolinea gli aspetti puramente lavorativi ed imprenditoriali del lavoro.

    Va inoltre detto che il manifesto nasce e secondo me muore pensato per internet, dove il concetto di qualità è tradotto in “good enough” e dove il fare e disfare, l’agire d’impeto e l’essere pronti a fare tabula rasa e ricominciare sono indubbiamente valori.

    Se penso all’ingegneria o all’architettura rabbrividisco all’immagine del cult of done.

    Rifiuto, invece, l’accostamento del cult of done alle ideologie di inizio secolo, mi pare una forzatura fuorviante.

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