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	<title>SegnaleZero &#187; Personale</title>
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	<description>Blog a cura di Piero Babudro</description>
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		<title>Il valore del silenzio (e del rispetto)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non sempre in Rete va tutto per il verso giusto. Anzi. Ci sono casi in cui ti chiedi seriamente il perché delle cose. Il Web 2.0: terreno di condivisione, partecipazione, analisi.
Confronto. Confronto informato, intendo, perché i contenuti su un qualsiasi argomento ci sono, e in abbondanza, quindi chiunque può spendere un poco del suo tempo e attingere a decine di fonti di informazione autorevoli.
Ora, di fronte alla tragedia della Costa Concordia abbiamo assistito all’esatto contrario. La Rete – o, meglio, parte di essa &#8211; si è lanciata in una gara ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/silenzio_rispetto/">Il valore del silenzio (e del rispetto)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/silenzio_rispetto/' addthis:title='Il valore del silenzio (e del rispetto) '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Non sempre in Rete va tutto per il verso giusto. Anzi. Ci sono casi in cui ti chiedi seriamente il perché delle cose. Il Web 2.0: terreno di condivisione, partecipazione, analisi.<br />
<strong>Confronto. Confronto informato, intendo, perché i contenuti su un qualsiasi argomento ci sono, e in abbondanza, quindi chiunque può spendere un poco del suo tempo e attingere a decine di fonti di informazione autorevoli.</strong><br />
Ora, di fronte alla tragedia della <strong>Costa Concordia</strong> abbiamo assistito all’esatto contrario. La Rete – o, meglio, parte di essa &#8211; si è lanciata in una gara collettiva a sciorinare opinioni, analisi, commenti e considerazioni dettate spesso più dalla voglia di inserirsi nel fiume della conversazione e, quindi, apparire. Vecchia pratica, peraltro ben nota a chi di blog e blogosfera se ne intende: si individua un tema forte che ha scosso l’opinione pubblica, e si produce uno o più articoli/post di commento, che aggiungono pochissimo (se non nulla) ai fatti, ma servono a guadagnare qualche visitatore in più e sistemarsi nelle nicchie giuste del motore di ricerca o dei social network.</p>
<p>Spiace molto notare che in questa trappola si sono infilati esperti del Web e blogger molto stimati, i quali avrebbero fatto meglio, a mio modo di vedere, ad aspettare qualche giorno in più prima di scrivere. Non sono così ingenuo da pensare che la cosa sia nata in modo più o meno inconsapevole. Il rapporto con trend di conversazione e motori di ricerca è una vecchia bestia di Internet. Ci si muove come si può, specie oggi che la visibilità è tutto.</p>
<p><strong>Ma cosa siamo disposti a fare per la visibilità? Di tutto, pare.</strong> I soccorsi non avevano ancora quantificato vittime e dispersi, i cadaveri stavano ancora in fondo al mare, che già qualche furbetto se ne usciva con le sue teorie sulla gestione della comunicazione online da parte di <strong>Costa Crociere</strong>. Certo, le case histories sono un tema importante che per noi addetti ai lavori costituisce parte integrante dell’aggiornamento professionale. Ma non sarebbe stato più corretto e decoroso aspettare eventuali sviluppi della situazione e, a bocce ferme, scriverne? Magari quando l’impatto emotivo della vicenda fosse scemato un po’?</p>
<p>E invece no, è proprio questo il trucco. <strong>In un Paese di commissari tecnici pare accettabile che, mentre le famiglie piangono le loro vittime, la magistratura cerca di fare il suo lavoro e i giornalisti e opinionisti della tv si danno danno alla tragedia un tocco &#8220;trash&#8221;, ci sia spazio anche per chi non ha meglio da fare che analizzare la risposta di Costa Crociere e la sua reattività in fatto di “crisis management”.</strong></p>
<p>C’è chi sosterrà: “<em>Beh, io l’ho fatto per informare i miei lettori e dare un servizio</em>”. Scusa debole, due volte. La prima perché lavoro in questo campo da troppo tempo per non conoscere i meccanismi tipici delle conversazioni online. Appunto, si individua un “tema forte” e lo si usa per promuovere il proprio blog, infilandosi in una conversazione online che in quel momento promette bene a livello di numeri e visibilità. La seconda perché basta notare la pochezza di informazioni fornite per rendersi conto dei veri fini dell’iniziativa.</p>
<p>Mi sono confrontato con alcuni amici e colleghi. Pare sia normale comportarsi così, anche se molti digrignano i denti come sto facendo io mentre scrivo. Bene, io a questa normalità, a questo paese di commissari tecnici e opinionisti improvvisati non mi arrendo. E preciso: scrivo questo post dopo giorni di riflessione. Avevo deciso di non toccare l’argomento, sebbene nauseato dal bla bla che è seguito alla tragedia dell&#8217;Isola del Giglio. Se ne scrivo è solo come forma di sfogo personale, orgoglioso di sapermi ancora indignare di fronte al cinismo e alla superficialità.</p>
<p>Tutto qui: è una questione di decenza. E a volte il silenzio è la miglior forma di rispetto.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/silenzio_rispetto/">Il valore del silenzio (e del rispetto)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Ford Credit: ovvero del Web e della gestione del cliente</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 16:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non è una case history di quelle che entreranno nella storia. Non coinvolge milioni di consumatori, ma solo chi vi scrive. Tuttavia è interessante per capire cosa voglia dire attenzione al cliente e alle sue esigenze. Quelle esigenze che ci vengono sbandierate in spot, messaggi pubblicitari, telepromozioni e quant’altro ma che poi sono destinate a restare il più delle volte lettera morta.
Ad ogni modo riassumo i fatti.
Agosto 2011: decido di acquistare un’automobile. Riscatto di leasing, per essere precisi. Occorre sapere a quanto ammonta la cifra che il locatario deve alla ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/ford-credit/">Ford Credit: ovvero del Web e della gestione del cliente</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/ford-credit/' addthis:title='Ford Credit: ovvero del Web e della gestione del cliente '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Non è una case history di quelle che entreranno nella storia. Non coinvolge milioni di consumatori, ma solo chi vi scrive. Tuttavia è interessante per capire cosa voglia dire attenzione al cliente e alle sue esigenze. Quelle esigenze che ci vengono sbandierate in spot, messaggi pubblicitari, telepromozioni e quant’altro ma che poi sono destinate a restare il più delle volte lettera morta.</p>
<p>Ad ogni modo riassumo i fatti.</p>
<p><strong>Agosto 2011:</strong> decido di acquistare un’automobile. <strong>Riscatto di leasing, per essere precisi.</strong> Occorre sapere a quanto ammonta la cifra che il locatario deve alla Casa e poi procedere con tutta la modulistica necessaria per effettuare il riscatto. Poi c’è un discorso di passaggio di proprietà, bollo e assicurazione: insomma, non mi voglio dilungare troppo, probabilmente è una procedura che conoscete molto meglio di me. Diciamo che i tempi fisiologici per gestire tutto quanto si aggirano attorno al mese.<br />
In realtà poi succede di tutto. Il locatario non si spiccia a passarmi le informazioni e i documenti necessari con i dovuti tempi. Quando li ricevo, sono già passati un paio di mesi e io sono già nervosissimo. Poi ci si mette pure una delle agenzie assicurative cui si appoggia <strong><a href="http://www.ford.it/Credit" target="_blank">Ford Credit</a></strong>, con tutta una serie di lungaggini di cui leggerete a fine articolo.<br />
Nel frattempo, potete capire che sono costretto a spostarmi in treno anche per la più piccola trasferta di lavoro. Non che sia un fanatico delle quattro ruote, anzi. Tuttavia, quando in ottobre, grazie a questi disguidi (e anche a Trenitalia, che non ci fa mai mancare i suoi simpatici disservizi), mi tocca passare una notte in sala d’aspetto alla Stazione di Bologna, ecco che scatta la rabbia.</p>
<p>Il giorno dopo, tornato in ufficio, scrivo un tweet dove critico pesantemente<strong> Ford Credit</strong> e il suo operato e gli prometto un post o un articolo di sputtanamento. Pochissimi minuti dopo vengo contattato dal loro account <strong><a href="http://twitter.com/#!/FordCredit" target="_blank">@FordCredit</a></strong>, che si scusa per l’inconveniente e mi comunica un indirizzo email dove poter indirizzare le mie lamentele.<br />
Scrivo la mail, mi rispondono con una mail di scuse. Ma la cosa non si ferma lì. Noto infatti che la mia pratica subisce una sensibile accelerazione e finalmente, in pochissimi giorni, riesco ad avere in mano tutti i documenti necessari per poter assicurare il veicolo e andarlo a ritirare presso il concessionario.</p>
<p><strong>Il 29 dicembre</strong>, a faccenda ampiamente conclusa, ricevo una raccomandata dal loro <strong>Ufficio Clienti</strong>, che ricostruisce tutta la vicenda (con qualche imprecisione) e attribuisce il disagio al ritardo con cui il locatario si è mosso.</p>
<p>Sono d’accordo, purtroppo ho avuto a che fare con una persona tanto simpatica quanto disordinata, e il resto è venuto da sé. Resta il fatto che, una volta effettuato il bonifico, e in attesa di ricevere informazioni da parte di <strong>Ford Credit</strong>, quasi nessuno dei suoi operatori ha saputo spiegarmi quali sarebbero stati i passi successivi. E’ stato solo grazie allo zelo di Alessandra che ho potuto essere aggiornato in modo puntuale sull’avanzamento della mia pratica (è la prima auto che acquisto, evidentemente non posso sapere tutto). Per non parlare dell’agenzia di assicurazioni di Roma, talmente professionale da cadere dalle nuvole a ogni mia richiesta, salvo poi girarmi parte dei documenti (attestato di proprietà) solo dopo le mie invettive, e comunque usando una email personale di uno dei dipendenti. Non ho capito se sono sprovvisti di email aziendale, a dire il vero ormai mi interessa poco.</p>
<p>Ad ogni modo, ho apprezzato molto lo sforzo dell’<strong>Ufficio Clienti</strong> (che ringrazio). Un ufficio in grado di monitorare in tempo reale la conversazione su <strong>Twitter</strong> e di intervenire tempestivamente risolvendo il mio caso. Occupandomi anche di Web Reputation, il professionista che è in me nota che hanno fatto un buon lavoro.</p>
<p>Insomma: pari e patta, diciamo.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/ford-credit/">Ford Credit: ovvero del Web e della gestione del cliente</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>The End of the Beginning</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 09:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cari Maya,
non avendo un Babbo Natale cui scrivere (sono troppo grande), né un Santo in calendario cui affidare le mie parole (hanno smesso di ascoltarci molto tempo fa), metto nero su bianco e indirizzo a voi alcune riflessioni a celebrazione dell’anno che va a concludersi.
Secondo i vostri calcoli ci restano 52 settimane, o giù di lì. Poco meno di un anno per sorseggiare a dosi da cavallo quel gusto di stantio, precario, muffoso, vecchio e terminale che il mondo odierno si porta dietro. Sapete, c’è un che di parassitario in ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/maya_20112012/">The End of the Beginning</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/maya_20112012/' addthis:title='The End of the Beginning '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Cari Maya,</p>
<p>non avendo un Babbo Natale cui scrivere (sono troppo grande), né un Santo in calendario cui affidare le mie parole (hanno smesso di ascoltarci molto tempo fa), metto nero su bianco e indirizzo a voi alcune riflessioni a celebrazione dell’anno che va a concludersi.<br />
Secondo i vostri calcoli ci restano 52 settimane, o giù di lì. Poco meno di un anno per sorseggiare a dosi da cavallo quel gusto di stantio, precario, muffoso, vecchio e terminale che il mondo odierno si porta dietro. Sapete, c’è un che di parassitario in quello che abbiamo davanti agli occhi: pochi individui privilegiati, tra cui l’umile mano che adesso vi sta scrivendo, i quali vivono (spesso loro malgrado) sulle spalle dell’80-90% della popolazione mondiale, drenando risorse materiali, energetiche, cognitive e spirituali per alimentare un sistema malato.</p>
<p>Un sistema che – ce lo dite voi, ma ce lo insegna anche l’attualità – sta esalando gli ultimi respiri. Fortunatamente. Ciò che verrà dopo probabilmente sarà migliore. Non è difficile fare meglio di così, diciamocelo, per cui partiamo pure avvantaggiati.</p>
<p>No no, niente fine del mondo e millenarismi vari. Siamo alla vigilia di un importante cambiamento che investirà la nostra vita in tutti i suoi aspetti. Anche perché il canto del cigno della nostra civiltà è già risuonato da tempo in tutto il suo struggente vigore. Ora è il momento di spulciare tra le macerie di questa modernità, guardare quello che di buono è stato fatto (e ce n’è molto), scartare tutto ciò che sa di spregevole. Poi, con il coraggio di sempre e quel pizzico di spregiudicatezza che non guasta mai, andare avanti senza zavorre.</p>
<p>Occorre però operare una sintesi di quanto siamo e siamo diventati. E per sintesi intendo il portarci dietro solo quello che serve veramente. Per questo motivo, vi prometto su ciò che ho più caro che farò di tutto per trattenere (a mo’ di promemoria permanente) la semplicità, la fermezza, il senso critico e l’altruismo. E anche quell’avventatezza che mi ha portato a fare determinate scelte in vita mia. Io sono il prodotto di ciò che ho deciso: ne sono conscio, e lo sapete bene anche voi.</p>
<p>Cari Maya, l’unico omaggio che vi chiedo è il seguente: fate in modo che io porti sempre con me questi doni. Sono essenziali per essere quello che voglio diventare, per essere prima di tutto io il cambiamento che voglio vedere nel mondo. Sono fondamentali per continuare a condividere frammenti di tempo con tutte le persone splendide che, con la loro presenza, rendono ancora più speciale il viaggio.</p>
<p>Ci risentiamo tra poco meno di 52 settimane. Mi troverete allo stesso posto: a scrivere, al computer, alla lavagna, in classe, in mezzo a milioni di byte che mediano lo sbocciare di relazioni umane nuove. Nel mio mondo virtuale, trasparente. Come sempre.<br />
Quel giorno, ne ho certezza, ci faremo una sana risata. I bruchi l’hanno scambiata per fine del mondo. Ma è farfalla, si sa.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/maya_20112012/">The End of the Beginning</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Silenzio e rispetto</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 07:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>
&#8220;Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/silenzio-e-rispetto/">Silenzio e rispetto</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/silenzio-e-rispetto/' addthis:title='Silenzio e rispetto '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><img src="http://www.segnalezero.com/wp-content/uploads/2011/10/steve.jpg" alt="steve.jpg" border="0" width="400" height="300" align="center" /></p>
<p><strong>&#8220;Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali. Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi. Siate affamati. Siate folli&#8221;. (Steve Jobs. Palo Alto, 12 giugno 2005)</strong></p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/silenzio-e-rispetto/">Silenzio e rispetto</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Summertime</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 11:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sto ultimando i preparativi per la partenza. Nei prossimi giorni SegnaleZero non verrà aggiornato, cosa che riprenderò a fare da settembre.
Buone vacanze a chi, come me, deve partire e a chi invece ha già lasciato la città.
A presto e grazie di tutto.
&#8220;Non c&#8217;è che una stagione: l&#8217;estate. Tanto bella che le altre le girano attorno&#8221;. 

</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/summertime/">Summertime</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/summertime/' addthis:title='Summertime '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Sto ultimando i preparativi per la partenza. Nei prossimi giorni SegnaleZero non verrà aggiornato, cosa che riprenderò a fare da settembre.<br />
Buone vacanze a chi, come me, deve partire e a chi invece ha già lasciato la città.<br />
A presto e grazie di tutto.</p>
<p><em>&#8220;Non c&#8217;è che una stagione: l&#8217;estate. Tanto bella che le altre le girano attorno&#8221;. </em></p>
<p><iframe width="400" height="300" src="http://www.youtube.com/embed/lxz434IfgQM?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/summertime/">Summertime</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Cassandra</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 14:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Poi succede che la vita va avanti. Si cresce, ci si trasforma. Si diventa adulti e si fanno mille esperienze. Le facce attorno a noi cambiano, altre invece rimangono lì a ricordarci la nostra storia e il nostro percorso.
Intanto gli anni scorrono, il tempo si esaurisce piano. Ne passano dieci; di colpo ti rendi conto di chi sei, di chi eri e di cosa è accaduto attorno a te in questi dieci anni. Di quel pezzetto di Storia di cui, a tuo modo, hai fatto parte.
Genova dieci anni dopo. Un ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/cassandra/">Cassandra</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/cassandra/' addthis:title='Cassandra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Poi succede che la vita va avanti. Si cresce, ci si trasforma. Si diventa adulti e si fanno mille esperienze. Le facce attorno a noi cambiano, altre invece rimangono lì a ricordarci la nostra storia e il nostro percorso.<br />
Intanto gli anni scorrono, il tempo si esaurisce piano. Ne passano dieci; di colpo ti rendi conto di chi sei, di chi eri e di cosa è accaduto attorno a te in questi dieci anni. Di quel pezzetto di Storia di cui, a tuo modo, hai fatto parte.<br />
Genova dieci anni dopo. Un bel titolo per un film. Solo che questo non è uno di quei prodotti sfornati dalla catena di montaggio hollywoodiana, ma un pezzo di Storia. Un momento in cui le vicende personali si intrecciano con il vissuto del Paese, le sue contraddizioni, le sue omertà, i suoi delitti impuniti.</p>
<p>Più o meno a quest’ora, dieci anni fa, assieme a un gruppo di italiani, sloveni, croati, serbi e austriaci iniziavo un viaggio che per molti di noi avrebbe significato un cambio di prospettiva nel vedere il mondo. Togliendoci dagli occhi quella patina di ingenuità giovanile tipica dei ventenni, ma donandoci l’orgoglio di dire: “Io c’ero. Ci ho provato”.<br />
Partimmo dalla stazione di Monfalcone per raggiungere Genova. Avremmo sfilato pacificamente, ma decisi. Decisi a farci ascoltare. Crisi climatica, crisi energetica, rischio di crac finanziari, speculazioni, emigrazioni di massa, scarsità di materie prime, modelli di sviluppo alternativo, sostenibilità. Il pericolo di una politica asservita agli interessi economici e finanziari internazionali. Queste erano le “armi” di una generazione, oggi per lo più composta da trentenni e quarantenni, che voleva lanciare un allarme a beneficio di tutti.<br />
Tutti concetti che allora non vennero ascoltati, sommersi da incomprensione, calcolo politico, botte, soprusi, gas. Morte.<br />
Tutti concetti che la cronaca ha via via riportato alla ribalta – e continua a farlo ancora oggi – nel momento in cui si sono trasformati in allarme, emergenza, pericolo.</p>
<p>Non voglio fare l’apologia del Movimento di quei giorni. Negli anni me ne sono allontanato in maniera netta, per mille motivi. Tra cui il fatto che la strategia, la cosiddetta “gestione della piazza” fu sbagliata in più punti. L’impressione di essere stato carne da cannone è forte.<br />
Un esempio? So per certo di avvertimenti arrivati dalla Questura di Genova, la notte tra il 19 e il 20 Luglio 2001. “Ragazzi, state attenti! Domani faranno scendere in piazza i reparti scelti, vi attaccheranno. Vi vogliono imbottigliare qui, qui e qui”. Qualcosa del genere.<br />
Non vennero ascoltati. Puntualmente, fummo imbottigliati. Accadde all’altezza dell’incrocio tra Corso Torino e Via Tolemaide. Un budello. Vedere con i miei occhi, a dieci anni di distanza, quella via mi ha fatto intuire tutto il tempo speso dai Reparti speciali a studiarsi la mappa di Genova nei minimi dettagli, in modo da attaccare nel punto giusto, con una manovra a tenaglia che ci avrebbe impedito ogni via di fuga.<br />
Lì la strada é larga non più di sei-sette metri. Da un lato la massicciata di Brignole, quattro e più metri da scalare; dall’altro i palazzi. Dietro, un serpentone bloccato di circa 16 mila persone. Impossibile anche solo pensare di fare un passo. Davanti, l’agguato. Premeditato.</p>
<p>Cominciò così, poco dopo le 14.30 del 20 Luglio 2001, la settimana più lunga della mia vita. Sì perché poi ci misi quasi una settimana a tornare a casa.<br />
Fino a pochi secondi prima stavo conducendo delle interviste per conto dell’Università. Facevo parte di un progetto della cattedra di Sociologia. Il mio compito era raccogliere testimonianze sull’esperienza del G8 e quindi sentire manifestanti, qualcuno tra i pochi genovesi rimasti in città, poliziotti. Anche loro, perché? Perché fino al primo pomeriggio del 20 Luglio 2001 noi tutti eravamo convinti di partecipare a un momento importante, per la storia del Paese e per noi stessi, ma non drammatico. Ok, ci sarebbe stata qualche contrapposizione, però in modo contenuto. Da una parte i potenti del mondo, dall’altra gli ultimi. </p>
<p>Niente da fare.<br />
A partire dalle 14.30, in capo a un’ora mi ero già trovato, mio malgrado, a scappare, calpestare delle persone e a mia volta rischiare di essere calpestato, scalare una rete di recinzione, rifugiarmi in un palazzo, riprendermi dagli effetti collaterali di gas vietati persino in caso di guerra. Poi, ricevute le prime cure da un gruppo di infermieri volontari, aggregarmi a loro. Strano destino.<br />
“Qualcuno di voi sa l’inglese?? Abbiamo dei feriti stranieri e non si capisce un cazzo di quello che dicono”.<br />
Si fidarono del mio sì. Non fecero altre domande.<br />
Il mio compito era spiegare al malcapitato di turno che, sì, lo avrebbero curato ma, no, non lo avrebbero mandato in Ospedale perché presidiato dagli agenti.<br />
Tutto questo schivando proiettili di varia natura (circa venti i bossoli raccolti a fine giornata, come ricordano le cronache di allora), evitando il pestaggio organizzato e consolando come potevo perfetti sconosciuti, atterriti, ai quali veniva applicata una quantità variabile di punti di sutura (dai tre ai quaranta), disinfettante rosso, garze, cerotti, stecche provvisorie. E poi denti rotti, polsi slogati, teste aperte. Una gamba spezzata all’altezza della tibia.<br />
Sotto i nostri occhi, per il resto del pomeriggio, è passata un’umanità variegata, compresa a occhio tra i 16 e i 50 anni. Maschi. Femmine. Ricordo uno con una divisa (sembrava un paramedico o qualcosa di simile); ricordo una donna, tutto sommato intera ma in preda al panico.<br />
Ma non ricordo nessun Black Block. Ho visto solo persone che avevano paura, non quell’odio stupido che mette a ferro e fuoco, inutilmente, banche e agenzie interinali.</p>
<p>Poi, ferito dopo ferito, sutura dopo sutura, ci dissero che il corteo si stava ritirando. Non era più possibile stare lì, nemmeno sul tratto autorizzato dalla Questura, che è poi il tratto dove inspiegabilmente il corteo venne attaccato. Gli scontri sembrarono placarsi. Si ritornò allo Stadio, divenuto in quei giorni gioiosa e caotica tendopoli.<br />
Trovai qualcuno dei ragazzi con cui avevo affrontato il viaggio in treno. Un nostro amico era finito all’ospedale, venni a sapere. Chi ha visto la scena del pestaggio non la dimenticherà facilmente, questo l’ho capito poi, negli anni. Io nel frattempo avevo i vestiti da buttare, da quanto sangue avevano assorbito. Ricordo ancora l’odore di mandorla che impregnava ogni cosa.<br />
E mentre quella strana colonna di persone aveva già iniziato a ritirarsi, lo sparo. Quello sì, purtroppo lo ricordo ancora. Nitido rimbomba.</p>
<p>È in quel momento che è iniziata l’età adulta, quella in cui cominci a capire come stanno veramente le cose. Di domande a cui non trovare risposta ne avrei avute a bizzeffe negli anni successivi. Ho studiato l’argomento, mi sono documentato. Ho parlato con le persone, ho cercato di spiegare. Ho mostrato foto, ho ascoltato i racconti di chi c’era. Ho capito che, nel mese precedente al G8, qualcuno aveva lavorato alacremente per trasformare una città in un set cinematografico. Chiedetevi come mai i danneggiamenti sono avvenuti sempre a tiro di telecamera. E chiedetevi come mai, in quei giorni, Genova iniziò a pullulare di automobili vecchie e decrepite, modelli anni ’60 con targhe mai viste prima. Comparivano così, all’improvviso, proprio ai lati di dove sarebbero dovuti passare i cortei. Venivano incendiate dieci minuti circa prima del passaggio del corteo che, arrivato sul luogo, si doveva confrontare con la Polizia all’attacco. E quegli scooter: in sella una o due persone, rigorosamente vestite di nero dalla testa ai piedi, che si rifugiavano dietro ai cordoni di Polizia. O quell’uomo incappucciato, che esce dal corteo e si mette davanti a un plotone di 200 Carabinieri, ordinandone il pronto ritiro con un gesto della mano.</p>
<p>Sono tornato a Genova più volte, sempre con un certo groppo al cuore. E ci tornerò nei prossimi giorni. Anche se lontano dalle manifestazioni ufficiali, per una serie di motivi che non mi va di spiegare qui.<br />
Nei giorni successivi al 20 Luglio 2001 ho rischiato di finire in mezzo al tritacarne del lungomare genovese, ho evitato la Diaz complice l’intuito di un amico che ci ha portato a Milano. Sono riuscito a tornare a casa in treno. I controllori non si azzardarono nemmeno a chiederci i biglietti. Uno di loro, timidamente, ci rivolse uno sguardo a metà tra l’incoraggiamento e la solidarietà. Ma non osò rivolgerci la parola.</p>
<p>Infine, il ritorno a casa. Il sonno agitato per settimane, i nervi tesissimi al primo udire una sirena per strada.<br />
E ora, dopo dieci anni? Rabbia e senso di ingiustizia, assieme alla sfiducia. Però, in qualche modo, anche una sensazione molto particolare.<br />
Nonostante tutte le sue pecche e la conseguente disillusione che sarebbe venuta poi, posso affermare senza paura di essere smentito che quel Movimento aveva un unico difetto: avere ragione su tutta la linea. Parlava di crisi climatica, di crisi energetica, di collasso finanziario, di speculazioni, di emigrazioni di massa. Denunciava il problema dell’acqua come bene universale, parlava di Tobin Tax e di modelli di sviluppo alternativo, possibili e necessari. Di una politica sempre più cameriere dei banchieri. </p>
<p>Ma il G8, il mio G8, è stato anche altro: amicizia, affetto, legami che si sono creati lì e sono durati nel tempo. Fino ad arrivare a siparietti tragicomici, tipo barzellette e canzonette sconce cantate in gruppo per allentare la tensione, o quel signore genovese che, nel tentativo di tirarci fuori da un labirinto di viuzze, issò sull’asta di una bandiera la locandina di una rivista scandalistica strappata a un’edicola. Si mise alla testa di un centinaio di persone e urlò: “Seguite il poster!”. Avevo gli occhi gonfi, non vedevo a un metro, ma quell’immagine me la ricordo. Intravidi una top model e il suo generoso bikini. Lo seguii e arrivai assieme agli altri in un posto sicuro, una chiesetta che ancora oggi fatico a ritrovare.<br />
A pensare a quell’intermezzo sorrido ancora oggi, perché nella tragedia siamo riusciti a trovare qualcosa di divertente. A ridere. Di cuore.<br />
A riscoprire l’umanità in mezzo a quella trappola per topi.</p>
<p>Mi ci è voluto un po’ a concettualizzare Genova, che ormai per me non è più solo una città. Negli anni, di fronte a domande sul G8, ho rifilato ad amici e conoscenti delle prediche di ore, raccontando loro una serie di avvenimenti disordinati e confusi. Ho mostrato la mia mascherina, le foto che ho scattato, il materiale che ho raccolto.<br />
Sono arrivato a una sintesi. E oggi, in tutta serenità, posso dire quanto segue.<br />
Parlavamo di questioni internazionali che negli anni successivi avrebbero riempito le pagine di cronaca, pur restando tuttora irrisolte. Denunciavamo i rischi di un mondo sempre più interconnesso eppure sempre più vuoto di valori. Parlavamo di futuro, in un mondo che oggi pare non averne.<br />
Non siamo stati ascoltati. Non ci hanno creduto. Ci hanno aggredito per farci tacere.<br />
Eppure le nostre scomode verità oggi sono davanti agli occhi di tutti.<br />
Ci hanno costretto a incarnare un ruolo che non volevamo.<br />
Perché noi siamo stati Cassandra.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/cassandra/">Cassandra</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>C&#8217;è Web e Web&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 08:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Forse non sarà edificante il Web che dissacra. Quel Web che in nome di &#8220;piccole povertà&#8221;, come dice qualcuno, riesce a esprimere un comune sentire e, in maniera discontinua e poco propositiva, riesce a irridere il potente di turno e a farsi beffe di lui. Quel Web che &#8220;non sposta un voto&#8221; e ridicolizza l&#8217;interlocutore, utilizzando un meme (#sucate) in un modo così creativo e intelligente da far pensare subito al Situazionismo e ad Hakim Bey.
Quel Web ridanciano e feroce che, secondo alcuni, diventa indice di &#8220;imbecillismo digitale&#8221;.
Di sicuro non ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/ce-web-e-web/">C&#8217;è Web e Web&#8230;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/ce-web-e-web/' addthis:title='C&#8217;è Web e Web&#8230; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Forse non sarà edificante <a href="http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/1010363/il-caso-sucate-burla-online-alla-moratti.shtml">il Web che dissacra</a>. Quel Web che in nome di &#8220;piccole povertà&#8221;, come dice qualcuno, riesce a esprimere un comune sentire e, in maniera discontinua e poco propositiva, riesce a irridere il potente di turno e a farsi beffe di lui. Quel Web che &#8220;non sposta un voto&#8221; e ridicolizza l&#8217;interlocutore, utilizzando un meme (<a href="http://search.twitter.com/search?q=%23sucate">#sucate</a>) in un modo così creativo e intelligente da far pensare subito al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Situazionismo">Situazionismo</a> e ad <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zone_Temporaneamente_Autonome">Hakim Bey</a>.<br />
Quel Web ridanciano e feroce che, secondo alcuni, diventa indice di &#8220;imbecillismo digitale&#8221;.</p>
<p>Di sicuro non è altrettanto edificante <a href="http://www.mantellini.it/?p=13519">quel Web</a> che, di tanto in tanto, sale in cattedra e lancia i suoi strali con atteggiamento moralista e finto-buonista.</p>
<p>Niente di personale, eh.. Come in ogni altro ambito umano, è questione di gusti. Ogni cane ha il padrone che si merita, questo si sa. Che poi è un modo più simpatico (e regionale) per ribadire il <em>de gustibus</em> di una frase fa..     </p>
<p>&#8220;<em>Il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune&#8230; anzi, è più vero&#8230; o almeno, più credibile</em>&#8220;. (Dario Fo)</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/ce-web-e-web/">C&#8217;è Web e Web&#8230;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Commiato</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 09:49:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non abbiamo avuto il tempo di conoscerci, né mai lo avremo più. Anche se io, tramite i racconti di chi ci è vicino, so di te quanto basta per pensarti come farebbe un amico. Mi sei venuto in mente diverse volte. Ho pensato a come sarebbe stata Parigi filtrata dal tuo occhio meccanico e vista attraverso le tue parole. Parigi di notte, quella piazzetta, mi pare vicino a Rue Lagrange. Il nome non me lo ricordo, perché la memoria tende a tradire quando si è emozionati: tu, invece, sai benissimo ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/commiato/">Commiato</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/commiato/' addthis:title='Commiato '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Non abbiamo avuto il tempo di conoscerci, né mai lo avremo più. Anche se io, tramite i racconti di chi ci è vicino, so di te quanto basta per pensarti come farebbe un amico. Mi sei venuto in mente diverse volte. Ho pensato a come sarebbe stata Parigi filtrata dal tuo occhio meccanico e vista attraverso le tue parole. Parigi di notte, quella piazzetta, mi pare vicino a Rue Lagrange. Il nome non me lo ricordo, perché la memoria tende a tradire quando si è emozionati: tu, invece, sai benissimo di cosa sto parlando.<br />
Di quello slargo dove spesso i giovani si trovano a passare le loro serate. Un budello, poco più di una pausa dal traffico. Impermeabili al resto del mondo e alle sue brutture, ascoltano lo stereo. Le ragazze, le risate, i canti. La gioventù che fronteggia Parigi e il buio. Una vitalità che esplode all’imbrunire, consumandosi nei riti collettivi e nella ribellione di un’età che è stata la nostra.<br />
Questa scena mi é tornata in mente appena ho saputo di te, e non so spiegarmi il motivo. Forse per quell’antico istinto che ci impone di combattere la morte con la vita. Mi dico che dovrei sforzarmi di più e pensare al rapporto tra queste due dimensioni non come a un duello, quanto piuttosto una naturale evoluzione.<br />
È difficile farlo oggi. E so anche che, se solo ci fossimo conosciuti, avrei voluto chiederti tante cose. Scherzo del destino, l’emozione mi tradisce di nuovo: faccio fatica a continuare a scrivere. Strano, io che giostro le parole a mio piacimento, oggi non ne trovo di adatte. Mi si bloccano in gola. Vedo davanti a me l’insensato dolore del mondo e non posso nemmeno rifugiarmi in quell’atteggiamento fideistico che aiuta i più ad accettarlo.<br />
Tu puoi farlo, invece. Puoi accettare, tu che sei già lontano da qui. Da questo mondo, dal suo cinismo. Dalle sue inadeguatezze, compresa la mia di oggi.<br />
Ti auguro il Bene. Ancora una volta, tradito dall’emozione, non so cosa dire.<br />
Tu, di nuovo, sai benissimo di cosa sto parlando.<br />
Buon viaggio, amico. Non ti immagino in nessun luogo in particolare. Credo che ora tu sia là dove le parole non hanno bisogno di parole.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/commiato/">Commiato</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Generalizzazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 13:11:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dunque: da qualche tempo va di moda spararne di grosse sui giornalisti. Si generalizza, attribuendo a tutto il gruppo caratteristiche negative proprie di alcuni appartenenti, o di sottogruppi di appartenenti. Comunque non della totalità dell&#8217;insieme che forma l&#8217;intera categoria di giornalisti, fotoreporter, cineoperatori ecc.
Vengo al punto: sebbene le pecche non manchino &#8211; come in tutti gli altri aggregati umani, &#8211; mi sto francamente stancando delle banalità e dei luoghi comuni di chi, accampando una qualche perizia in materia, se ne esce con perle tipo: &#8220;Ah, questo non è giornalismo!&#8221;, &#8220;Eh, ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/generalizzazioni/">Generalizzazioni</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/generalizzazioni/' addthis:title='Generalizzazioni '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Dunque: da qualche tempo va di moda spararne di grosse sui giornalisti. Si generalizza, attribuendo a tutto il gruppo caratteristiche negative proprie di alcuni appartenenti, o di sottogruppi di appartenenti. Comunque non della totalità dell&#8217;insieme che forma l&#8217;intera categoria di giornalisti, fotoreporter, cineoperatori ecc.<br />
Vengo al punto: sebbene le pecche non manchino &#8211; come in tutti gli altri aggregati umani, &#8211; mi sto francamente stancando delle banalità e dei luoghi comuni di chi, accampando una qualche perizia in materia, se ne esce con perle tipo: &#8220;Ah, questo non è giornalismo!&#8221;, &#8220;Eh, i soliti giornalisti&#8221;, o peggio.</p>
<p>Tralasciando questioni che ai più potrebbero sembrare mera filosofia (e cioè che ogni individuo è cosa a sé stante), e al netto del fatto che la coerenza non è cosa umana, non vedo perché in alcuni casi consideriamo in qualche modo razzista l&#8217;attribuire a interi gruppi caratteristiche e attributi del singolo, e in altri no.</p>
<p>Se un immigrato ruba un&#8217;automobile, un&#8217;affermazione del tipo &#8220;Gli immigrati rubano&#8221; è scorretta. Se un giornalista sbaglia un articolo, non approfondisce un passaggio o fa del sensazionalismo sulla catastrofe giapponese, dire che &#8220;tutta la categoria non ne esce bene&#8221; è ugualmente scorretto.</p>
<p>In realtà credo che tutta questa acredine nei confronti dei giornalisti sia funzionale, e in qualche modo alimentata da chi ha precisi interessi (economici, politici, di concorrenza) a indebolire la categoria. Il cittadino comune, quando si fa portavoce di questi stereotipi sbaglia tre volte: fa un errore di tipo logico (alcuni non ti autorizza a dire tutti), uno pratico, contribuendo a indebolire una categoria la cui forza e stabilità è un vantaggio per il gruppo sociale nel suo complesso. Terzo errore, di prospettiva: inconsapevolmente sostiene interessi che non sono i suoi.</p>
<p>Oppure lo si dica chiaramente. Ci piace la guerra tra bande, quindi l&#8217;invito é approfittarne, giocare a carte scoperte e cominciare ad allargare il tiro, colpendo con questo tipo di &#8220;saggezza&#8221; tutte le categorie professionali. Approfitto quindi per elencare alcuni fastidiosi e ignoranti luoghi comuni da cui prendere spunto per le prossime &#8220;ragionate invettive&#8221;.<br />
Non vincerete il premio della civiltà, questo è poco ma sicuro. Ma almeno sarete più creativi e, in qualche modo, meno noiosi di adesso.</p>
<p><em> &#8211; gli imprenditori sono sfruttatori;<br />
- i dipendenti pubblici sono tutti assenteisti;<br />
- gli operai sono dei lavativi, tanto hanno la paga sicura;<br />
- in cassa integrazione ci vanno solo i furbi;<br />
- i dipendenti Alitalia sono pagati per non fare nulla;<br />
- dentisti e odontoiatri sono degli evasori;<br />
- gli assicuratori sono dei truffatori legalizzati;<br />
- i medici si son comprati la laurea.</em></p>
<p>Chiudo: di solito il processo cognitivo di generalizzazione ha il compito di attenuare la varietà insita in un insieme di elementi, al fine di semplificare la gestione delle informazioni in nostro possesso. Chi generalizza sui giornalisti (o sugli immigrati, o sui gelatai, o su qualsiasi altra categoria o gruppo umano) sta sottolineando un limite che è innanzitutto suo.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/generalizzazioni/">Generalizzazioni</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Da Antoine Bello a Marina Villa: due tesi sul verosimile</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/da-antoine-bello-a-marina-villa-due-tesi-sul-verosimile/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 08:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Forse per caso, forse perché ho un certo sesto senso nello sceglierli, ma finora i miei incontri con i buoni libri sono avvenuti quasi sempre nel momento giusto. Così è stato, ad esempio, per La Peste di Albert Camus, che lessi sotto una nuova prospettiva subito dopo aver lasciato casa.
In realtà di esempi potrei farne a decine, come chiunque si possa definire lettore accanito. Uno dei titoli che, da qualche mese, vado consigliando ad amici e conoscenti, ma anche a colleghi che operano nel mondo dei media e della comunicazione, ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/da-antoine-bello-a-marina-villa-due-tesi-sul-verosimile/">Da Antoine Bello a Marina Villa: due tesi sul verosimile</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/da-antoine-bello-a-marina-villa-due-tesi-sul-verosimile/' addthis:title='Da Antoine Bello a Marina Villa: due tesi sul verosimile '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Forse per caso, forse perché ho un certo sesto senso nello sceglierli, ma finora i miei incontri con i buoni libri sono avvenuti quasi sempre nel momento giusto. Così è stato, ad esempio, per <a href="http://www.ibs.it/code/9788888764023/ronfani-ugo/peste-di-albert-camus.html">La Peste</a> di <strong>Albert Camus</strong>, che lessi sotto una nuova prospettiva subito dopo aver lasciato casa.</p>
<p>In realtà di esempi potrei farne a decine, come chiunque si possa definire lettore accanito. Uno dei titoli che, da qualche mese, vado consigliando ad amici e conoscenti, ma anche a colleghi che operano nel mondo dei media e della comunicazione, è <a href="http://www.ibs.it/code/9788864111216/bello-antoine/falsificatori.html">I Falsificatori</a> di <strong>Antoine Bello</strong>.</p>
<p>E’ il primo titolo di una trilogia, seguito da <a href="http://www.ibs.it/code/9788864111223/bello-antoine/illuminati.html">Gli Illuminati</a> (titolo fuorviante, niente a che vedere con Dan Brown) e da un terzo volume di prossima uscita per Fazi. Grazie al mensile Internazionale, la scorsa estate, mi è capitata sotto mano la stampa promozionale del primo capitolo: poi, con le vacanze alle porte, ho deciso di acquistarlo, vagheggiando già letture leggere in riva al mare.</p>
<p>Ebbene, così non è stato. O meglio, il grande pregio dell’autore è proprio quello di raccontare con apparente leggerezza una storia che tocca, in modo tangenziale, una serie di temi che leggeri non sono. La storia, in sintesi, è questa: il giovane e confuso Sliv Darthunguver, islandese, si trova a lavorare per una fantomatica organizzazione, il CFR (Consorzio Falsificazione della Realtà), che si occupa di preparare dossier su dossier in modo da “ricostruire” la realtà e il mondo che conosciamo. Aiutato all’inizio dal suo mentore, Gunnar Eriksson, Sliv si appassiona sempre più al suo lavoro, per quanto non conosca scopi e obiettivi di un’organizzazione globale che sembra più ramificata di un servizio segreto e più efficiente di molte entità sovranazionali. All’inizio sembra tutto un gioco: poi, man mano che il protagonista conosce altri affiliati, viene spedito in mezzo mondo e partecipa a corsi di aggiornamento che definire intensivi è un eufemismo, intervengono una serie di dinamiche personali, culturali ed etiche che lo portano prima a dubitare della bontà del CFR, poi ad abbandonarlo temporaneamente, poi a ritornare operativo ma con uno spirito diverso.</p>
<p>In mezzo, i veri protagonisti dei due libri: i dossier, che altro non sono se non storie ben confezionate, con tanto di prove “tangibili” fabbricate da appositi uffici del CFR dislocati in mezzo mondo. Si inventano antropologi, si scrivono “falsi” libri che poi verranno attribuiti a loro, si fabbricano “falsi” documenti e “false” targhe commemorative, “falsi” studi che comprovano le attività criminose delle multinazionali in Africa. Ho messo le virgolette su “tangibili” e “falsi”: perché la forza dei due libri, sorretti da una scrittura agile, ma – ahimé! – da uno sviluppo psicologico dei personaggi non sempre all’altezza dell’impresa, è proprio confondere il lettore, il quale a un certo punto – verso la metà del secondo libro – non è più in grado di capire il confine tra vero e falso. Spuntano le Torri Gemelle, il complotto per aizzare il mondo musulmano, la Guerra in Iraq e le false prove a sostegno della tesi delle armi di distruzione di massa. C’è di tutto. E l’autore (forse è questo il suo grande merito) che si diverte a mischiare notizie vere prese da Wikipedia, ai cui autori è dedicato il secondo volume, e notizie inventate. O meglio, che presumiamo inventate.</p>
<p>La grande lezione di Bello è questa. Il mondo della produzione di notizie, approfondimenti, conoscenza, beni immateriali è il mondo del verosimile. E la realtà stessa, sotto la spinta di un “medium” potentissimo come il lavoro certosino del CFR, diviene niente di più di un giocattolo, una forma mentis che può essere piegata alla volontà di pochi arditi pionieri della conoscenza prefabbricata. C’è un tragico attivismo che permea ogni singola pagina, con i membri del CFR che si sentono investiti da una missione in qualche modo redentrice,  antidoto alla barbarie del mondo, ma che da quegli stessi meccanismi finiranno per trovarsi schiacciati.</p>
<p>Ed è lo stesso attivismo che io ritrovo – di più, ho sempre riconosciuto – in chi sta riscrivendo la storia del nostro paese, per fini che non necessariamente coincidono con il bene comune. Il caso di <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_28/forum-scuse-falsa-terremotata_30c24bee-5979-11e0-bc5a-84b93b4dfe5d.shtml">Marina Villa</a>, la <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_28/forum-scuse-falsa-terremotata_30c24bee-5979-11e0-bc5a-84b93b4dfe5d.shtml">falsa terremotata ospite di Forum</a>, che non ha perso occasione di lodare l’operato del Governo e la “ricostruzione” aquilana è solo l’ultimo capitolo di una serie. Ora, non voglio né mi interessa entrare in una querelle politica, pro o contro qualcuno o qualcosa. Mi limito a dire che il meccanismo alla base della prosa di Bello non è molto diverso da quello con cui i media costruiscono la realtà dei paesi occidentali, cosiddetti avanzati.</p>
<p>Il mondo che guardiamo è la fonte da cui scaturiscono le nostre opinioni su di esso. E queste opinioni possono essere espresse in molti modi: nella società odierna, prevalentemente attraverso consumi e consenso. Nel momento in cui quel mondo non è più costituito principalmente da relazioni interpersonali o fonti che giornalisticamente si chiamerebbero “dirette”, la catena degli intermediari che porta da un fatto X alla sua rappresentazione mediatica ha la capacità di incidere sulla nostra reale possibilità di coglierne sostanza e sfumature. Ammettiamo che la signora Marina Villa, cui va tutta la mia solidarietà in quanto  &#8211; al pari di Sliv Darthunguver &#8211; si è trovata nelle maglie di un ingranaggio più grande di lei, abbia voluto improvvisare. Ok, niente di male. La domanda è: quanto quel suo gesto ha cambiato della nostra percezione dei fatti? Quanto ha cambiato del nostro giudizio? E, di conseguenza, quanto consenso è riuscita a spostare? Purtroppo si tratta di domande destinate a rimanere frustrate, lo dico con la massima onestà: la costruzione mediatica della realtà va molto più veloce dello studio sui mass media, non c’è niente da fare.</p>
<p>Antoine Bello gioca molto sul crinale che separa il detto dal non detto. In questo non è molto diverso dalla società dei media, che oggi dichiara e domani smentisce. E nemmeno da quella tv che da anni, casualmente, ci mostra per l’ennesima volta “Salvate il soldato Ryan” o altri film schierati proprio nei giorni in cui in Italia si dibatte sul ruolo della Nato oppure monta, poniamo, una polemica sul ruolo militare degli States nel mondo. Quella tv che, sempre casualmente, ci mostra per l’ennesima volta le peripezie di Don Camillo e Peppone nel momento in cui, poniamo, i due macro-schieramenti politici si stanno accapigliando su posizioni e preconcetti da Guerra Fredda.</p>
<p>Non ne faccio una questione di tv pubblica o privata, di proprietà o di conflitto di interessi. Perché non è il mio lavoro. Ma quando, direttamente o indirettamente, vedi che il tuo paese si confronta quotidianamente con comizi in piazza ritoccati al Photoshop, persone pagate per partecipare a meeting, manifestazioni e trasmissioni televisive, fantomatiche feste di compleanno che paiono dei colossali fotomontaggi; quando l’opposizione la fanno i Dvd della Guzzanti o il blog di Beppe Grillo, per non dire dei girotondi di un regista; quando per molti il vento della libertà sembra figlio delle multinazionali del web e della pay tv satellitare, é in quel momento che ti chiedi dove stia la linea d’ombra che separa il vero dal verosimile<br />
Non parlo solo di spirito di partecipazione, di attivismo eccetera. Parlo di vero e di verosimile, e del rapporto che intercorre tra queste due categorie. Parlo di quali strumenti reali e concreti disponiamo per vedere e capire il mondo, che non siano la nostra esperienza diretta (e pertanto limitata dallo spazio e dal tempo). Di quanti intermediari intervengano su un fatto, ossia su un accadimento nel mondo, e lo trattino fino a farlo diventare una notizia, ossia la rappresentazione di un fatto. Parlo del peso che l’azione di questi intermediari può avere su quel fatto, o meglio sulla nostra percezione di quel fatto. Di quel fatto e del contesto, che è poi il mondo che ci circonda.</p>
<p>La domanda che mi pongo (disclaimer: da astensionista convinto e non legato a nessuna organizzazione politica o sindacale) è la seguente: chi è lo Sliv Darthunguver dell’Italia del XXI secolo? E quali fini persegue? Coincidono con quelli della maggioranza della popolazione o no? Questa maggioranza gli ha dato mandato di agire in nome e per conto suo?<br />
Domande fin troppo innocenti, forse, da lettura apparentemente “easy” sotto un ombrellone in riva al Mar Tirreno. Ma la differenza tra democrazia classica e tutto il resto, oggi, in una società pesantemente condizionata dai mass media, si gioca tutta qui.</p>
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