29
Ott

Sharing economy e redistribuzione della ricchezza

La sharing economy finisce in tribunale. Succede negli Stati Uniti, dove Airbnb ha fatto causa allo Stato di New York. Il motivo? L’approvazione, sostenuta dal governatore Andrew Cuomo, di una legge che cerca di arginare il fenomeno degli affitti di breve durata e prevede multe salate per chi affitta interi appartamenti per meno di 30 giorni. La risposta dell’azienda non si è fatta attendere. Oltre alla causa sono arrivate dichiarazioni di fuoco che parlano di “danno irreparabile” per gli affari e di provvedimento anticostituzionale.

Vedremo come andrà a finire. Va detto che il braccio di ferro tra la città di New York e Airbnb non è cosa nuova: già nel 2010 era stato dichiarato illegale affittare interi appartamenti per brevissimi periodi. Ora la nuova legge introduce le sanzioni pecuniarie che possono arrivare anche a diverse migliaia di dollari. La motivazione di una simile mazzata è la crisi immobiliare della Grande Mela, che rende difficile trovare appartamenti disponibili e spara gli affitti alle stelle.

Il dibattito sulla sharing economy

La notizia, di per sé uno dei tanti tasselli legati al dibattito sull’economia della condivisione, mi ha riportato alla mente un paio di riflessioni fatte con amici e colleghi entusiasti delle “magnifiche sorti e progressive” della sharing economy e ben intenzionati a trasformare determinate chance in un reddito fisso. Seguo con particolare interesse il tema della sharing economy. Mi piace pensarla come un’organizzazione spontanea di persone e gruppi di cittadini che utilizzano le tecnologie digitali e la Rete per offrire nuovi servizi, generare valore economico, individuare nuovi redditi e orizzonti.

Non è una visione eccessivamente romantica o velleitaria: da molte parti, infatti, si sottolinea il carattere rivoluzionario della sharing economy, intesa come una serie di servizi offerti direttamente dalla collettività e non più dalle aziende. Un nuovo capitalismo in cui il “saper fare” e il “poter fare” della singola persona vengono messi a valore non lavorando per un’impresa tradizionale, ma per i portali online che regolamentano un determinato servizio e, di fatto, fanno da marketplace tra persone, tra domanda e offerta. Come fa Uber nel caso del trasporto pubblico o, appunto, lo stesso Airbnb nel caso degli affitti di breve durata. Un nuovo modo di godere di beni e servizi: non comprandoli, ma noleggiandoli per il periodo necessario, secondo esigenze.

Sharing economy e crisi economica

Jeremy Rifkin sostiene che la sharing economy sia la miglior risposta alla crisi economica. In Europa, la sharing economy muove già 28 milioni di Euro l’anno nei settori a cui è naturalmente più legata: finanza, affitti, trasporti, servizi e servizi professionali. Google si sta preparando al nuovo scenario economico, investendo a tutto spiano, e se si muove Mountain View c’è da giurare che il futuro andrà in quella direzione.

Un futuro – ed è qui che nascono i miei dubbi, ma anche lo stupore verso un mondo che sarà completamente inedito – fatto di mille micro-occupazioni che, sommate assieme, garantiscono un reddito, si spera, adeguato e che ci costringono a sganciarci dall’idea tradizionale di lavoro salariato. Un futuro in cui la grande incognita sarà la grande capacità di far valere il diritto a una più equa redistribuzione delle ricchezze derivanti da milioni di piccole transazioni effettuate alla velocità della luce; altrimenti ha ragione Jaron Lanier che, in “La dignità ai tempi di Internet” (libro che ho divorato) sottolinea come la cosiddetta rivoluzione digitale distrugga più posti di lavoro di quanti ne crei, mentre ricchezza e potere si concentrano nelle mani di pochi, pochissimi, condannando i più a un futuro in cui i server e le Borse ci incarcerano in una stagnazione economica permanente, fatta di frequenti crisi finanziarie e disparità sempre più insostenibili.

Quale futuro ci attende?

Un futuro che, lungi dal farci muovere alla conquista dei mezzi di produzione (sogno che nasce da Karl Marx e seguaci) li fa sparire, li virtualizza e li concentra in nebulosi algoritmi trasformati in “capitale fisso”. Per finire, un futuro in cui non vedo nemmeno tutto questo “tempo liberato dalle necessità della produzione”: ne sanno qualcosa i freelance e le startup che, al netto del legittimo desiderio di cercare un inevitabile “altrimenti” al lavoro salariato, dedicano vita, energie e molto altro ancora alla produzione.

Insomma, un orizzonte che va capito e studiato per bene. Da un lato vedo la possibilità di creare valore per se stessi, riappropriandosi della vita al di fuori delle logiche produttive, dall’altro il concreto rischio di un orizzonte fatto di disuguaglianze. Un orizzonte in cui Airbnb, Uber e altri distruggono intere filiere, gentrificano quartieri e li rendono economicamente insostenibili per gli abitanti, trasformando piazze e vie in un Quartiere Isola qualsiasi – ieri quartiere operaio di Milano e oggi zona per fighetti da mille euro al mese per un buco da 50 metri quadri. Non credo basti l’entusiasmo della novità per affrontare la sharing economy, né il sogno di un tecno-anarchismo mediato da Internet. È il caso di iniziare a parlare di diritti individuali e collettivi connessi allo sviluppo delle tecnologie digitali. E di farlo prima che il sogno collettivo di una società liberata dall’oppressione dell’uomo sull’uomo diventi un incubo a metà tra il Capitale altamente automatizzato e il marketplace di persone ridotte a merci ambulanti.

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
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