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	<title>SegnaleZero &#187; Spot&amp;Web</title>
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	<description>Blog a cura di Piero Babudro</description>
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		<title>Web, marketing e relazioni interpersonali</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 05:49:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L’amicizia è un business. O meglio, lo è diventato, almeno nell’online. Forse fino a un certo momento non era così, allora varrebbe la pena chiedersi quando è scattato questo cambiamento e perché, soprattutto, non ce ne siamo accorti. 
L’amicizia non è solo un business, ma anche una delle strategie di gestione della propria identità digitale. Lo dimostrano i milioni di appassionati, di ogni cultura ed estrazione sociale, che a ogni latitudine si sono buttati sul social networking. Caricando immagini, segnalando video, partecipando a discussioni, condividendo pareri e opinioni con un ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/web-marketing-e-relazioni-interpersonali/">Web, marketing e relazioni interpersonali</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/web-marketing-e-relazioni-interpersonali/' addthis:title='Web, marketing e relazioni interpersonali '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>L’amicizia è un business. O meglio, lo è diventato, almeno nell’online. Forse fino a un certo momento non era così, allora varrebbe la pena chiedersi quando è scattato questo cambiamento e perché, soprattutto, non ce ne siamo accorti. </p>
<p>L’amicizia non è solo un business, ma anche una delle strategie di gestione della propria identità digitale. Lo dimostrano i <strong>milioni di appassionati</strong>, di ogni cultura ed estrazione sociale, <strong>che a ogni latitudine si sono buttati sul social networking</strong>. Caricando immagini, segnalando video, partecipando a discussioni, condividendo pareri e opinioni con un ‘like’ o un commento sui profili dei loro amici e conoscenti. Immettendo online frammenti del loro quotidiano, dimensione in totale simbiosi con quell’enorme contenitore (villaggio, piazza, agorà) che è il dominio del virtuale.<a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/web2-framework-p3.jpg"><img title="Web2_framework_p3" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="179" alt="Web2_framework_p3" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/web2-framework-p3-thumb.jpg" width="255" align="right" border="0" /></a> </p>
<p>Un immenso ammontare di dati e informazioni, forse il più vasto e pervasivo censimento di ogni epoca. Milioni e milioni di persone che condividono gusti e passioni, descrivono riga dopo riga, commento dopo commento le loro abitudini di consumo. <strong>E si auto profilano, per la gioia di chi si occupa di marketing.</strong></p>
<p><strong>L’incantesimo è però riuscito solo a metà.</strong> Lo vediamo con i nostri occhi: le aziende spremono le meningi per capire come approcciare il 2.0, questo eldorado della conversazione brand-cliente, ma i casi di successo si contano ancora sulla punta delle dita. Sarà forse perché riproporre le solite dinamiche palco-platea non funziona, sarà perché in Rete la gente fa di tutto per evitare banner e display advertising di ogni tipo. Sarà forse perché le dinamiche dell’online hanno sancito il definitivo superamento di alcuni codici di comunicazione, e invece che di post-televisione o di post-giornalismo dovremmo parlare di post-media e post-advertising come prossimo orizzonte teorico entro cui muoverci.</p>
<p>Di certo è cambiato l’uso della Rete in questi ultimi anni ed è cambiato anche il senso della pubblicità online. I grandi del web si trovano davanti al paradosso di essere nati per gestire informazioni (pensiamo a un motore di ricerca o a un portale) e ora si trovano a dover gestire persone, soggetti, moltitudini connesse. </p>
<p><a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/scambio-link.jpg"><img title="scambio_link" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="173" alt="scambio_link" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/scambio-link-thumb.jpg" width="306" align="left" border="0" /></a> Mica facile. Comunque ci provano. La sfida, forse frutto di un’imposizione giunta dal basso, è modificare il concetto stesso di sito web (sempre meno sito-destinazione e sempre più sito-flusso) e di consentire agli utenti di mantenere la propria identità online man mano che si spostano da una pagina all’altra. Il che vuol dire anche – e sta già succedendo &#8211; aprire le proprie ‘feature’ sociali a piattaforme terze.</p>
<p>Però, insomma, l’amicizia resta un business. Il fenomeno viene studiato con attenzione, al punto che alcune aziende monitorano (si spera in modo discreto) le relazioni informali tra dipendenti, per capire come si generano, come maturano e su quali rapporti di forza si basano. La speranza è quella di arrivare a un modello (o qualcosa di simile) per comprendere meglio i rapporti interpersonali digitali, una volta usciti dalle mura aziendali e sbarcati nell’arena del 2.0. e, nel frattempo, costruire conoscenza condivisa.</p>
<p>L’amicizia, le relazioni sono un business, da qualunque parte si guardi al fenomeno dell’online. Chi oggi ambisce al ruolo di opinion leader e vip della blogosfera e del 2.0 non fa che mettere a valore la massa critica di contatti sviluppati nel tempo attorno al proprio ‘<strong>microbrand personale’</strong>, che si tratti di un blog frequentato o di un profilo Facebook da mille e più amici.</p>
<p>Questo fenomeno ha certo introdotto <strong>nuove forme di mobilità sociale</strong> (pensiamo alle cosiddette ‘nuove professioni digitali’, nel nostro paese nate praticamente dal nulla) e <strong>ha saputo attirare l’attenzione dei media mainstream</strong>, mandandone in cortocircuito alcuni dei meccanismi che consentono di discriminare la notizia (giornalisticamente intesa) dal semplice fatto. Così, il fatto che oggi l’Ad di un’azienda incontri un gruppo di blogger autorevoli – peraltro erroneamente ritenuti rappresentativi di qualcosa o qualcuno – diventa particolare degno di una nota in cronaca. </p>
<p>I giornalisti ne parlano e questo aumenta ad alterare la percezione di un cambiamento molto più ampio di una semplice occasione mondana e salottiera. Che di per sé non avrebbe fatto notizia, almeno non quando l’amicizia, i contatti personali, le relazioni umane erano ben lontane dal diventare un business.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/web-marketing-e-relazioni-interpersonali/">Web, marketing e relazioni interpersonali</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;&#200; il 2.0, bellezza!&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 05:12:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mi capita molto spesso di parlare con colleghi e amici che lavorano nel settore del web o della comunicazione. Condividiamo esperienze personali e professionali, ci raccontiamo aneddoti, confrontiamo i nostri punti di vista su quanto sta accadendo a livello di ‘conversazione’, online e offline, tra aziende, giornalisti, consumatori, stakeholder.
In generale, l’idea che mi sono fatto è la seguente. In questi ultimi due anni una parte delle imprese italiane si è fatta prendere dalla febbre dei social media, e in questo processo è innegabile il ruolo ‘evangelico’ di Facebook e dei ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/il-20-bellezza/">&#8220;&#200; il 2.0, bellezza!&#8221;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/il-20-bellezza/' addthis:title='&#8220;&#200; il 2.0, bellezza!&#8221; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Mi capita molto spesso di parlare con colleghi e amici che lavorano nel settore del web o della comunicazione. Condividiamo esperienze personali e professionali, ci raccontiamo aneddoti, confrontiamo i nostri punti di vista su quanto sta accadendo a livello di ‘conversazione’, online e offline, tra aziende, giornalisti, consumatori, stakeholder.</p>
<p>In generale, l’idea che mi sono fatto è la seguente. In questi ultimi due anni una parte delle imprese italiane si è fatta prendere dalla <strong>febbre dei social media</strong>, e in questo processo è innegabile il ruolo ‘evangelico’ di <strong>Facebook</strong> e dei giornalisti che si attaccano al tormentone del momento.<a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/2.jpg"><img title="2" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="225" alt="2" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/2-thumb.jpg" width="298" align="left" border="0" /></a> </p>
<p><strong>Questo slancio per lo più è rimasto confinato nel mondo dei buoni propositi, e nella pratica si è visto poco. Grandi proclami alle convention di settore, tante parole, una cortina fumogena di concetti astrusi, e poi – sostanzialmente – tutto è rimasto come prima, o quasi. </strong></p>
<p>Di solito ai buoni propositi non segue nessuna azione diretta; oppure ci si muove seguendo traiettorie poco chiare. In altri casi, si travisa completamente lo spirito con cui avvicinarsi non solo all’online, ma allo stesso concetto di comunicazione corporate. Badate bene, ci sono anche parecchie aziende virtuose. Ci sono e le conosciamo: ma non sono l’oggetto della riflessione di oggi.</p>
<p>Durante una di queste chiacchierate, sono venuto a conoscenza di <strong>una storia a suo modo paradigmatica</strong>. <strong>E preoccupante</strong>. In un’azienda che offre servizi online, nelle ultime settimane, le riunioni stile ‘<em>esaurimento nervoso</em>’ sono all’ordine del giorno. Il management non è contento di come si comunica e gli addetti alle Relazioni esterne subiscono pressioni di ogni tipo. Condizione, questa, non certo ideale per poter lavorare bene, ma questo, almeno per oggi, è un altro discorso. </p>
<p>Sempre i top manager di questa azienda (li conosco, quindi immaginate un gruppetto di entusiasti del 2.0 oltre ogni ragionevole dubbio) impongono <strong>strategie di brevissimo periodo</strong>: lanciato un nuovo prodotto/servizio l’ufficio stampa deve letteralmente tartassare i media tradizionali e non, alla conquista di spazi per articoli, approfondimenti, interviste. Secondo gli stessi dirigenti, la caccia all’ultimo centimetro dovrebbe proseguire sempre, in nome di un principio per cui “<em>più si parla di noi, meglio è</em>”. Il resto, quindi il business, verrà di conseguenza. Un principio causa-effetto tutto da dimostrare, secondo me. Specie perché l’azienda in questione si sta riposizionando, e quindi è il caso di domandarsi <i>chi</i> ne parla e, soprattutto, <i>come</i>.</p>
<p><strong>C’è poi il discorso dell’online. Il loro approccio lascia perplessi. L’azienda in questione sovvenziona un paio di top blogger italiani in modo da evitare post o commenti negativi da parte loro. Pagati per non scrivere male, questi hanno scoperto di avere il coltello dalla parte del manico. E così non scrivono e basta. E nessuno gli può dire nulla, perché se la cosa salta fuori è un bel boomerang. </strong></p>
<p><a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/web2thumb.jpg"><img title="web2-thumb" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="288" alt="web2-thumb" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/web2thumb-thumb.jpg" width="265" align="right" border="0" /></a> </p>
<p>Questa ‘<em>mossa strategica’</em> doveva rimanere “<em>off the record</em>”: il problema è che in breve la voce ha iniziato a girare. Da questo momento in poi, è accaduto di tutto. Addirittura, un blogger che non fa parte di questa stravagante ‘<i>campagna acquisti</i>’ ha telefonato in redazione chiedendo di poter ricevere un portatile nuovo di pacca come contropartita per una serie di post compiacenti. La maggior parte dei vip della blogosfera se ne guarda dal riportare i comunicati stampa dell’azienda in questione. E fa bene. Immagino che alcuni (pochi, pochissimi) saranno arrabbiati per non essere stati messi a libro paga: la maggior parte vuole, prudentemente, tenersi lontana da un gioco pericoloso. Voglio dire, se la notizia un domani venisse fuori in tutti i suoi dettagli, il rischio è quello di fare la figura del ‘venduto’ anche se magari sei stato l’unico che ha scritto un post o un articolo in buona fede, basandoti solo sul vecchio caro fiuto per la notizia giusta.</p>
<p>Il bello, e qui concludo, è che quando il responsabile dell’ufficio stampa in questione ha fatto notare ai manager che forse è la strategia globale – online e offline &#8211; a non promettere nulla di buono, questi si sono risentiti. <strong>Gli hanno risposto che così funzionano le cose. Arrivi fino a dove puoi, dove non puoi arrivare compri. “È il 2.0, bellezza!”, qualcosa del genere. Siamo sicuri?</strong></p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/il-20-bellezza/">&#8220;&#200; il 2.0, bellezza!&#8221;</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>eBay: vince lo shopping online fai-da-te</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 06:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Non c’è crisi che tenga. Magari stiamo più attenti al portafoglio, ma non ci sogniamo minimamente di rinunciare ai nostri vezzi. Così, mentre online settori come turismo e lusso fanno registrare buone performance nonostante il periodo economico, da una ricerca eBay (di cui ho ricevuto un abstract proprio stamattina) condotta su tutte le sue property europee emerge che, nonostante la recessione, gli acquisti in ambito lifestyle vanno per la maggiore, dalla bellezza fai-da-te alla moda, dalla creatività fino al giardinaggio.
In Italia i prodotti di bellezza subiscono una crescita su eBay.it, ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/ebay-vince-lo-shopping-online-fai-da-te/">eBay: vince lo shopping online fai-da-te</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/ebay-vince-lo-shopping-online-fai-da-te/' addthis:title='eBay: vince lo shopping online fai-da-te '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Non c’è crisi che tenga. Magari stiamo più attenti al portafoglio, ma non ci sogniamo minimamente di rinunciare ai nostri vezzi. Così, mentre online settori come turismo e lusso fanno registrare buone performance nonostante il periodo economico, da una <strong>ricerca eBay</strong> (di cui ho ricevuto un abstract proprio stamattina) condotta su tutte le sue property europee emerge che, nonostante la recessione, gli acquisti in ambito lifestyle vanno per la maggiore, dalla bellezza fai-da-te alla moda, dalla creatività fino al giardinaggio.</p>
<p><strong>In Italia i prodotti di bellezza subiscono una crescita su eBay.it, anno su anno, del 35% in media, con un picco del 68% per i prodotti di erboristeria. Segno che, passateci il termine, c’è un forte “bisogno di benessere” soddisfatto per la maggior parte attraverso il consumo. E anche moda e accessori vanno che è una meraviglia, con tassi di crescita compresi tra il 16 e il 26%.</strong></p>
<p>Poi ci sono le curiosità, cui eBay nella sua politica di comunicazione non ha mai rinunciato, consegnandoci uno spaccato che è innanzitutto sociale e poi economico. <strong>La famiglia media europea cerca di scrollarsi di dosso l’incertezza e il pessimismo rispetto all’immediato futuro, rivolgendosi all’online come valvola di sfogo di un consumo altrove (parliamo dei negozi tradizionali) sempre più inaccessibile.</strong> Pace se poi tra i prodotti maggiormente acquistati dagli utenti eBay europei nel primo trimestre del 2009 non spiccano proprio i beni di prima necessità: attrezzi per la manicure e pedicure (+33% in Austria e +48% in Spagna), unghie artificiali (+103% in Belgio e +14% in Germania), trattamenti per la cura dei capelli (+114% in Polonia e +67% in Francia) e prodotti per l’abbronzatura (+16% in Inghilterra). Ce n’è per tutti i gusti.</p>
<p>Il dato positivo non manca. Dai numeri che ho visionato oggi, emerge la tendenza a riscoprire il valore del tempo libero. Cosa non da poco in tempi di postfordismo generalizzato, dove gran parte della vita del singolo viene messa a valore. Esplode il giardinaggio, ad esempio. E forse non si tratta solo di un fenomeno stagionale. I nostri connazionali dimostrano interesse soprattutto per l’acquisto di mobili per il giardino (+50%), oltre che per piante, semi e bulbi (+30%), categoria in crescita anche in Spagna (+71%), in Polonia (+103%), in Uk (+37%), in Germania (+40%) e in Irlanda (+125%).</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/ebay-vince-lo-shopping-online-fai-da-te/">eBay: vince lo shopping online fai-da-te</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Aziende.it in versione iPhone e iPod Touch</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 05:57:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Primi su App Store. Non accade tutti i giorni, anche se il primato di Blogo è durato solo un weekend. Parliamo di Aziende.it (www.aziende.it), il sito in cui è possibile trovare tutte le imprese italiane, commentarle e votarle, e da poco anche in versione pocket. 
Blogo – leggo in una nota – ha infatti rilasciato la prima applicazione realizzata per iPhone e iPod Touch, disponibile gratuitamente sull’App Store di Apple. 
 L’applicazione, grazie ad un sistema di geolocalizzazione, permette di trovare le aziende situate nelle vicinanze ma anche di ottenere ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/aziendeit-in-versione-iphone-e-ipod-touch/">Aziende.it in versione iPhone e iPod Touch</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/aziendeit-in-versione-iphone-e-ipod-touch/' addthis:title='Aziende.it in versione iPhone e iPod Touch '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Primi su <strong>App Store</strong>. Non accade tutti i giorni, anche se il primato di Blogo è durato solo un weekend. Parliamo di Aziende.it (<strong><a href="http://www.aziende.it" target="_blank">www.aziende.it</a></strong>), il sito in cui è possibile trovare tutte le imprese italiane, commentarle e votarle, e da poco anche in versione pocket. </p>
<p><strong><a href="http://www.blogo.it" target="_blank">Blogo</a></strong> – leggo in una nota – ha infatti rilasciato la prima applicazione realizzata per <strong>iPhone</strong> e <strong>iPod Touch</strong>, disponibile gratuitamente sull’App Store di Apple. </p>
<p><a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/aziendesegnalezero.jpg"><img title="aziendesegnalezero" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="196" alt="aziendesegnalezero" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/06/aziendesegnalezero-thumb.jpg" width="196" align="left" border="0" /></a> L’applicazione, grazie ad un sistema di geolocalizzazione, permette di trovare le aziende situate nelle vicinanze ma anche di ottenere informazioni su spettacoli al cinema, ristoranti, pub, farmacie, banche e altre tipologie di categorie. I voti e i commenti inseriti dagli utenti permettono di visualizzare gli elenchi delle aziende italiane più amate; su Aziende.it infatti, è anche possibile effettuare ricerche per città o per una zona specifica e visualizzare le attività dei propri amici. L’interazione permette inoltre, di inviare foto e di aggiornare la propria rubrica con gli indirizzi e i numeri di telefono delle aziende o dei locali ricercati.</p>
<p>Aziende.it supporta <strong>Facebook Connect</strong>: quindi è possibile registrarsi con il proprio profilo <strong>Facebook</strong> e condividere il proprio stream di attività. L’applicazione è stata rilasciata da una settimana sull’App store ed è già tra le applicazioni gratuite più scaricate ed in vetta alla classifica nella categoria Moda e Tendenze.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/aziendeit-in-versione-iphone-e-ipod-touch/">Aziende.it in versione iPhone e iPod Touch</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Facebook e la questione investimenti</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 06:29:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La domanda non è banale. Quanto vale Facebook? E perché si dovrebbe investire nel social network di Zuckerberg quando non ha mai dato prova concreta di questo suo valore economico? A porsi il quesito non è uno scettico qualsiasi – cosa che peraltro non toglierebbe legittimità alla domanda – ma il Financial Times.
 Che rincara la dose, affermando: “Non ci sono i numeri per poter ricostruire il quadro finanziario del social network.” Martedì, i russi di Digital Sky Technologies hanno reso noto di aver pagato 200 milioni di dollari in ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/facebook-e-la-questione-investimenti/">Facebook e la questione investimenti</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/facebook-e-la-questione-investimenti/' addthis:title='Facebook e la questione investimenti '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
			instapaper_embed( "http://www.segnalezero.com/facebook-e-la-questione-investimenti/", "Facebook e la questione investimenti", "" );
		//--></script></span><p>La domanda non è banale. Quanto vale <strong>Facebook</strong>? E perché si dovrebbe investire nel social network di <strong>Zuckerberg</strong> quando non ha mai dato prova concreta di questo suo valore economico? <strong><a href="http://www.ft.com/cms/s/2/c5db4694-4a45-11de-8e7e-00144feabdc0.html" target="_blank">A porsi il quesito non è uno scettico qualsiasi – cosa che peraltro non toglierebbe legittimità alla domanda – ma il Financial Times.</a></strong></p>
<p><a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/05/facebook.jpg"><img title="facebook" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin-left: 0px; border-left: 0px; margin-right: 0px; border-bottom: 0px" height="183" alt="facebook" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/05/facebook-thumb.jpg" width="244" align="right" border="0" /></a> Che rincara la dose, affermando: “Non ci sono i numeri per poter ricostruire il quadro finanziario del social network.” Martedì, i russi di Digital Sky Technologies hanno reso noto di aver pagato 200 milioni di dollari in cambio di un pacchetto azionario pari al 2%. Dato che nel 2007 <strong>Microsoft</strong> ha messo sul piatto 240 milioni per la stessa quota, si può dire che due anni fa Facebook valeva 15 miliardi di dollari e oggi ‘solo’ 10. Intanto, altri 100 milioni di dollari dovrebbero arrivare – dalla stessa <strong>Digital Sky Technologies</strong> – tra qualche mese.</p>
<p>Prima domanda: da cosa dipende questo calo nella valutazione complessiva del social network? Non lo sappiamo.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, Ft.com si lamenta del fatto che <strong>Facebook</strong> si rifiuta di divulgare le proprie performance finanziarie. I ricavi, a quanto pare, sono cresciuti del 70% lo scorso anno e lo stesso <strong>Zuckerberg</strong> si aspetta un cashflow positivo anche nel 2010. </p>
<p>Seconda domanda: perché allora Facebook ha bisogno di finanziamenti extra? Digital Sky Technologies possiede quote di svariate aziende online, in Russia ma anche nell’est Europa, tra cui alcuni social network. Forse sono stati allettati dalla promessa (eterna) di monetizzare l’asset Facebook. Una sfida, questa, non ancora raggiunta pienamente.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/facebook-e-la-questione-investimenti/">Facebook e la questione investimenti</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Due fondi americani per Privalia</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 06:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Privalia, uno dei maggiori player di riferimento per il mercato dell’e-commerce nella vendita online di marchi moda e sport, ha appena siglato un accordo con Insight Venture Partners e Highland Capital Partner per un investimento pari a 8 milioni di euro destinati ad accelerare lo sviluppo del mercato italiano e di quello brasiliano.
 
Questo quarto round di aumento di capitale proviene da due grandi investitori americani specializzati nell’e-commerce, Insight (che è il fondo che guida questo round, e dietro al quale c’è Robert Rubin, ex ministro del Tesoro di Clinton) ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/due-fondi-americani-per-privalia/">Due fondi americani per Privalia</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/due-fondi-americani-per-privalia/' addthis:title='Due fondi americani per Privalia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><strong><a href="http://it.privalia.com/" target="_blank">Privalia</a></strong>, uno dei maggiori player di riferimento per il mercato dell’<strong>e-commerce </strong>nella vendita online di marchi moda e sport, ha appena siglato un accordo con <strong><a href="www.insightpartners.com" target="_blank">Insight Venture Partners</a></strong> e <strong><a href="http://www.hcp.com/" target="_blank">Highland Capital Partner</a></strong> per un investimento pari a 8 milioni di euro destinati ad accelerare lo sviluppo del mercato italiano e di quello brasiliano.</p>
<p><a href="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/05/privalia.jpg"><img title="privalia" style="border-right: 0px; border-top: 0px; display: inline; margin: 0px 100px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="194" alt="privalia" src="http://212.97.33.124/~segnlzr/wp-content/uploads/2009/05/privalia-thumb.jpg" width="244" align="left" border="0" /></a> </p>
<p>Questo quarto round di aumento di capitale proviene da due grandi investitori americani specializzati nell’e-commerce, <strong>Insight</strong> (che è il fondo che guida questo round, e dietro al quale c’è <strong>Robert Rubin</strong>, ex ministro del Tesoro di <strong>Clinton</strong>) e <strong>Highland</strong>, insieme al fondo spagnolo <strong>Nauta Capital</strong>, attuale investitore che ha partecipato anche a questa operazione finanziaria. </p>
<p>Il potenziale del mercato Italiano e il boom internazionale dell’e-commerce di moda hanno favorito l’operazione. I nuovi fondi saranno destinati principalmente a finanziare la crescita nel mercato italiano e brasiliano, essendo già consolidata l’attività dell’azienda in Spagna, con risultati già positivi dall’inizio dell’anno. La compagnia, che ha chiuso il 2008 con 22 milioni di euro, prevede di fatturare nel 2009 oltre 55 milioni.</p>
<p>&quot;Dal 2007 seguiamo da vicino i principali player che guidano lo sviluppo di vendita privata online”, commenta <strong>Larry Handen, Managing Director di Insight</strong>. &quot;Privalia ci ha convinto più degli altri principalmente per i mercati nei quali opera, per l’eccellente relazione che ha sviluppato con i marchi leader di ogni categoria che viene venduta sul sito e per il grande valore professionale e la capacità di esecuzione del management team &quot;, conclude Handen.</p>
<p>Privalia è riuscita ad entrare e a sviluppare tre differenti mercati: spagnolo innanzitutto, italiano e brasiliano. In particolare in Italia, con meno di un anno e mezzo di vita, Privalia è diventata in poco tempo un player di riferimento e prevede di raggiungere 10 miloni di fatturato nel 2009, questo suppone una crescita del 500% </p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/due-fondi-americani-per-privalia/">Due fondi americani per Privalia</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La spy story della banda larga</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 05:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>In Italia abbiamo l’innata capacità di trasformare i fatti in una fiction. A volte, in una spy story. Lo vediamo (per l’ennesima volta) in questi giorni, di fronte alla querelle riguardante lo stato della banda larga in Italia. I giornali sembrano confermare la genuinità del rapporto commissionato dal governo al super-manager consulente Francesco Caio. Una relazione tenuta segreta per troppo tempo e in queste ore comparsa in Rete, pare in due o tre versioni differenti. Tentativo di depistaggio? O miracolo della condivisione sul web di risorse remixate più volte?
Difficile poterlo ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/la-spy-story-della-banda-larga/">La spy story della banda larga</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/la-spy-story-della-banda-larga/' addthis:title='La spy story della banda larga '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>In Italia abbiamo l’innata capacità di trasformare i fatti in una fiction. A volte, in una spy story. Lo vediamo (per l’ennesima volta) in questi giorni, di fronte alla querelle riguardante lo stato della banda larga in Italia. I giornali sembrano confermare la genuinità del rapporto commissionato dal governo al super-manager consulente Francesco Caio. Una relazione tenuta segreta per troppo tempo e in queste ore <a href="http://wikileaks.org/wiki/Comparing_broadband_in_Italy_with_other_countries:_Francesco_Caio_report:_Portare_l%27Italia_verso_la_leadership_europea_nella_banda_larga:_Considerazioni_sulle_opzioni_di_politica_industriale%2C_12_Mar_2009 ">comparsa in Rete</a>, pare in due o tre versioni differenti. Tentativo di depistaggio? O miracolo della condivisione sul web di risorse remixate più volte?<br />
Difficile poterlo dire con certezza. Di sicuro c’è la gravità dei dati , che descrivono una realtà ben peggiore di quella resa nota negli anni da istituzioni e aziende del settore, Telecom Italia in testa. Sette milioni di persone, il 12% della popolazione, escluse dall’accesso alla banda larga. Un numero impressionante cui, per spirito di onestà, vanno inclusi tutti coloro che quotidianamente utilizzano Adsl spacciate per super-veloci (anche 20 Mb) eppure, nei fatti, ben lontane dai valori pubblicizzati. Oppure coloro che, stando a quanto dicono le varie Telecom Italia o Fastweb, non avrebbero nessun problema, salvo poi constatare che la propria Adsl semplicemente ha smesso di funzionare, si blocca nelle ‘ore di punta’ oppure funziona regolarmente, ma solo se si abbassa la banda portante a meno di un Mega. Tutti fatti che negli anni ho potuto constatare di persona, anche grazie alle testimonianze più volte portate alla mia attenzione da realtà come Aduc o AntiDigitalDivide.<br />
Una situazione vergognosa, insomma, di fronte alla quale l’Ad di Telecom Italia <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/CyberNews/?id=3.0.3337594449">ha risposto</a> così: &#8220;L&#8217;Italia non è affatto indietro sull&#8217;accesso alla rete in banda larga nè per qualità del servizio nè per copertura, ma è indietro nell&#8217;utilizzo che ne fanno i consumatori, le imprese e le amministrazioni pubbliche&#8221;. Come dire, la tecnologia c’è: il problema, semmai, è l’uso elementare che la gente ne fa.<br />
Cosa vuol dire uso elementare? Francamente – se questo era il senso delle sue parole, Bernabè &#8211; è difficile pensare a un intero paese che si limita a posta elettronica, un po’ di browser e qualche visita fugace ai social network. Potrà essere così tra coloro che hanno scoperto il 2.0 di recente, ma certo non lo è tra migliaia di imprese – spesso artigiane – che per avere un servizio decente hanno da tempo abbandonato il rame e si sono rivolti a tecnologie satellitari o wireless. Questo spiega, tra le altre cose, il boom delle chiavette Umts tra le partite Iva. Ma anche parte del ritardo competitivo patito da gran parte del tessuto produttivo italiano. Un ritardo di cui chi, negli anni, ha evitato politiche di rilancio tecnologico è mandante e causa principale.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/la-spy-story-della-banda-larga/">La spy story della banda larga</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Quanto vale Facebook?</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 05:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La notizia è che Facebook viene valutato meno del previsto. Lo si legge in controluce nelle dichiarazioni di Mark Zuckerberg, che al Reuters Global Technology Summit ha fatto sapee di aver rifiutato un’offerta di finanziamento di 200 milioni di dollari, che attribuiva all’intero social network un valore di 8 miliardi di dollari. C’è da dire che nello stesso periodo alcune riviste online americane hanno parlato di 150 milioni di dollari, e non di 200. Quindi non si capisce se abbiamo davanti l’ennesima guerra delle cifre, se si tratta di due ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/quanto-vale-facebook/">Quanto vale Facebook?</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/quanto-vale-facebook/' addthis:title='Quanto vale Facebook? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>La notizia è che Facebook viene valutato meno del previsto. Lo si legge in controluce nelle dichiarazioni di Mark Zuckerberg, che al <a href="http://www.reuters.com/article/summitNews2/idUSTRE54I77G20090519">Reuters Global Technology Summit</a> ha fatto sapee di aver rifiutato un’offerta di finanziamento di 200 milioni di dollari, che attribuiva all’intero social network un valore di 8 miliardi di dollari. C’è da dire che nello stesso periodo alcune riviste online americane hanno parlato di 150 milioni di dollari, e non di 200. Quindi non si capisce se abbiamo davanti l’ennesima guerra delle cifre, se si tratta di due offerte distinte, oppure se la creatura di Zuckerberg inizia a perdere colpi, almeno sotto l’aspetto finanziario.<br />
Il dato rimane. Ne è passato di tempo da quando Microsoft Corporation ha investito 240 milioni di dollari in Facebook in cambio di un pacchetto azionario pari al 1,6% della compagnia. A conti fatti, il social network veniva valutato 15 miliardi di dollari, e la febbre di Facebook doveva ancora colpire buona parte del continente europeo, Italia compresa. Oggi Facebook fa sapere di avere oltre 200 milioni di utenti attivi, e la sfida rimane capire come monetizzare questo immenso capitale.<br />
Le soluzioni più o meno collegabili a un advertising display altamente targettizzato sulla base del singolo profilo spesso lasciano a desiderare. Basta omettere di inserire informazioni sul proprio status sentimentale per essere invasi da banner di Meetic o di altri network per single. Per non parlare del fatto che in Rete i comportamenti delle persone sono molto ‘liquidi’: uno potrebbe condividere con i propri amici una bella installazione di videoarte trovata su YouTube, ma al contempo non essere interessato a partecipare al Festival di VideoArte e Musica Elettronica di Lucca.<br />
Insomma, la targettizzazione chirurgica è ancora una delle grandi promesse dei social network alle aziende. Allo stesso tempo, c’è già chi si smarca e dice che sul 2.0 si cercano amici e non marche. ‘Friends, not brands’ rischia di essere il prossimo mantra della comunicazione digitale. Se fosse così, per l’advertising su social network sarebbero dolori.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/quanto-vale-facebook/">Quanto vale Facebook?</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Internet: interessa veramente?</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 05:28:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mancheranno anche gli investimenti in infrastrutture. Mancherà l’interesse degli operatori broadband a portare l’Internet veloce in alcune aree del paese. Tutto vero, però il digital divide è anche questione politica, sociale e culturale. E non solo tecnologica. L’indagine conoscitiva fatta dalla nona commissione della Camera – presentata durante il seminario “Il futuro della rete: banda larga e accesso alla rete come diritto universale” – dimostra ancora una volta che l’Italia è indietro due volte. La prima perché, di fatto, tecnologicamente è un paese risibile. La seconda perché non sono chiari ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/banda-larga-interessa-veramente/">Internet: interessa veramente?</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/banda-larga-interessa-veramente/' addthis:title='Internet: interessa veramente? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Mancheranno anche gli investimenti in infrastrutture. Mancherà l’interesse degli operatori broadband a portare l’Internet veloce in alcune aree del paese. Tutto vero, però il digital divide è anche questione politica, sociale e culturale. E non solo tecnologica. L’indagine conoscitiva fatta dalla nona commissione della Camera – presentata durante il seminario “Il futuro della rete: banda larga e accesso alla rete come diritto universale” – dimostra ancora una volta che l’Italia è indietro due volte. La prima perché, di fatto, tecnologicamente è un paese risibile. La seconda perché non sono chiari i vantaggi dell’utilizzo delle tecnologie digitali, non si è dato vita a programmi di ‘educazione’ al web per i cittadini, né si è parlato abbastanza di servizi pubblici digitali per il cittadino. E non consola certo sapere che quando qualcuno ha preso l’iniziativa ed è sbarcato a suon di fanfare in questo territorio, spesso lo ha fatto a colpi di ecomostri: un nome su tutti, il contestatissimo Italia.it, megaportale da 30 milioni di euro che non è servito a nulla se non a generare la solita valanga di sprechi all’italiana che con Internet non ha/non dovrebbe avere nulla a che fare.<br />
I dati (riporto parte di quelli <a href="http://www.key4biz.it/News/2009/05/12/Tecnologie/PA_banda_larga_Mario_Valducci_IX_Commissione_Camera_Stefano_Lorenzi.html">pubblicati da Key4biz</a>) sono eloquenti. Provo a riportarli sinteticamente, aggiungendo alcuni punti cui sarebbe carino trovare risposta.<br />
Sette italiani su dieci hanno un computer, ma solo uno su due naviga in Rete tutti i giorni. Sarebbe interessante sapere che tipo di macchina possiede l’italiano medio, visto che una buona dotazione hardware è la porta per un’esperienza digitale decorosa.<br />
Si legge che la maggior parte di chi possiede un collegamento a banda larga, utilizza comunque servizi che non richiedono Internet veloce. Ecco, capire perché il nostro modo di utilizzare Internet è ancora così ‘basic’ mi sembrerebbe degno di una ricerca a parte. È la nostra scarsa conoscenza dell’inglese? È una questione generazionale? Entrambe?<br />
Pochissimi usano i servizi messi in piedi dalla Pubblica Amministrazione, principalmente perché non sono buoni. Non è una percentuale che si può ignorare: i poco/per nulla/abbastanza soddisfatti sono più del 75% degli intervistati. Ma d’altronde le priorità politiche oggi sono altre: imbavagliare la Rete e la blogosfera, togliere l’anonimato agli utenti del web, intercettare chi usa Skype, inventarsi reati di ogni tipo per chi usa i social network. Diciamolo chiaramente: lo sviluppo di questo paese non interessa.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/banda-larga-interessa-veramente/">Internet: interessa veramente?</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Google Searchology</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 04:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il futuro delle ricerche su Internet è la personalizzazione. Ne sono convinti ormai tutti, specie perché è sempre più complicato distinguere le informazioni utili in mezzo a una mole crescente di dati e fonti disponibili. Lo sa bene anche Google, ovviamente, che dopo due anni di relativo silenzio ha annunciato in questi giorni il debutto di “Search Options”. Si tratta di una serie di strumenti che consentono di filtrare le proprie ricerche, in modo da migliorare la qualità dei risultati ottenuti. La presentazione ufficiale di questa soluzione, frutto del lavoro ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/google-searchology/">Google Searchology</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/google-searchology/' addthis:title='Google Searchology '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p>Il futuro delle ricerche su Internet è la personalizzazione. Ne sono convinti ormai tutti, specie perché è sempre più complicato distinguere le informazioni utili in mezzo a una mole crescente di dati e fonti disponibili. Lo sa bene anche Google, ovviamente, che dopo due anni di relativo silenzio <a href="http://googleblog.blogspot.com/2009/05/more-search-options-and-other-updates.html">ha annunciato in questi giorni il debutto di “Search Options”</a>. Si tratta di una serie di strumenti che consentono di filtrare le proprie ricerche, in modo da migliorare la qualità dei risultati ottenuti. La presentazione ufficiale di questa soluzione, frutto del lavoro degli sviluppatori di Mountain View, si è avuta due giorni fa, nel corso di Searchology, evento dedicato a fare il punto sulla situazione e – appunto – a presentare a partner e clienti la via di Big G alla search di nuova generazione.<br />
“Search Options” è figlia diretta di Universal Search, servizio presentato nel maggio 2007 che consente di presentare in un’unica pagina di risultati tutti i contenuti (video, pagine web, news, immagini, blog ecc) cercati su Google.com, la versione statunitense del motore di ricerca. Attivarlo è semplice: arrivati sulla pagina dei risultati di una qualsiasi ricerca, basta cliccare “Show options”. Apparirà una colonna che, attraverso una serie di opzioni (All results, Any Time, Standard Results, Standard View) consentirà di personalizzare i risultati, scegliendo ad esempio il tipo di contenuti da visualizzare o la data di pubblicazione, ma anche optando per una visualizzazione alternativa. Google sta facendo le prove generali per l’avvento del web semantico: sempre durante Searchology c’è stata l’occasione di vedere all’opera il prototipo di <a href="http://blogoscoped.com/archive/2009-05-12-n39.html">Google Squared</a>. Si tratta di un servizio che non si limiterà a fornire una mera collezione di pagine web, ma può organizzare le informazioni in suo possesso e dare automaticamente una risposta di tipo ‘discorsivo’ all’utente. Un po’ come promette di fare il motore di ricerca Wolfram Alpha (www.wolframalpha.com), il quale – ancor prima del debutto – ha fatto molto parlare di sé perché in grado di gestire le informazioni in modo completamente nuovo, sfruttando algoritmi e logiche computazionali diversi da quelli usuali.</p>
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