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	<title>SegnaleZero &#187; editoria</title>
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	<description>Il blog di Piero Babudro</description>
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		<title>Il &#8220;nuovo&#8221; giornalismo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 12:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trovo su Affaritaliani.it l&#8217;articolo &#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221; .
&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovo su <strong>Affaritaliani.it</strong> <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/giornalisti190510.html">l&#8217;articolo</a> <em>&#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221;</em><strong></strong> .</p>
<p><em>&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente Apcom  offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. Una testata storica e prestigiosa come Il Messaggero non supera i 27 euro ad articolo (ma le brevi valgono solo 9 euro). E l&#8217;avvento del web introduce nuove, bizzare forme di retribuzione: è il caso, ad esempio, del giornale online Newnotizie.it, che compensa 35 news settimanali 1,50 euro ogni mille click raggiunti (e non devono essere molti i pezzi a raggiungere tale soglia), cui vanno aggiunte 12 news a settimana senza retribuzione, anche se &#8220;consentono il raggiungimento del tesserino da gioralista pubblicista&#8221;. Vuoi mettere?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Forse va meglio puntando sui principali quotidiani nazionali? Non proprio: la redazione toscana di Repubblica paga 20 euro a pezzo, ma dopo il 15mo articolo gli altri sono gratis&#8230; Sono alcuni dei &#8220;dati della vergogna&#8221; (così li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino), emersi dalla ricerca &#8220;Smascheriamo gli editori&#8221;, realizzata dall&#8217;Odg grazie a un migliaio di giornalisti free lance che hanno accettato di rispondere alla richiesta, inviata via email a circa 4mila giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano. Condizioni che delineano una situazione di vero e proprio sfruttamento del (troppo numeroso, evidentemente) &#8220;popolo&#8221; dei giornalisti free lance.&#8221;<br />
</em></p>
<p>La tabella completa è a <strong><a href="http://www.affaritaliani.it/static/upl/tab/tabella_compensi_testate.pdf">questo indirizzo</a></strong>.</p>
<p>Poi leggo <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2010/05/24/studio-sulla-correlazione-tra-advertising-e-copertura-giornalistica/">questo post</a> su <strong>Il Giornalaio</strong>, dove si parla di correlazione tra copertura informativa e inserzioni pubblicitarie, grazie a una <a href="http://ideas.repec.org/p/mil/wpdepa/2009-36.html">ricerca</a> condotta da Marco Gambaro e Riccardo Puglisi (Università di Milano).</p>
<p><em>&#8220;L’analisi conferma come il ritorno, in termini di articoli pubblicati, sia direttamente correlato al crescere degli investimenti pubblicitari, aumentando sia in funzione dei comunicati stampa diffusi che del livello di investimento in comunicazione pubblicitaria delle imprese.&#8221;</em></p>
<p>Nel frattempo, mentre ricerche come queste ci suggeriscono l&#8217;urgenza di riformare &#8211; per davvero &#8211; il sistema dell&#8217;informazione, notiamo tutti che il dibattito sul nuovo giornalismo è molto forte in questo periodo. Si parla di editoria e social media, di news e di online, di &#8220;fare informazione&#8221; in epoca digitale. Ma si parla poco (niente) di quanto suggerito oggi da questi due articoli.<br />
Ultimamente è stato ripescato dalla soffitta della narratologia lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storytelling_%28narrativa%29">storytelling</a>, pericolosamente vicino al concetto di persuasione, e non solo di comunicazione. Intanto, non si ragiona con la dovuta attenzione di nuove competenze richieste ai professionisti dell&#8217;informazione, di Ordine e di tutele, di importanza (reale o percepita) della filiera della notizia, di necessità di editori puri. Temi che non nascono oggi, ma che non per questo non sono importanti. Temi sui quali alcuni stanno cercando di innestare un dibattito in salsa &#8216;social&#8217; che di innovativo ha veramente poco. </p>
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		<title>Le vite degli altri</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 11:51:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.
Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.</p>
<p>Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani. </p>
<p><b>Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza</b>, <b>ha annunciato la chiusura delle testate.</b> <b>Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di&#160; un&#160; venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico</b>. <b>L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono&#160; una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management&#160; della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono&#160; loro,&#160; quelli della Reed)&#160; non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: <i>Le vite degli</i> <i>altri</i>, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed&#160; affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché <u>il vile muore sempre due volte</u>. </b></p>
<p><b>Grazie</b></p>
<p><b>Nuccio Barletta </b></p>
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		<title>L&#8217;incognita Reed Business</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 12:17:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molto difficile commentare questo momento. Venerdì sembra sia arrivata la conferma ufficiale della prossima chiusura di molte testate edite da Reed Business. 
Per una panoramica completa colgo l’occasione per segnalare l’intervista di Salvatore Sagone ad Alessandro Cederle, amministratore delegato del gruppo (AdvExpress, solo su abbonamento).
Non commento la scelta di rivolgersi a una testata concorrente per descrivere il momento di crisi che ha colpito anche il proprio gruppo editoriale. I ‘panni’ si lavano in casa, da che mondo è mondo, ma evidentemente ci sono meccanismi imprenditoriali che sfuggono anche a chi, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto difficile commentare questo momento. Venerdì sembra sia arrivata la conferma ufficiale della prossima chiusura di molte testate edite da <a href="http://www.reedbusiness.it" target="_blank">Reed Business</a>. </p>
<p>Per una panoramica completa colgo l’occasione per segnalare l’intervista di Salvatore Sagone ad Alessandro Cederle, amministratore delegato del gruppo (<a href="http://www.advexpress.it" target="_blank">AdvExpress</a>, solo su abbonamento).</p>
<p>Non commento la scelta di rivolgersi a una testata concorrente per descrivere il momento di crisi che ha colpito anche il proprio gruppo editoriale. I ‘panni’ si lavano in casa, da che mondo è mondo, ma evidentemente ci sono meccanismi imprenditoriali che sfuggono anche a chi, come me, opera nel settore da un po’.</p>
<p>A supporto di questa notizia, in Rete ho trovato solo <strong><a href="http://tradecommunication.blogspot.com/2009/11/reed-addio-core-business.html" target="_blank">il post</a></strong> di <a href="http://tradecommunication.blogspot.com" target="_blank">Trade Communication</a>, su cui però merita fare una doverosa precisazione.</p>
<p>Nel post si dice che verranno dismesse tutte le riviste che non portano utili. Non è esatto: o almeno, tra i nomi fatti ci sono testate in utile, con una buona raccolta pubblicitaria e che hanno sofferto della crisi economica né più né meno di altre, appartenenti a gruppi editoriali che oggi si reggono in piedi a suon di stagisti o affidandosi ai comunicati stampa per riempire le pagine. </p>
<p>Stamattina ho ricevuto una decina di telefonate di colleghi che mi hanno chiesto se so qualcosa in più rispetto all’articolo di AdvExpress o al post in questione. Posso solo dire che quasi tutti mi hanno posto la seguente domanda: “Se siete in difficoltà voi, come possono reggersi in piedi i vostri concorrenti?”</p>
<p>Bella domanda! Non ho risposte e per ora non le cerco. Se le avessi non le esporrei pubblicamente, anche come forma di rispetto per gli ottimi colleghi di altre riviste che incontro spessissimo durante conferenze stampa o eventi in genere.</p>
<p>Quello che mi preme dire, tornando all’affaire Reed Business, è che c’è stata troppa fretta nel comunicare una notizia peraltro tutta da definire (il Cdr è stato sentito? si sono cercati potenziali acquirenti? cosa vuol dire investire sull’online? c’è un piano di business?), mettendo sullo stesso piano riviste definite ‘fuori perimetro’ eppure molto diverse quanto a situazione economica, ad ‘appeal’, a storia, a interesse da parte del mercato e degli addetti ai lavori. </p>
<p>Il che mi porta a pensare – e non solo sulla scorta della speranza verso testate a cui sono legato da un vincolo emotivo prima ancora che personale – che questa strana storia sia ancora in parte (o tutta) da scrivere.</p>
<p><em>Avvertenze: scrivo dalla fine del 2007 per il gruppo editoriale Reed Business, prima come collaboratore della testata Pubblicità Italia e della newsletter Today, poi di Adv. In questo post esprimo opinioni del tutto personali, alle quali posso solo aggiungere la stima e il rispetto professionale e personale per tutte le persone con cui ho lavorato finora.</em></p>
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