<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>SegnaleZero &#187; lavoro</title>
	<atom:link href="http://www.segnalezero.com/tag/lavoro/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.segnalezero.com</link>
	<description>Blog a cura di Piero Babudro</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 17:23:19 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
<xhtml:meta xmlns:xhtml="http://www.w3.org/1999/xhtml" name="robots" content="noindex" />
		<item>
		<title>Appunti su giornalismo, diritti e crowdsourcing (passando per Huffington)</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/</link>
		<comments>http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 10:37:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
				<category><![CDATA[web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Work]]></category>
		<category><![CDATA[aol]]></category>
		<category><![CDATA[arianna huffington]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[blogger]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.segnalezero.com/?p=498</guid>
		<description><![CDATA[<p>Sono sempre più convinto che il giornalismo non morirà. Dopotutto, una società che fonda i suoi rapporti sulla produzione e sullo scambio incessante di merci informative non può, a un certo punto del suo sviluppo, ‘staccare la spina’ e rinunciare a un tassello importantissimo della sua stessa struttura. In un momento storico e tecnologico come quello che stiamo vivendo, sarebbe come rinunciare all’ossigeno.
Sono però altrettanto realista. Quindi ribadisco che, se a morire non sarà il giornalismo, fine ben diversa faranno i giornalisti, Anzi, guardando in faccia la realtà, a essere ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/">Appunti su giornalismo, diritti e crowdsourcing (passando per Huffington)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/' addthis:title='Appunti su giornalismo, diritti e crowdsourcing (passando per Huffington) '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Sono sempre più convinto che il giornalismo non morirà. Dopotutto, una società che fonda i suoi rapporti sulla produzione e sullo scambio incessante di merci informative non può, a un certo punto del suo sviluppo, ‘staccare la spina’ e rinunciare a un tassello importantissimo della sua stessa struttura. In un momento storico e tecnologico come quello che stiamo vivendo, sarebbe come rinunciare all’ossigeno.</p>
<p>Sono però altrettanto realista. Quindi ribadisco che, se a morire non sarà il giornalismo, fine ben diversa faranno i giornalisti, Anzi, guardando in faccia la realtà, a essere caduto nella peggiore crisi della sua storia è proprio quel modello di produzione e confezionamento della notizia che prevede il giornalista come soggetto economicamente e sindacalmente riconosciuto e figura centrale nella condivisione delle informazioni destinate a diventare merce-notizia.</p>
<p>Alcuni grandi giornalisti lo dicono da tempo, al riparo dai riflettori, e c’è chi giura di aver sentito un vicedirettore dire, all’ombra di Via Solferino, che i giornalisti sono cosa morta. Questo accadeva sette-otto anni fa, quindi ben prima del boom della Rete di massa, del Social Networking e di tutti i fenomeni che hanno rappresentato un enorme volano della condivisione di informazioni ed esperienze.</p>
<p>Ma voglio procedere con ordine. Il primo punto che poche volte viene affrontato nelle discussioni relative a questo tema è il ruolo di una testata all’interno di un ecosistema mediatico, poniamo quello italiano. Lasciando da parte le molte storture dello scenario, proprietà incrociate ed editori di ventura (il discorso ci porterebbe lontano), possiamo ben dire che – fatta eccezione per pochi, pochissimi casi – una testata è sempre più percepita dai soggetti in gioco (quindi dall’editore al lettore) come bocca di fuoco di interessi diversi rispetto al semplice “fare informazione”.<br />
Chiunque si sia impratichito di giornalismo per almeno qualche anno ha sentito, almeno una volta, un direttore o un caporedattore definire importante un articolo più per il fatto di essere finito nella rassegna stampa giusta (quella della concorrenza, quella di un determinato consiglio di amministrazione, quella di un’azienda inserzionista) che per il fatto di determinare in sé, solo per il fatto di diventare materiale pubblico, un servizio al lettore o alla comunità.<br />
I lettori, aizzati dai soliti paladini dell’informazione anti-casta, hanno capito questo gioco da molto tempo. Per questo e per altri motivi, hanno finito col disaffezionarsi alla notizia, che è il bene di cui vive il giornalismo.</p>
<p>Di fronte a questo mutamento di paradigma, di fronte a una rivoluzione tecnologica che ha cambiato radicalmente i rapporti di produzione e di consumo della notizia, il mestiere non ha saputo evolversi, se non esteriormente. Oggi è possibile leggere i giornali su iPad, ad esempio, ma la notizia viene scritta, con qualche leggera modifica dovuta allo stile e alle battute, seguendo le stesse regole di dieci, venti anni fa, spesso senza considerare che (almeno per quanto riguarda l’online), il lettore si è evoluto e pretende un nuovo tipo di rapporto con chi gli fornisce un bene per cui egli è disposto a spendere.<br />
Non è un caso, al netto della qualità dei contenuti, che una delle iniziative editoriali nazionali di maggior successo sia Il Fatto Quotidiano, che ha costruito una buona presenza online e sulle reti sociali e, in chiave anti-sistema (dell’informazione), ha sempre sottolineato la sua indipendenza dai finanziamenti pubblici.</p>
<p>Ora, resto convinto che il giornalismo non morirà mai. I giornalisti faranno un’altra fine. La stanno già facendo, è inutile nascondersi dietro all’evidenza. E lo scenario futuro che si sta prospettando davanti ai nostri occhi non è dei più rassicuranti.</p>
<p>Il valore economico di una notizia, che è ciò che il giornalista “vende” al proprio editore, si sta spostando sempre più verso lo zero, complice la crisi e una serie di meccanismi economici e psicologici che stanno trasformando il prodotto informativo in “commodity”. A complicare lo scenario, penso soprattutto al nostro paese, è il trattamento misero riservato a collaboratori e freelance, sempre meno messi in grado di lavorare per produrre notizie di qualità. E non parlo solo di linea editoriale e di pressioni che un professionista può ricevere negli anni: spesso, di fronte all’evidenza di essere “pagati a pezzo”, conviene puntare sulla notizia sicura per garantirsi l’articolo in pagina piuttosto che su quella che può rivelarsi problematica o che prelude a un iter di discussione piuttosto lungo tra redazione e collaboratore.<br />
Un meccanismo, questo, che ha finito con l’abbassare ulteriormente la qualità media dei contenuti prodotti. Come potete ben capire, arrivati a questo punto la miccia è accesa, e il circolo vizioso innescato.</p>
<p>Vorrei concludere questo mio pensiero, posto che sul tema tornerò altre volte. La notizia di una settimana fa &#8211; <a href="http://hightech.blogosfere.it/2011/02/aol-compra-lhuffington-post-per-315-milioni-di-dollari.html">l’acquisto di Huffington Post da parte di AOL</a> &#8211; e le <a href="http://www.annabruno.it/blog/vendita-huffington-post-ad-aol-i-blogger-battono-cassa/12-02-2011">successive polemiche da parte di blogger e giornalisti</a> che da tre anni scrivono gratis e di quei 315 milioni di dollari non hanno visto uno spicciolo, deve far riflettere a proposito dello scenario che si prospetta in tema di “nuova informazione”. Sì perché se da un lato è evidente che i mandanti della morte del giornalista sono i cattivi editori, quelli collusi con altri interessi – ben diversi da quello di fare cronaca – è pur sempre vero che la produzione di contenuti dal basso, finora, si è rivelata un grande affare. Soprattutto per chi gioca al ruolo di “nuovo editore”.<br />
Al netto di altre considerazioni, la vicenda dimostra il parziale fallimento delle politiche di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing">crowdsourcing</a> applicate all’editoria e all’informazione. Soprattutto perché sta facendo passare a tutti i livelli un concetto volontaristico della produzione di informazioni. Non che si tratti di ambiti che non possono coesistere: l’affermarsi del<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Citizen_journalism"> citizen journalism</a>, laddove giornalisti stipendiati e collaboratori semi-professionisti possono convivere, lo dimostra.<br />
Il caso Huffington sottolinea, semmai, la contraddizione che il settore sta vivendo. Schiacciato da un lato dalle politiche e dagli interessi di molti editori, che del professionista farebbero volentieri a meno (costa troppo, dicono), dall’altro la schizofrenia è tale per cui, una volta perso per strada (almeno a livello concettuale) il valore intrinseco di una notizia,  il volontario si trova a essere il principale competitor del giornalista. E questo è solo uno degli esempi più eclatanti, perché di colleghi bravi scavalcati da chi non ha altro da chiedere se non pochi Euro a cartella, quindi ben al di sotto dei minimi sindacali, ce ne sono a centinaia.</p>
<p>In questo schema, l’editore è l’unico che trae vantaggio economico dalla produzione di notizie a basso costo. Il giornalista ‘tradizionale’ vede cancellare, passo dopo passo, i suoi diritti e la stessa possibilità di esercitare il suo lavoro. Terzo, si afferma una nuova figura professionale che talvolta, per sua stessa natura, lavora spingendosi oltre i limiti consentiti dalla deontologia professionale, ma soprattutto senza sapere che il suo lavoro – ok, apre a nuovi spazi di libertà personale e professionale – ma sta ledendo i diritti dei colleghi e della categoria, se così vogliamo chiamarla. Insomma, la guerra tra poveri.</p>
<p>Un collaboratore che lavora a 5 Euro a cartella é un danno per i colleghi. Un editore che cerca collaboratori disposti a scrivere gratis o quasi purché gli venga garantito un minimo di visibilità è un danno per il settore. Di tutto questo sono assolutamente convinto, e rifiuto la liturgia che vede nel cosiddetto Web 2.0 il nuovo che avanza a tutti i costi. Lo è, non sempre: bando agli entusiasmi quando non giustificati ed eccessivi. Questa almeno è la mia posizione: la posizione di chi è pronto a riconoscere pari dignità a chi scrive, si chiami giornalista, blogger, web writer o citizen journalist. Purché si giochi ad armi pari: quindi, diritti e doveri per tutti, non il ricatto economico per i giornalisti, e la giungla di regole per tutti gli altri.</p>
<p>L’enorme contraddizione della società italiana, per sua natura rimasta con la mente agli anni ’50, al fordismo e alla produzione materiale, è non saper applicare schemi logici e di buon senso anche alle nuove realtà che vanno via via affermandosi.<br />
Un esempio: guardiamo con giusta e dovuta preoccupazione alla sorte degli operai Fiat, sempre più schiacciati dalla concorrenza dei loro colleghi polacchi, e non ci indigniamo allo stesso modo quando, con la scusa del crowdsourcing o di altri fenomeni internettari, si contribuisce a ridurre a zero il  valore economico del lavoro giornalistico e quindi di chi lo esercita. Anzi, molti di noi – anche tra gli addetti ai lavori &#8211; si ritrovano a benedire un sistema che, sì, aprirà a nuovi spazi di informazione, ma riscrive pericolosamente verso il basso i diritti di tutti. Perché due pesi e due misure? E a chi conviene questo gioco al massacro?</p>
<p>Il giornalismo non morirà mai, perché la società avrà sempre bisogno di chi produce e smercia informazioni. Probabilmente gli editori si ricicleranno, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Arianna_Huffington">come a suo tempo ha fatto la stessa Arianna Huffington</a>, e troveranno una nuova veste per la stessa sostanza. Ma con la cosiddetta “forza-lavoro” come la mettiamo? Oppure abbiamo tutti accettato surrettiziamente che il Web è il territorio del ‘free’, e che quindi in questo schema il giornalista di oggi e di domani si trova a essere trasformato in un volontario?</p>
<p>Che il giornalista tradizionale, quello che in Italia é iscritto all’Ordine eccetera eccetera, non sia più centrale nel processo di produzione e confezionamento di informazioni, lo posso capire. Come posso capire che nascano e si affermino nuove figure professionali. Che però tutto ciò si trasformi in un pretesto per fare del giornalista la vittima designata, sacrificata assieme ai diritti sull’altare del processo di innovazione tecnologica, questo non lo accetto. Innovare e togliere diritti a tutti sono due categorie del pensiero molto diverse. Non cediamo alla tentazione di confonderle, in nome dell’esaltazione per il crowdsourcing o dell’ultima moda nata nel Web.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/">Appunti su giornalismo, diritti e crowdsourcing (passando per Huffington)</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.segnalezero.com/appunti-su-giornalismo-diritti-e-crowdsourcing-passando-per-huffington/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il &quot;nuovo&quot; giornalismo</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/</link>
		<comments>http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 May 2010 12:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Work]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[narratologia]]></category>
		<category><![CDATA[storytelling]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.segnalezero.com/?p=314</guid>
		<description><![CDATA[<p>Trovo su Affaritaliani.it l&#8217;articolo &#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221; .
&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/">Il &quot;nuovo&quot; giornalismo</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/' addthis:title='Il &quot;nuovo&quot; giornalismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Trovo su <strong>Affaritaliani.it</strong> <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/giornalisti190510.html">l&#8217;articolo</a> <em>&#8220;Giornalisti/ Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori&#8221;</em><strong></strong> .</p>
<p><em>&#8220;Un articolo scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti &#8220;ben&#8221; 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire &#8220;al risparmio&#8221; i suoi collaboratori: l&#8217;Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente Apcom  offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. Una testata storica e prestigiosa come Il Messaggero non supera i 27 euro ad articolo (ma le brevi valgono solo 9 euro). E l&#8217;avvento del web introduce nuove, bizzare forme di retribuzione: è il caso, ad esempio, del giornale online Newnotizie.it, che compensa 35 news settimanali 1,50 euro ogni mille click raggiunti (e non devono essere molti i pezzi a raggiungere tale soglia), cui vanno aggiunte 12 news a settimana senza retribuzione, anche se &#8220;consentono il raggiungimento del tesserino da gioralista pubblicista&#8221;. Vuoi mettere?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;Forse va meglio puntando sui principali quotidiani nazionali? Non proprio: la redazione toscana di Repubblica paga 20 euro a pezzo, ma dopo il 15mo articolo gli altri sono gratis&#8230; Sono alcuni dei &#8220;dati della vergogna&#8221; (così li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino), emersi dalla ricerca &#8220;Smascheriamo gli editori&#8221;, realizzata dall&#8217;Odg grazie a un migliaio di giornalisti free lance che hanno accettato di rispondere alla richiesta, inviata via email a circa 4mila giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano. Condizioni che delineano una situazione di vero e proprio sfruttamento del (troppo numeroso, evidentemente) &#8220;popolo&#8221; dei giornalisti free lance.&#8221;<br />
</em></p>
<p>La tabella completa è a <strong><a href="http://www.affaritaliani.it/static/upl/tab/tabella_compensi_testate.pdf">questo indirizzo</a></strong>.</p>
<p>Poi leggo <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2010/05/24/studio-sulla-correlazione-tra-advertising-e-copertura-giornalistica/">questo post</a> su <strong>Il Giornalaio</strong>, dove si parla di correlazione tra copertura informativa e inserzioni pubblicitarie, grazie a una <a href="http://ideas.repec.org/p/mil/wpdepa/2009-36.html">ricerca</a> condotta da Marco Gambaro e Riccardo Puglisi (Università di Milano).</p>
<p><em>&#8220;L’analisi conferma come il ritorno, in termini di articoli pubblicati, sia direttamente correlato al crescere degli investimenti pubblicitari, aumentando sia in funzione dei comunicati stampa diffusi che del livello di investimento in comunicazione pubblicitaria delle imprese.&#8221;</em></p>
<p>Nel frattempo, mentre ricerche come queste ci suggeriscono l&#8217;urgenza di riformare &#8211; per davvero &#8211; il sistema dell&#8217;informazione, notiamo tutti che il dibattito sul nuovo giornalismo è molto forte in questo periodo. Si parla di editoria e social media, di news e di online, di &#8220;fare informazione&#8221; in epoca digitale. Ma si parla poco (niente) di quanto suggerito oggi da questi due articoli.<br />
Ultimamente è stato ripescato dalla soffitta della narratologia lo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storytelling_%28narrativa%29">storytelling</a>, pericolosamente vicino al concetto di persuasione, e non solo di comunicazione. Intanto, non si ragiona con la dovuta attenzione di nuove competenze richieste ai professionisti dell&#8217;informazione, di Ordine e di tutele, di importanza (reale o percepita) della filiera della notizia, di necessità di editori puri. Temi che non nascono oggi, ma che non per questo non sono importanti. Temi sui quali alcuni stanno cercando di innestare un dibattito in salsa &#8216;social&#8217; che di innovativo ha veramente poco.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/">Il &quot;nuovo&quot; giornalismo</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.segnalezero.com/il-nuovo-giornalismo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le vite degli altri</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/</link>
		<comments>http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 11:51:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personale]]></category>
		<category><![CDATA[Work]]></category>
		<category><![CDATA[adv]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[nuccio barletta]]></category>
		<category><![CDATA[reed business]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.segnalezero.com/2009/11/24/le-vite-degli-altri/</guid>
		<description><![CDATA[<p>Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.
Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/">Le vite degli altri</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/' addthis:title='Le vite degli altri '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>Oggi SegnaleZero ospita una persona speciale. Definirlo solo collega è riduttivo, perché Nuccio Barletta é innanzitutto un amico e uno che – quanto a mestiere giornalistico &#8211; sa il fatto suo. Ed è uno dei pochi che questa sua esperienza non l’ha tenuta per sé gelosamente, ma ne ha sempre fatto occasione di condivisione e di scambio personale e professionale con i colleghi più giovani.</p>
<p>Avrei voluto ospitarlo in un’altra occasione, con altri temi e altre cose da dire. Purtroppo i tempi che corrono sono questi. Credo però che più delle mie frasi di circostanza, valga il contributo di Nuccio, il quale scrive parole che hanno l’effetto di un calcio nei denti. Parole orgogliose, parole di coraggio, parole di chi si vuole scuotere da quel torpore collettivo che ci vede tutti sempre più ingranaggi e sempre meno esseri umani. </p>
<p><b>Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza</b>, <b>ha annunciato la chiusura delle testate.</b> <b>Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di&#160; un&#160; venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico</b>. <b>L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono&#160; una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management&#160; della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono&#160; loro,&#160; quelli della Reed)&#160; non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: <i>Le vite degli</i> <i>altri</i>, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed&#160; affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché <u>il vile muore sempre due volte</u>. </b></p>
<p><b>Grazie</b></p>
<p><b>Nuccio Barletta </b></p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/">Le vite degli altri</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.segnalezero.com/le-vite-degli-altri/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per un manifesto del (non) fare</title>
		<link>http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/</link>
		<comments>http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 08:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piero.babudro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personale]]></category>
		<category><![CDATA[Work]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[cult of done manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[wu wei]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.segnalezero.com/?p=249</guid>
		<description><![CDATA[<p>I principi del &#8216;Cult of done manifesto&#8217; fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell&#8217;ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.
a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e ...</p><p><a href="http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/">Per un manifesto del (non) fare</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/' addthis:title='Per un manifesto del (non) fare '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet" tw:via="bpi410"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p>I principi del &#8216;Cult of done manifesto&#8217; fanno bella mostra sulla mia scrivania da qualche settimana. Non perché li segua, né perché mi sia messo in testa di farlo. Ci mancherebbe.<br />
Molto sinteticamente, sono del tutto critico rispetto a quanto enunciato nell&#8217;ennesimo Dogma, e questo per dei motivi ben precisi.</p>
<p>a. Il primo è strettamente personale. Non mi trovo molto a mio agio con comandamenti, memento e promemoria vari. Nel mio lavoro, come negli altri ambiti della mia vita, preferisco seguire un percorso personale, fatto di esperienze, di passione, di errori e di risultati positivi. Accanto a me un piccolo esercito di persone splendide che rendono questo viaggio ancora più ricco.</p>
<p>b. Il secondo é l&#8217;inflazione di tesi precostituite, le quali &#8211; per loro natura &#8211; fino a quando non sono calate nell&#8217;esperienza pratica della vita di ogni giorno, restano parole sterili e vuote.</p>
<p>c. Il terzo é la constatazione che, a partire dalle tesi del Cluetrain Manifesto, troppi esperti di marketing e/o comunicazione si sono sentiti in diritto di replicare una simile formula concettuale, con risultati alterni a seconda dei casi. Da qui il proliferare di guru e pensatori vari, il cui giudizio esula dallo scopo di questo post, ma non è meno netto.</p>
<p>Ma veniamo al cosiddetto Culto del fare, punto per punto.</p>
<p>1. <em>&#8216;Ci sono tre stati dell&#8217;esistenza. Ignoranza, Azione e completamento&#8217;</em><br />
Ciò implica che qualsiasi forma di sapere è collegata strettamente al concetto di azione, se è vero che l&#8217;ignoranza viene posta in palese contrapposizione al fare. Niente di più sbagliato a mio modo di vedere. Esistere, nella vita di ogni giorno come anche nella sfera professionale, é esperienza non necessariamente collegata a un concetto meramente operativo. Ridurre l&#8217;uomo (o il professionista) a semplice funzione di ciò che fa è pericoloso perché ne svilisce il ruolo e le potenzialità in termini di intuizione.</p>
<p>2. <em>&#8216;Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.&#8217;</em><br />
Le premesse sono giuste, anche da un punto di vista professionale-esistenziale. Le conclusioni sono sbagliate. Accettare la transitorietà dei processi produttivi deve portarci a porre l&#8217;accento sull&#8217;esperienza in sé come percorso di crescita professionale, intellettuale ed emotivo. Ma non è detto che questo aiuti a fare. Dipende dal come, dal perché e dal con chi si fa. E dallo scopo che ci siamo dati.</p>
<p>3. <em>&#8216;Non c&#8217;è un secondo passaggio, di editing o di montaggio.&#8217;</em><br />
Nella vita ci vengono sempre date diverse chance. Non vedo perché ossessionarsi l&#8217;esistenza con questo filosofia da &#8216;no way out&#8217;. Una persona serena lavora meglio.</p>
<p>4. <em>&#8216;Far finta di sapere cosa stai facendo é quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero fallo.&#8217;</em><br />
Spero sia una provocazione. Ad ogni modo, se l&#8217;autore voleva dire, con altre parole, che l&#8217;esito delle nostre azioni dipende dall&#8217;atteggiamento con cui le affrontiamo, allora ok. Altrimenti se intendeva dire che grazie all&#8217;atteggiamento positivo ci si può improvvisare in qualsiasi ruolo, la catastrofe é assicurata. Se nella vostra vita vi é mai capitato di lavorare con il classico mediocre che si sente il migliore, allora sapete di cosa sto parlando. Probabilmente l&#8217;ufficio o il team raggiungerà i suoi obiettivi, nel breve periodo, a scapito però del benessere di colleghi e collaboratori, nonché dell&#8217;armonia sul posto di lavoro.</p>
<p>5. <em>&#8216;Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un&#8217;idea, abbandonala.&#8217;</em><br />
Esistono idee che hanno bisogno di una gestazione più lunga di sette giorni. Punto. Il resto sono chiacchiere.</p>
<p>6. <em>&#8216;Lo scopo del fare non è finire, ma di poter fare altro.&#8217;</em><br />
Dissento completamente. Lo scopo del fare è crescere come persona e come professionista, non schiacciarsi sotto il peso di un male interpretato senso del dovere. La frenesia é nemica della qualità.</p>
<p>7. <em>&#8216;Quando l&#8217;hai fatto puoi buttarlo via.&#8217;</em><br />
Dipende da caso a caso. Non é un mandala, che dopo ore di preparazione viene bruciato e disperso nel vento. E&#8217; lavoro, non meditazione trascendentale.</p>
<p>8. <em>&#8216;Ridi in faccia alla perfezione. E&#8217; noiosa e ti trattiene dal fare.&#8217;</em><br />
La perfezione non è di questo mondo e cavillare sui dettagli ci fa perdere tempo, su questo sono d&#8217;accordo. Tuttavia non dobbiamo MAI trascurare i passaggi di ciò che stiamo facendo nel momento presente in virtù di ciò che faremo in un ipotetico domani. Mi sembra tanto la storia di quel bambino che si chiuse in soffitta perché voleva aspettare l&#8217;arrivo del futuro. Il futuro non arrivò, eppure lui si riscoprì vecchio. Insomma, è una cosa totalmente priva di senso.</p>
<p>9. <em>&#8216;Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.&#8217;</em><br />
Una parola: risibile.</p>
<p>10. <em>&#8216;Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.&#8217;</em><br />
Quasi d&#8217;accordo. Sbagliare significa imparare. Il fallimento non esiste, perché implica una perdita totale di prospettiva rispetto al cammino da compiere. E nella vita non si perde mai nulla, si trova soltanto.</p>
<p>11. <em>&#8216;La distruzione è una variante del fare.&#8217;</em><br />
Troppo generico. Non vuol dire niente.</p>
<p>12. <em>&#8216;Se hai un&#8217;idea e la pubblichi online in Internet, conta come l&#8217;ombra del fare.&#8217;</em><br />
Risibile.</p>
<p>13. <em>&#8216;Il fare è il motore del più.&#8217;</em><br />
Embé!?</p>
<p>Dopo aver esaminato i punti del Cult of Done Manifesto, vado finalmente a parlare di cose serie. Sinteticamente, credo che nel lavoro (ma più in generale in ogni attività che riguarda il singolo o il gruppo)  occorre prima di tutto una genuina disposizione ad agire in modo trasparente e corretto. Allo stesso tempo bisogna essere onesti verso se stessi e gli altri. Umili, altruisti, coscienziosi e fare quello che si percepisce come proprio dovere.<br />
Infine, coltivare quello che il taoismo definisce &#8216;wu wei&#8217;, il principio di non azione. Che non vuol dire non fare nulla, ma più semplicemente non agire in modo forzato. Quindi, prima di darci regole, diktat e comandamenti, sforziamoci di essere spontanei, di lasciar fare alle cose, di seguirne il corso.<br />
Non lottare, quindi. Eppure saper vincere. Senza strafare. D&#8217;altra parte, elevare il fare fine a se stesso a religione del nuovo secolo digitale, é uno dei tanti segni di una profonda incapacità di evolversi, da un punto di vista materiale come da quello spirituale ed emotivo.</p>
<p><a href="http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/">Per un manifesto del (non) fare</a>  su <a href="http://www.segnalezero.com">Segnale Zero</a></p>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.segnalezero.com/per-un-manifesto-del-non-fare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

