Ricerca bigmouthmedia su aziende e social network
Nessuna novità di rilievo, ma la consapevolezza che qualcosa si sta muovendo. Le aziende e le agenzie di marketing, almeno quelle intervistate da bigmouthmedia, sono consce dell’importanza delle reti sociali per il loro business.
Due critiche prima di passare ai risultati:
1) il campione è esiguo, 1.100 intervistati tra agenzie di marketing e PR, e reponsabili della comunicazione in aziende in Europa e Nord America e
2) la fonte dice che circa 2/3 delle interviste sono state condotte nel Regno Unito, cosa che sballa non poco i valori, se consideriamo che in UK sono molto più avanti della media quanto a utilizzo dei social media per marketing e PR.
Comunque, alcune considerazioni sono interessanti:
“I vantaggi legati al miglioramento del brand sono considerati più significativi di quelli legati all’aumento della profittabilità. Una maggiore brand awareness è ritenuta il vantaggio principale offerto dai social media da circa tre quarti del campione intervistato (73%). Seguono l’incremento del coinvolgimento dei clienti (71%), il miglioramento della brand reputation (66%) e l’opportunità di aumentare la comunicazione con gli influenzatori (62%).”

“Oltre un quarto degli intervistati si dice interessato, ma non del tutto convinto delle possibilità offerte alle aziende da parte dei social media, mentre il 12% identifica soprattutto rischi e sfide.”
“Nessuno degli intervistati considera i social media una moda destinata a scomparire in breve tempo.”

“Twitter e i microblog sono i social media più utilizzati per le strategie di comunicazione per il 78% delle aziende e il 74% delle agenzie intervistate, seguiti immediatamente dalla creazione e gestione di profili sui social network (65% delle aziende).”
“Particolarmente diffuso nel corso del 2009, l’utilizzo di video continua a riscuotere successi, con circa il 60% delle aziende e il 54% delle agenzie che crea e distribuisce contenuti di questo tipo.”
“Mentre circa i tre quarti delle agenzie intervistate (72%) dichiari che i propri clienti utilizzano blog aziendali, metà delle aziende (47%) sostiene la stessa cosa.”

“Il segmento dei social media ha resistito bene alle turbolenze economiche del 2009: il 98% delle aziende e delle agenzie interpellate non ha ridotto gli investimenti rispetto all’anno precedente, il 64% delle aziende e l’81% dei clienti delle agenzie li ha addirittura aumentati.”

Update 23 febbraio: tramite l’ufficio stampa, bigmouthmedia ha fatto sapere di non essere in grado di fornire i dati scorporati per singolo paese. Un peccato. Sarebbe stato molto interessante conoscere più da vicino la situazione vissuta dalle diverse realtà territoriali.
Nobel per la pace: Internet???
Non mi convince. Internet for Peace, iniziativa di Wired per candidare il web al premio Nobel per la Pace 2010, mi sembra più una mossa comunicativa furba che una proposta concreta.
Non sono le motivazioni a lasciarmi perplesso. Sono convinto (sfido chiunque a sostenere il contrario) che la Rete abbia contribuito non poco all’abbattimento di barriere culturali e politiche, ricoperto un ruolo fondamentale per aumentare la coscienza civile di nazioni intere. Nel nostro paese, ad esempio, sembra essere l’unico antidoto a un potere che mischia in soluzione di continuità (e spesso senza ritegno) res publica e res catodica.
Guardando a situazioni tutto sommato ben più gravi, ha sorretto le rivolte di Teheran con il passaparola online – giusto per citare eventi recenti – così come ha dato modo di esprimersi a Yoani Sanchez e agli altri blogger anticastristi. Se oggi noi conosciamo molti degli orrori che quotidianamente avvengono in Cina o nei paesi arabi, lo dobbiamo a chi cura clandestinamente blog e riviste online, rischiando di essere torturato o di morire in qualche prigione segreta.
Tutto vero. Ma allora sono queste persone a meritarsi il Nobel!!
L’errore di fondo oggi è confondere il semplice mezzo con chi invece anima l’azione di pace.
Oggi Internet è un luogo sociale e di condivisione. C’è chi lotta ogni giorno in difesa della libertà di espressione, chi invece la utilizza per altri fini molto meno nobili. Ma di per sé rimane uno strumento neutro: lo puoi usare per fare del bene, per comunicare all’esterno, oppure per una profilazione di massa dell’audience online, o ancora per mettere il bavaglio alla stampa di opposizione.
L’importante è avere ben chiaro il concetto: qualcuno sta mitizzando lo strumento Internet oltre ogni ragionevole dubbio. Probabilmente ci sono anche dei fini economici dietro alla proposta, se è vero che a sostenere l’iniziativa ci sono aziende le cui politiche ‘internettiane’ sono discutibili sotto molti punti di vista.
I nomi li sappiamo: sono in calce all’articolo di Wired. In mezzo a loro troviamo chi alimenta una rete fatta di ‘walled garden’ a danno della libertà dell’utente e del diritto di una navigazione libera, chi sui suoi telefonini blocca Skype, chi invece in Italia predica bene mentre in passato è stato complice di quelle stesse autorità cinesi che vedono Internet come fumo negli occhi, chi non muove un dito contro il digital divide.
David Rowan, direttore Wired Uk, ha detto che la Rete “ha dato a tutti noi la possibilità di riprenderci il potere dei governi e delle multinazionali.” Non è del tutto vero. Lo sta disintermediando, e ha spostato i centri di potere altrove dai luoghi tradizionali. Ma non per questo siamo più liberi.
Quello che un tempo avveniva nei palazzi della politica, oggi viene deciso in altre sedi. Ma non per questo le multinazionali o i governi sono meno potenti. Sono più sfuggenti, tutto qua.
(Intendiamoci, sempre meglio Internet di Henry Kissinger, Nobel per la pace nell’anno del golpe cileno.)
Status Update
Da circa un annetto osserviamo che vivere il web sta diventando sempre più una questione di aggiornamenti. Su cosa facciamo, dove stiamo andando, con chi ci incontriamo, se per lavoro o per piacere. Ben lontana dall’essere una semplice domanda, il “What are you doing?” è diventato il mantra del momento, una filosofia del tempo reale (o dell’eterno presente, scegliete voi) che estrapola in automatico le nostre azioni dal flusso della quotidianità e le mette su un ideale piedistallo digitale. Tutto diventa rilevante.
Si ritorna (o si crede di ritornare, anche qui la scelta è vostra) protagonisti del proprio tempo e del proprio vissuto, spesso senza accorgerci che stiamo inondando di messaggi amici, colleghi e conoscenti che ci leggono su Facebook, Twitter, Friendfeed.
Hanno cominciato alcune delle cosiddette ‘blogstar’, molto abili nel trasformare ogni minimo cappuccino di lavoro in occasione di Pr personali, all’insegna di una comunicazione spregiudicata che trasforma ogni frammento di rapporto interpersonale in un galà del 2.0. Poi la brutta abitudine l’abbiamo presa tutti: al punto che spesso molti di noi sono costretti a cancellare gli update di alcuni amici dalla bacheca di Facebook perchè esasperati da una miriade di messaggi non proprio tra i più interessanti.
Ad ogni modo, questa febbre da ’status update’ è destinata a esplodere veramente solo con l’affermarsi di applicazioni 2.0 per il Mobile. Le premesse per un uso di massa già ci sono. A testimoniarlo, ultimamente, l’ennesima ricerca sul rapporto – in termini di user experience – tra Internet e telefonia mobile.
L’ha condotta Buongiorno, multinazionale del mobile entertainment, in collaborazione con peoplesound, social network pensato per cellulare che idealmente riprende il cammino interrotto dopo il mezzo blackout di Blinko. Si tratta di uno studio che ha coinvolto 301 persone tra Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna, a delineare le abitudini di utilizzo delle reti sociali digitali e in generale l’approccio degli utenti alla navigazione in mobilità.
Bene. È venuto fuori che in tutti i paesi oggetto di questa survey – Spagna esclusa – oltre la metà degli intervistati adopera il proprio cellulare o smartphone per accedere alla Rete. Primi tra tutti gli inglesi, con un ragguardevole 81%: non è una novità, visto che quello inglese è un mercato notoriamente maturo, almeno sul fronte web e nuove tecnologie. In Italia arriviamo a un lusinghiero 55%: l’azienda commenta il dato in modo neutro, quasi senza stupirsene più di tanto, eppure si tratta di un grande risultato. Basta pensare a che punto eravamo solo un anno fa, per renderci conto dei passi compiuti.
I driver del cambiamento sono l’avvento planetario di Facebook e quello di dispositivi sempre più performanti e meno costosi. E di tariffe flat o simili. La Spagna, ancora una volta, è fanalino di coda, ma anche questa – piaccia o no – non è una sorpresa. Il nostro paese è invece primo per quanto riguarda la propensione degli utenti a un utilizzo ‘multipiattaforma’: siamo quelli con il più alto numero di persone iscritte contemporaneamente a più servizi, mentre i francesi – per dire – sono i più fedeli. Si iscrivono a un social network e lì rimangono.
Noi siamo più ‘vittima’ delle mode. Ci iscriviamo a qualsiasi cosa rappresenti il tormentone del momento, anche se poi – a conti fatti – scopriamo di non sapere che farcene: basti pensare alla percentuale dei profili inattivi sul totale degli iscritti italiani, numero che con una buona approssimazione immaginiamo molto alto. Però siamo anche un popolo incline all’entusiasmo, al punto che la ricerca di Buongiorno e peoplesound ha rilevato una propensione generale a pagare anche 4 euro a settimana per poter fare social networking in modo costante, magari accedendo a funzionalità evolute non previste dagli account base.
Iran, i media, il web. E noi …
Mi ero ripromesso di non affrontare l’argomento. Volevo aspettare ulteriori sviluppi, in modo da ragionare a mente fredda su quanto sta accadendo. Inoltre, c’era da parte mia la volontà di non salire sul carrozzone di chi, ben protetto tra le mura del mondo occidentale, da giorni loda oltre ogni ragionevole dubbio i social media e Twitter per l’apporto (insostituibile e rivoluzionario) svolto durante le tragiche giornate di Teheran. Di fronte a questo versare fiumi di inchiostro telematico ho preferito starmene zitto.
Bisogna notare la presenza di uno scarto nella narrazione. Il baricentro della notizia è stato spostato, passando in soluzione di continuità dal racconto delle vicende alla riflessione sulla rappresentazione fornita dai nuovi media delle vicende stesse.
Non so se mi spiego, ma oggi è fondamentale non tanto capire che figata sia Twitter, ma come poter intervenire a supporto della popolazione iraniana, far sentire il nostro dissenso e il nostro orrore di fronte a vicende da cui siamo separati solo da qualche migliaio di chilometri, ma che ci toccano da vicino come se si svolgessero sotto casa nostra.
Negli Stati Uniti utilizzano Twitter per organizzare sit-in e meeting pacifici di protesta (in queste ore ho letto di un incontro a Houston, non so se poi è andato in porto), noi invece stiamo qui ad arrovellarci su teorie comunicative che analizzano i social media, con un atteggiamento ambiguo, oscillante tra il chiacchiericcio salottiero e lo sciacallaggio.
Mi ha colpito molto il ruolo di parte del giornalismo italiano, caduto nella trappola di attribuire al 2.0 poteri che non ha (almeno non direttamente, non possiede quello di organizzare rivoluzioni), arrabattandosi per dire qualcosa di sensato dopo che per anni – e nella migliore delle ipotesi – ha considerato i media partecipativi come roba da serie B. Ricordo ancora un mio ex caporedattore che utilizzava la parola ’sfigati’ come sinonimo di ‘blogger’, e non illudiamoci che in altre redazioni l’aria che tira sia diversa.
Solo che qualcosa è cambiato. L’apparato dei media ha perduto completamente il monopolio del racconto della realtà e della formazione dell’opinione pubblica. Un processo iniziato quando ha cominciato a disinteressarsi, da un lato, al mondo da raccontare e, dall’altro, a coltivare un rapporto di reciproca fiducia con il lettore. La crisi è strutturale, ed è così profonda che bastano i micromessaggi da 140 caratteri di Twitter per mandare in tilt tutta l’architettura industriale e comunicativa dei media. Che ora sente l’acqua alla gola e quindi parte, baionetta alla mano, a riprendere le fila di un discorso interrotto, forse irrimediabilmente.
Ben venga qualsiasi rivoluzione, quella di Teheran come quella dei social media. Ma se volgo lo sguardo al mondo dei mezzi di comunicazione di massa, e per un momento cerco di dimenticarmi quanto invece accade in Iran, la mia preoccupazione è un’altra: io non credo che per il giornalismo odierno il problema sia capire come far pagare le news o limitarsi a lodare la ‘rivoluzione 2.0′ senza capire che questa prelude a un’era post-mediatica la quale, piaccia o no, vedrà uno dei guardiani più importanti della democrazia ridimensionarsi di molto.
La sfida, piuttosto, è capire in quali luoghi – e attraverso quali circuiti ‘virtuali’ – nasce e si sviluppa oggi l’opinione pubblica multimediale internazionale. E capire come i nuovi media partecipativi possono essere utili nella difesa dei valori democratici, in Iran come a casa nostra.
Il che obbliga a un continuo lavoro di approfondimento sui temi di attualità, e non lo sterile sensazionalismo populista che in questi giorni sta mischiando informazioni pertinenti e rumore di fondo, con i media tradizionali a tessere le lodi della nuova religione del web e a celebrare inconsciamente la propria agonia.
Quanto a noi, iniziamo a utilizzare sul serio il web per cambiare le cose. Partiamo da questo link e inventiamoci qualcosa di civile e assolutamente pacifico, eppure non per questo meno carico di rabbia e sdegno. Cartoline di protesta? Può essere un’idea!
http://www.paginegialle.it/pgol/4-ambasciata%20iran/3-roma
Eba Forum 2009: secondo giorno
Del primo giorno di Eba Forum ho già scritto su questo blog. Oggi trovo il tempo per parlare per sommi capi della seconda giornata.
Senza voler togliere niente a nessuno, direi che l’intervento più bello (e utile) è stato quello di Giampaolo Colletti di AltraTv, in apertura della terza sessione, chiamata “Nuove Tendenze Digitali”.
Colletti è anche co-fondatore dell’Osservatorio sulle Business Tv dell’Università Bocconi e ha descritto in modo molto coinvolgente il panorama italiano, 88 realtà in tutto.
Degno di menzione anche l’intervento del mio conterraneo Enrico Marchetto di SWG, che ha parlato del progetto di ricerca “Diario Aperto”, quest’anno incentrato sui social network.
Devo essere sincero. Non mi convince molto la modalità di costruzione del campione (questionario online) ma è pur sempre vero che – come ha ricordato lo stesso Marchetto durante il suo intervento – l’importante era iniziare in qualche modo a scandagliare il mondo delle reti sociali digitali.
Poi, è ovvio che il compito dei ricercatori è proprio quello di ponderare i dati. Però dalle slide che ha mostrato Marchetto in sala già i dati sull’utilizzo di Twitter mi sembravano un po’ troppo ottimisti.
Dato il successo ottenuto e la mole di richieste pervenute, Wireless ha deciso di replicare. Il 7 luglio, sempre presso la Casa dell’Energia, Eba Focus-on.
Google Wave in anteprima
Oggi pomeriggio, dagli stand di EbaForum 2009, ho avuto modo di collegarmi con San Francisco per assistere alla conference call di presentazione di Google Wave. A quanto ho capito, dall’Italia eravamo io e Alberto.![]()
La notizia è di quelle destinate a modificare profondamente il 2.0. Google sbarca in forze nel lato social del web, con una nuova piattaforma di collaborazione e condivisione di informazioni online in tempo reale.
Il concetto di real-time web assomiglia a quello di FriendFeed, ma il video che ho potuto vedere in anteprima (lo caricheranno anche su YouTube, appena lo rintraccio metto il link giusto) mi ha fatto pensare a un superamento dello stesso modello.
Niente più timeline collettive (e per questo incasinate), ma tante ‘wave’, onde (o flussi di informazione) che ben si adattano a una community di amici o colleghi piuttosto ampia ma che, secondo me, sono perfette per i piccoli gruppetti.
Una redazione online (sto pensando proprio a MyTech – Mondadori Digital Publishing, per conto della quale ho seguito la conference) potrebbe aprirsi una propria ‘onda’ condividendo feed rss, micromessaggi, blog, foto, video, documenti. Poi – lasciamo lavorare gli sviluppatori di Big G – arriveranno il VoIP, la videochat oppure l’embedding di servizi terzi (penso a SlideShare, Twitter, UpComing ecc.. se non altro per una questione di gusti personali). Insomma, staremo a vedere!
Twitter e CRM: la vision aziendale come condizione numero 2
Ebbene, ci eravamo lasciati con un ragionamento sulle condizioni che permetterebbero di utilizzare Twitter come uno strumento per il CRM in azienda. Dopo la prima condizione necessaria, una base di utenti sufficientemente ampia, passiamo alla seconda, ovvero “Un approccio aziendale aperto e trasparente”.
Di primo acchito sembrerebbe che si stia parlando di qualcosa di scontato. Quale azienda non è naturalmente aperta e trasparente? Quale azienda vuole fare la figura della controparte eticamente scorretta e dall’assente attenzione rivolta alle necessità del cliente? In realtà le cose non stanno esattamente così. Sono pronto a scommettere che siano maggiori le lamentele che ricevete su un prodotto da parte dei vostri amici rispetto ai consigli entuasiasti di chi ha acquistato e ne è rimasto talmente soddisfatto da consigliarlo a chicchessia. E questo è il mondo “reale”, cioè quello in cui parlando al bar davanti a un caffè, a lavoro nella pausa o in università per pranzo si va a parare sugli argomenti più disparati, tra cui il “Prova XXXXXX, è ottimo” e “Non comprare mai YYYYYY, fa proprio #@§ç*%$”.
In effetti, a ben pensarci, è ciò che si verifica online, e su scala amplificata! Grazie a social network, posso raggiungere in pochi secondi un’audience di decine o centinaia di amici o contatti nello spazio di pochi secondi. Con i motori di ricerca (non fatemi nominare sempre Google, omg!) è possibile reperire informazioni su un prodotto, su qualsiasi prodotto, e i giudizi di chi ha li provati, di un consumatore. Uno come voi che non ha nessun interesse a parlare bene o male di un prodotto/brand.
In realtà, però, l’abitudine di urlare su una piazza virtuale le lamentele circa disservizi o prodotti difettati non è poi così diffusa come si crede, in Italia, se non sui vecchi forum.
Nonostante questo, al sottoscritto è capitato di aver avuto un disservizio con Apple. Dovevo regalare un album fotografico alla mia fidanzata e dopo molti giorni dalla deadline massima di arrivo dell’ordine, nella casella della posta regnava il vuoto cosmico. Ho scritto, quindi, all’assistenza clienti minacciando, nel mio piccolo, di usare proprio Blog, Facebook , Twitter e Friendfeed per segnalare il disservizio e la mia insoddisfazione. E li ho rassicurati sul fatto che non avrei perso tempo.
La risposta è arrivata dopo qualche ora. Come risultato mi sono stati riaccreditati i soldi delle spese di spedizione (visto che ad Apple risultava essere stato consegnato dal vettore – e così non era) e mi è stata spedita una nuova copia dell’album a un nuovo indirizzo da me indicato, con corriere espresso gratuito. In due giorni la mia ragazza ha potuto vedere l’album regalo (natalizio) con le nostre foto. E furono felici e contenti (anche se quasi a fine gennaio).
Perchè racconto questo?
Perchè le aziende si stanno rendendo conto dell’importanza di presidiare questi luoghi dove ogni consumatore ha un megafono in mano, ed è pronto ad usarlo per rompere le scatole qualora le cose vadano storte e la controparte se ne infischi. Il problema è che non sempre si ha il coraggio (e la volontà) di lavare i panni sporchi in pubblico.
Il consumatore è consapevole di non vivere in un mondo perfetto, ma di vivere nel mondo reale. E sa benissimo che ci possono essere dei problemi. E’ palese che il meglio possibile sia che i prodotti e i servizi siano perfetti, e che il consumatore sia soddisfatto, ma bisogna fare i conti con la realtà.
La soddisfazione del consumatore è sì inficiata dall’evenienza che si verifichino dei problemi, ma se questi sono prontamente risolti dall’azienda, il valore del brand e la soddisfazione del cliente possono uscire vincitori da una situazione apparentemente perdente.
Per questo la difficoltà maggiore sta nell’obbligarsi a lavare i panni sporchi in pubblico.
La domanda a cui rispondersi è: “Ti sentiresti di gestire i problemi dei tuoi clienti in una piazza?”.
Yahoo! – Master of the Open Style
Il lato punk del web. Il primo particolare che mi ha colpito dell’Open Hack Day di Londra è stato questo. Un paio di centinaia di sviluppatori compresi a occhio tra i 16 e i 40 anni e una serie di immagini nella memoria. Tornando in Italia, ieri sera, diverse immagini si sono affastellate nella memoria. Tre giorni di un’intensità che raramente si ha l’occasione di vedere così da vicino.
Intensità. E condivisione. E poi laptop, grovigli di cavi, un wi-fi a singhiozzo, poco sonno, tanto caffè, pranzi e cene consumati in velocità, spesso senza staccarsi dal monitor. E ancora, chilometri e chilometri sulle spalle di chi ha fatto di tutto per partecipare all’evento. Alcuni sono riusciti a convincere il proprio capo a sponsorizzare l’avventura, in toto o in parte. Altri sono freelance: immagino, quindi, siano venuti a proprie spese.
L’Open Hack Day è stato un po’ tutto questo. Entusiasmo, entusiasmo e ancora entusiasmo, senza mai eccedere nell’evento stile ‘meeting liturgico’, né tanto meno in quelle scenette da 2.0 salottiero che francamente non aiutano nessuno, né ‘la base’ né le aziende sponsor. In più, diciamocelo, sono ridicole.
Entusiasmo anche da parte di Yahoo!. Ovviamente, verrebbe da dire: dopotutto sono loro che organizzano. Eppure non ho trovato nulla di ‘istituzionale’ nell’impegno dell’azienda nel dar vita all’ultimo di una serie di incontri nata il 29 settembre 2006 come evento interno e poi aperto alla moltitudine di developer di mezzo mondo. Sunnyvale, Londra, Bangalore, Taiwan, Brasile: le tappe di un tour che continua ininterrottamente da quel giorno e si ripropone a scadenze più o meno regolari. Yahoo! crede molto nell’Open Strategy (allego un’immagine bellissima!) e ha una visione collaborativa del web che ritengo molto interessante.
Per la stampa l’inizio ufficiale è stata la conferenza di presentazione. Venerdì alle 15 ora locale. 125 Shaftesbury Avenue (quartier generale di Yahoo! a Londra), alla presenza di Sophie Major (Head of International Yahoo! Developer Network), Cody Simms (Senior Director of Product Management Yahoo! Open Strategy).
Gli sviluppatori, invece, si sono radunati la sera, e il giorno dopo – in parallelo con alcuni tech talks – hanno iniziato a lavorare ai loro progetti. Conclusi gli incontri che avevo in agenda, ho avuto anche modo di seguire molto da vicino il lavoro di una squadra (composta da Martin, Ikenna e Paul), che ha cercato di combinare i database di un servizio online di car pooling con applicazioni di georeferenziazione, visualizzazione su mappe e – soprattutto – la condivisione di informazioni tramite strumenti ‘social’. Il progetto è ancora in fase di sviluppo (il tempo a disposizione non era tantissimo, non sono riusciti a consegnarlo in tempo). Continueranno però a lavorare alla loro idea, se non altro perché ha riscosso interesse anche agli occhi di alcune riviste di settore, TechCrunch in primis.
Chiudo con una serie di informazioni utili. Il wiki approntato dagli organizzatori, con – ovviamente – dei risultati del contest. La lista degli hack presentati. Le foto su Flickr. La mole di tweet sparati in due giorni di gara.
Nota: ho partecipato a Open Hack Day su invito di Yahoo!. Quindi viaggio e alloggio a carico loro. Questo non ha influenzato di una virgola le opinioni che esprimo in questo post, né quelle che esprimerò in futuro, qui o altrove, sull’azienda e sui suoi prodotti o servizi.
Nielsen a testa bassa contro Twitter
In un post pubblicato sul blog dell’istituto di ricerca, il vicepresidente David Martin ha fatto le pulci al servizio di microblogging, nato tre anni fa a San Francisco e basato su un sistema di mini-messaggi da 140 caratteri inviati via computer o terminale mobile.
Martin ha riconosciuto la crescita esponenziale di Twitter. Specie negli ultimi mesi, da quando cioè diverse celebrità hanno deciso di aprire un account, diventando in qualche modo testimonial del servizio. Ciò ha fatto si che l’audience unica nel mese di marzo sia cresciuta di oltre il 100%.
Per dire, nonostante manchino dati precisi sul numero di iscritti, la stessa Nielsen ha rilevato che il sito twitter.com ha segnato più di 7 milioni di visite nel mese di febbraio: nello stesso periodo del 2008 erano circa 475 mila. Eppure, secondo Martin, questo non basta a giustificare facili entusiasmi. La grossa sfida, casomai, è trovare il modo per diminuire il turn over.
Più del 60% degli utenti, infatti, smette di usare la piattaforma a solo un mese dall’iscrizione.

Quindi, su dieci persone che si registrano, dopo i primi 30 giorni solo quattro risultano attive. Un po’ poco: secondo Nielsen una retention del 40% si traduce in una reach media che non supera il 10% nel lungo periodo. Da qui un commento secco, che sa un po’ di presagio: sta iniziando una spirale involutiva sulla base della quale, a un certo punto (e, ovviamente, in assenza di contromosse) il numero di nuovi iscritti non sarà sufficiente a controbilanciare le fuoriuscite.
Sempre nello stesso post, David Martin si spinge oltre, paragonando il tasso di loyalty di Twitter, Facebook e MySpace. Scoprendo l’ovvio. Ossia che Twitter sta pagando soprattutto l’incertezza dei primi tempi, una certa confusione sugli utilizzi possibili, l’assenza di un modello di business che – a fronte di un’intuizione geniale (il famoso eterno presente del “What are you doing?”) – ha fatto sollevare non pochi interrogativi.
Una precisazione, a onor del vero. Il confronto con Facebook e MySpace risulta fuorviante. Ok, sono tre piattaforme che più di tutte hanno inciso su forma, assetto e fama del 2.0. Sono anche molto diverse tra loro, implicano codici comunicativi diversi, regole di socializzazione profondamente differenti. Peraltro, si rivolgono a pubblici differenti, con esigenze, aspettative e un grado di confidenza con il web partecipativo del tutto diverso. In questo senso, mischiare tutto in un unico calderone, rischia di fare confusione invece che chiarezza.

Benvenuto Tiziano!
Tiziano Tassi ha accettato la mia proposta di condividere pensieri e opinioni su SegnaleZero. Lui è presidente di Oikosmos, associazione degli studenti di Economia dell’Università di Parma, nonchè curatore del progetto Luciatv, primo caso di canale web-tv autorizzato da un Ateneo eppure gestito completamente dal basso e in maniera autonoma dagli studenti. Uno che ha un sacco di buone idee, insomma… :) Benvenuto!



