Twitter e Tv, un binomio speciale (con un occhio all’audience)

Parto da un evento per me poco interessante per parlare di un fenomeno che al contrario mi intriga parecchio. Il primo è il recente matrimonio reale, evento catodico per eccellenza; il secondo è il rapporto tra televisione e social media.
In particolar modo Twitter, luogo del tempo reale: in questi giorni in Rete si può trovare un interessante video ufficiale che ragiona sull’integrazione tra tv e microblogging, assieme a una serie di infografiche che analizzano le reazioni dei telespettatori.

 

Un insieme di considerazioni che per me e milioni di altri appassionati non sono nuove: parlo di tutti coloro che, me compreso, hanno seguito i tristi Mondiali sudafricani con un occhio allo schermo del televisore e l’altro sulla timeline, commentando le partite e spesso ingaggiando con i tifosi della squadra avversaria sfide verbali al limite dei 140 caratteri e ben oltre quello dello sfottò amichevole.

Quello che a me interessa di più, sinteticamente, è come l’integrazione dei linguaggi possa portare a un’integrazione che riguardi il business e la struttura economica delle emittenti televisive.
Mi spiego meglio: è molto meno lontano del previsto – e ben venga finalmente! – il momento in cui la misurazione degli ascolti televisivi dovrà per forza di cose confrontarsi con l’influsso dei social media, rivelando tutte le crepe soggiacenti a sistemi in stile Auditel. In quest’ottica sarà molto importante capire il Delta originato dall’interazione degli utenti online. Quale può essere il loro influsso sull’audience? Potrà un domani incidere sul successo di uno show? E potrà avere un qualche impatto sul costo di uno spazio pubblicitario televisivo?

Le tecnologie online, da molti, sono viste inoltre come una valida alternativa ai più costosi sistemi di ricezione televisiva: accade negli Stati Uniti, dove Nielsen ha rilevato in questi giorni, e per la prima volta dal 1992, un calo nel numero di nuclei famigliari in possesso di una televisione. Ok che nel 2010 si è passati da 115,9 milioni a 114,7 milioni, il tutto per un calo percentuale impercettibile (dal 98,9% al 96,7%). Però il trend è solo all’inizio: e se venisse confermato negli anni a venire – e non c’è nulla che ci autorizzi a pensare il contrario – va da sé che l’industria televisiva dovrà spicciarsi a trovare una strada per tenersi in equilibrio in questo mondo mediatico sempre più liquido e sfuggente, dove le cose interessanti accadono essenzialmente online.

Oggi lo sta facendo da un punto di vista dell’hardware: pensiamo alla Yahoo! Connected TV, alla Google TV o ad altre soluzioni ibride ad alto tasso di interattività. Domani, un domani non troppo lontano, dovrà farlo anche dal punto di vista delle soluzioni contenutistiche e del rapporto con l’audience. Intanto, mentre leggete questo post, la vendita di televisori (sempre dati Nielsen) sta calando dell’1%, quella di dispositivi che ibridano tv color e Internet cresce del 151%. In tutto questo cambiamento, spero non sia lontano il giorno in cui i media online riusciranno laddove la tv ha sempre fallito: sto parlando di analisi e studi qualitativi sui programmi tv.

Oggi, per esempio, grazie a Twitter sappiamo che il volume di tweet in tema di “Royal Wedding” arrivava soprattutto da Londra, New York, Toronto, Parigi, San Paolo. Che il sentiment associato all’evento è stato positivo nel 58% dei casi, neutro nel 24%, negativo o molto negativo nel 18%. Che il 64% di chi ha twittato sono donne, il 36% maschi. Gli hashtag e i trend principali associati alla conversazione online degli utenti.
Banale dirlo, ma fino a un certo punto, finora la televisione non è mai riuscita a produrre studi e risultati credibili sull’ “indice di gradimento” dei programmi.