10
Ott

Undici inquadrature

Le relazioni non si misurano sulla durata, ma sull’intensità. E’ naturale che sia così, quasi banale, eppure non sempre ce ne accorgiamo. Succede quindi che il tempo, imperfetta costruzione che scandisce il cambiamento, diventa il corollario delle scadenze e la cornice degli attimi. Lo scorrere è un lampo, restano pochi flash qua e là. Te li porti dietro, ti accompagnano sotto traccia, per tornare alla luce ogni tanto, quando ti accorgi che attorno ai frammenti, alle passioni, alle immagini stai mettendo una cornice che ti serve a rileggere il tutto. Costruzione nella costruzione, se vogliamo. Eppure la crescita è segnata dallo scorrere delle pagine, dal flusso, dal fiume e dalla clessidra.

Tutto se ne va, torna nel vuoto che lo aveva partorito. Giorni, poi altri giorni, poi ancora giorni. I volti e le circostanze, le gioie – tantissime – i sacrifici, le sfide, i piccoli progressi personali che la mente traduce in un cammino, in una rotta, e non vede come flusso. Il flusso incessante di nomi che hanno impreziosito la strada, l’hanno resa unica, e che continuano a renderla tale, a prescindere da quali saranno le prossime mete.
Unica. Irripetibile.
La relazione a cui penso oggi è quella con Milano. 11 anni oggi. Palazzi e innovazione, galoppo sfrenato, idee subito tradotte in progetti, in “fare”. Progetti che si trasformano in sfide, incazzature, successi, casini, altre idee. Mai fermi. La Milano dei tram arancio, quella che ti augura “buona giornata” dal bancone del bar e poi torna a servire caffè incazzatissimi. La Milano del primeggiare, delle valigie sempre pronte, dei sei traslochi e dei sei paesi che ho visitato per lavoro. Del lavoro in pantofole, del lavoro in ufficio. Di ore prese a prestito o strappate ad amici, famiglia, me stesso. La Milano dall’aria irrespirabile, delle strade che di notte perdono le persone e trasformano lo spazio circostante in un gioiello vuoto. La città instabile, luogo verso altri posti, delle amicizie che nascono e si attorcigliano sulla pelle tra un aperitivo e il Naviglio. La città che il venerdì sera si ficca in autostrada, disordinata, per andare altrove. Verso Sud, verso il mare, ma in fondo non importa dove. La città che non vede l’ora di dirigere la prua verso Malpensa e tirare il fiato per quindici, venti giorni. La città che poi non vede l’ora di tornare, quando sente attorno a sé quel tempo fiacco di chi non si sta mettendo alla prova. Quel non luogo che di fatto resta uno splendido agglomerato di eremiti.

Siccome un po’ eremita lo sono sempre stato, la relazione tra me e Milano si è finora consumata all’ombra di una reciproca insofferenza che poi ha prodotto fratture da cui è scaturito affetto vero e quel qualcos’altro che giusto stamattina mi faceva dire di vivere in un posto unico. Che ieri mi faceva dire di vivere in una trappola di cemento. Un aborto architettonico, un pugno nell’occhio dietro l’altro. Edifici ultramoderni accanto a case che hanno visto sfiorire vite da ringhiera. Immigrazione a ondate. Trovare tre generazioni di fila nate a Milano è un’impresa. Un incrocio di lingue, alfabeti, modi di vivere, persone ridotte a numeri e culture, di un’intensità che fa restare senza fiato. Eppure non privo di un certo fascino. Quel fascino che ieri maledivo, che oggi benedico e che comunque mi ha trattenuto qui.

Milano cambia troppo velocemente. Ti toglie i punti di riferimento. Sono fortunato a non averne mai avuto mezzo, mi sono abituato in fretta a questo metti togli rimpiazza sostituisci rimetti togli di nuovo di fronte al quale altri sarebbero entrati in crisi. E’ un’epoca di poche certezze, dopotutto, ci si aggrappa a quello che si ha. Mi ritengo un privilegiato a non aver bisogno di troppi appigli, né scuse per trattenermi oltre all’orario di chiusura. Non ora, non qui.
11 anni fa, a quest’ora, stavo finendo di controllare lo zaino e in procinto di iniziare una fase della vita che sarebbe dovuta durare un anno al massimo. Ma erano calcoli fatti così, a caso. Un anno per decidere, per specializzarmi e farmi le ossa in attesa di poter spendere questo anno altrove. O forse non è andata così: semplicemente era un “vediamo come va”. Pazienza, ormai non me lo ricordo bene questo antefatto.
Ne sono passati molti altri. Anni di feroce bellezza, di vita vissuta al massimo, con l’acceleratore a tavoletta. Anni e tempi così strozzati da risultare difficilmente comprimibili in una linea retta, o in undici inquadrature. Di nuovo, sono istanti. Resta qualche flash qua e là, niente di più. Tutto così violento, tutto così luminoso. Pare ieri, ti venivo a prendere a Linate cambiando tre tram, e mi pareva di girare il mondo. E mi pareva di girare in tondo. Tu eri incazzata perché ero arrivato in ritardo. Da lì tutto sarebbe iniziato, e così è stato. Tutto sarebbe finito, e così è stato. Dal vuoto al vuoto. Ed è un bene, credimi.

In questi giorni di addii forzosi, di abiti neri, di preoccupazione, di amici che vorrei non così distanti, di partenze, vere partenze, che si lasciano dietro parole rotte e un contorno di silenzio fragoroso, proprio oggi festeggio il mio undicesimo compleanno del secondo capitolo della mia vita. E lo faccio a modo mio. Tra un po’ esco. Andrò in lavanderia, dall’egiziano sotto casa. Un negozio che sa di detersivi scaduti e che su un baldacchino espone orgoglioso alcune riviste di gossip e un trattato di fisica in francese, casomai ti venisse voglia di approfondire la costante di Boltzmann mentre aspetti di asciugare jeans e camicie. Poi andrò a fare una passeggiata, guardando la gente che ammazza il sabato vetrina dopo vetrina. Nel pomeriggio un caffè con amici, poi la sera si vedrà. Anche niente, mi basta questa città assordante e questo continuo respiro di esseri umani e macchine che altri luoghi chiamano frenesia. Ma che qui è vita. Vita sgraziata, forzosamente solitaria e compressa nella folla. La vita che piace a noi eremiti. Noi che ci lamentiamo, malediciamo Atm, ma domani saremo di nuovo sul tram, immersi in una nuvola di deodoranti, sudore stantio, dentifricio e sigarette. Noi che domani faremo le valigie, indecisi se salutare o imprecare. Dirti addio per sempre o dirti grazie di tutto.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
2 commenti
  1. Alessandra 13/10/2015

    “Vita sgraziata, forzosamente solitaria e compressa nella folla.” – meraviglioso.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo non sarà pubblicato. I campi richiesti sono contrassegnati*