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Ott

Vasco Rossi, Nonciclopedia e.. due cosette sul Web

Difficile commentare il post di Giovanni Scrofani, che su Gilda35 ha scritto delle considerazioni molto sensate sulla querelle tra i gestori del portale Nonciclopedia e gli avvocati della rockstar in pensione Vasco Rossi (qui un link alla notizia), se non dicendo che è scritto con competenza della materia, condivisibile e ricco di spunti interessanti.
Vorrei però aggiungere un paio di considerazioni nate a margine della notizia in sé, riguardanti l’aspetto comunicativo che fa da sfondo alla vicenda, e non quello strettamente legale, che invece lascio volentieri a chi è del campo.

Occupandomi di comunicazione, informazione e marketing online, posso dire di aver ravvisato in molti soggetti (anche “insospettabili”, se vogliamo) un atteggiamento pericoloso nei confronti dell’approccio alla conversazione digitale. Mi spiego meglio: molti considerano ancora il Web e i “social media” come un megafono da utilizzare, e non casomai come al contenitore diffuso di un insieme eterogeneo di soggettività con cui creare assieme del valore aggiunto. Posto che l’essere una rockstar, o comunque un personaggio pubblico, alimenta in qualche modo un certo meccanismo palco-platea, e porta alla tentazione di usare il Web come amplificatore e non, semmai, come contraddittorio e agorà permanente, mi limito a dire che questo è l’atteggiamento riscontrabile in molte iniziative di comunicazione-marketing di cui si legge in giro.
Si parte da un’idea, quasi mai senza chiedersi cosa ne pensa l’insieme dei potenziali destinatari, si dà un taglio creativo a quell’idea (e sulla parola “creativo” ci sarebbe moltissimo da dire) e si cala dall’alto un “prodotto/servizio” fatto e finito. Chiuso e stop.
L’esatto contrario di quegli standard cognitivi aperti e condivisi che il concetto di “2.0” incarna. Se poi questo progetto chiuso funziona, spesso lo si deve a Pubbliche Relazioni fatte con la rete a strascico, non molto diverse da quelle tradizionali, e a un meccanismo di push iniziale che per sua natura può regalare solo risultati di breve-medio periodo.
Ovviamente sto generalizzando: nel senso, di progetti che non vanno in questa direzione ce ne sono eccome. Tuttavia non sono che una minoranza.

Ma la questione non sono i numeri. Il problema vero, semmai, nasce nel momento in cui il soggetto che si apre al Web considerandolo un amplificatore dei propri messaggi, e quindi dei propri obiettivi di comunicazione, si trova di fronte a un “evento scatenante” che pare ostacolarne lo sviluppo. Un consumatore critica la tua Fan Page, un blogger dice peste e corna del tuo servizio post-vendita, un portale fa dell’ironia (per quanto pesante) sui tuoi comportamenti che se ne fregano di tutto sì.. E tu rispondi con atteggiamenti di chiusura. Censuri. Quereli. Fai sparire attraverso abili operazioni di Online Reputation. Fai leva, alla fine, su un potere di tipo economico che normalmente dovrebbe essere altro dalla comunicazione pura e semplice, fatta di mezzi e di messaggi.
Sono tutte facce della stessa medaglia: il voler pensare al Web come a un luogo dove esistono dei soggetti prioritari. Dove le aziende possono inventarsi giochi e contest per blogger (oggi blanditi più che mai dal marketing), fan e internauti, salvo poi dimenticarsi di loro quando questi soggetti non sono più funzionali alle strategie di marketing. Dove i “poteri forti” del Web possono arrogarsi il diritto di chiedere tempo ed energie cognitive agli utenti senza dare nulla in cambio, se non “oliare” quel meccanismo che fa tanto bene alla visibilità di un marchio o veicola processi di acquisto indotti, oggi col 2.0 come trent’anni fa con il gioco dei due fustini.

In questo processo di scambio simbolico, tutto ciò che non è funzionale al raggiungimento di obiettivi spesso non condivisi dalla base (utenti, consumatori, fan eccetera) va emendato. Nel caso specifico, lo scenario che intravedo è questo: una rockstar in pensione che molto probabilmente vuole ritagliarsi un ruolo da opinionista digitale “clippinaro” trova sconveniente che una popolare enciclopedia satirica si prenda gioco di lui partendo da tutti quegli elementi (trasgressione, libertarismo eccetera) che sono parte integrante del suo marchio personale. Vasco Rossi per la prima volta si rende conto che il Web non è un suo concerto, dove in decine di migliaia si assiepano adoranti. Nè un’intervista alla televisione, spesso condotta da giornalisti che non possono per contratto porgli domande scomode o imbarazzanti. Nè un luogo dove ci si può permettere il lusso di sfornare clippini che qualcuno potrebbe considerare confusi, ambigui e incoerenti (se non offensivi), senza incappare nella presa in giro, leggera o pesante che sia.
Scontratosi con la verità dei fatti, il cantante ha scelto una strada che, almeno da un punto di vista comunicativo, è un autogol. Un autogol che, in ogni caso, lo costringerà a ridiscutere la propria immagine pubblica (quale trasgressione? quale libertarismo? quale fregarsene di tutto?). In questo senso, vedo come paradigmatica l’intervista concessa proprio a Red Ronnie, già a suo tempo oggetto di strali pesanti sul Web per le sue note frequentazioni politiche. Non voglio aggiungere altro: ma mi aspetto che nei prossimi mesi venga posta in essere una qualche azione che potrebbe andare sotto il titolo di “rockstar redenta”. Vedremo…

Secondo punto: visto che molti ancora non percepiscono il Web come percorso di condivisione (anche di punti di vista), ma si limitano a considerarlo una delle tante forme di imposizione della propria opinione, mi chiedo quante e quali siano le occasioni in cui noi – operatori del settore – abbiamo fallito in quella che potrebbe essere definita “alfabetizzazione”.
Passi il Blasco nazionale, che il Web lo ha scoperto alla soglia della terza età, ma quante aziende, quanti dipartimenti marketing, quante agenzie, quanti consulenti lavorano (oggi, in questo momento) alla costruzione di campagne sui social che social non sono? Campagne pensate non per co-creare valore aggiunto, ma per “imporre” (anche in modo non necessariamente drastico, intendo..) la propria visione su un determinato argomento, nei confronti di un determinato cluster di utenti.

Alfabetizzazione mancata. E autoformazione mancata, la definirei. Questa è la conseguenza diretta del fatto che molti di noi hanno passato troppo tempo a scervellarsi sul ROI e troppo poco a vivere appieno il Web. E per “vivere appieno il Web” intendo “una fetta consistente di Web”, non la bocciofila che ben conosciamo. Perché se un Vasco Rossi qualsiasi avesse un consulente degno di tal nome, non si sarebbe comportato così. Anzi, già in partenza avrebbe strutturato clippini, comparsate sul Web e quant’altro in modo più sensato e consapevole. Perché è di consapevolezza che stiamo parlando: quella consapevolezza che evidentemente manca a chi ha passato una vita a elogiare comportamenti probabilmente discutibili e poi, appena viene preso in giro anche per questa cosa, si rifugia dietro agli avvocati.

Sia chiaro: non credo di avere la Verità in tasca, né su questi né su altri argomenti. Mi limito a pormi domande che nel mio piccolo giudico buone. Vero è che ne abbiamo di strada da fare. Noi, comunicatori nel paese degli azzeccagarbugli..

Update delle 18.48: Intanto Vasco Rossi ritira la querela e Nonciclopedia riapre. Questo il messaggio degli amministratori del sito.

Cari lettori, Ringraziandovi per il caloroso sostegno, vogliamo innanzitutto chiarire che ci dissociamo dalla violenza con cui il web ha reagito alla nostra decisione di oscurare il sito. Il nostro intento non è mai stato quello di incitare l’utenza contro Vasco, quanto quello di informarla dei fatti avvenuti.
Ci scusiamo se i contenuti della pagina di Vasco Rossi siano sembrati diffamatori, ma non c’è mai stata l’intenzione di offendere il cantante. Aggiungiamo che non abbiamo responsabilità su alcuni stralci della pagina di Vasco Rossi che circolano in rete (e che sono stati diffusi da alcuni TG) poiché non corretti, in quanto non sono mai stati presenti sul nostro sito. Da entrambe le parti c’è una volontà di garantire umorismo di qualità, pertanto non escludiamo la possibilità futura che un giorno su Nonciclopedia tornerà ad esistere un articolo su Vasco Rossi che faccia ridere tutti quanti. Tania Sachs, la portavoce ufficiale del rocker, ha assicurato che ritirerà la querela contro Nonciclopedia.

Commenti (Facebook)

Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
6 commenti
  1. Matteo Bianconi 04/10/2011

    Ottima riflessione, lucida e a tratti pungente.
    Per la questione “alfabetizzazione” non riesco a dare la colpa a noi “esperti del settore”. E’ come dare la colpa del digital divide a una concessionaria di telefonia: si trova di fronte a un mercato difficile, reso ancora più difficile da geografia, burocrazia e molte menti limitate che poggiano il culo su poltrone importanti.
    Alla stessa stregua, gli esperti possono informare e spiegare… ma dall’altra parte poi ci sono molte, forse troppe, teste di vitello che capiscono solo il linguaggio dei soldi. E dall’altra ancora ci sono i furbetti, “colleghi esperti” che hanno imparato a vendere fuffa.
    Insomma, in un paese perfetto non ci sarebbero questo genere di tristi vicende. Ma l’Italia è il paese meno perfetto che conosca…

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  2. Siro 04/10/2011

    Da studioso di marketing non posso che essere d’accordo con te.
    Molto spesso l’errore che le aziende fanno (e nella fattispecie l’azienda è Vasco Rossi) sta nel credere che il web o la pagina nei social network sia una bella vetrina dove si può lasciare in vista solo i commenti più belli.
    Mancata educazione forse, e magari una sottostima del potere del web da parte dei Big (argomento di cui ne ho parlato pure io nel mio blog).

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  3. mousse 04/10/2011

    Ottima analisi della questione, perfettamente condivisibile. Purtroppo non è solo un problema italiano ma generalizzato, il cosiddetto “effetto streisand” non l’abbiamo certo inventato noi. Si tratta di quel fenomeno per cui più si cerca di oscurare una notizia online usando tecniche “tradizionali” o vie legali, più questa viene diffusa con sistemi “alternativi”. Questo è un caso tipico.

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  4. piero.babudro 04/10/2011

    @mousse: no, certo. E’ un problema generale. Io ho voluto affrontare la questione italiana perché ho più materiale sottomano da cui far scaturire il commento.

    @siro: grazie della segnalazione, adesso mi leggo il tuo post 😉

    @matteo: non posso che essere d’accordo con te. Puoi fare tutta l’alfabetizzazione che vuoi, ma vale sempre il detto “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Quindi se dall’altra parte hai un interlocutore che se ne frega, ti attacchi.. Ma la mia domanda è un’altra: siamo sicuri che noi “addetti ai lavori” (parlo come categoria) abbiamo sempre dato il massimo per divulgare, lavorando per tutti e non per il ROI? Sempre sempre? Avremmo potuto fare di più, magari usando eventi, incontri e altre occasioni per spiegare veramente a una platea allargata e non per fare il salottino?? 😉

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