28
Apr

Viaggio verso casa

Il nastro si riavvolge nell’interminabile rito delle valigie. In realtà sono pochi minuti, ma a me paiono sempre ore. Strade, i treni dell’ultimo minuto, un aeroporto troppo piccolo per trattenere gli sguardi. La receptionist che parla troppo veloce, quasi fossimo del posto, senza sapere che in qualche modo già lo siamo. L’albergo che ci manda in un altro albergo. Il quadro nasconde uno specchio in cui ci riflettiamo e, per la prima volta, ci riconosciamo. I turisti in chiassosa processione, mentre il Reno mi ricorda i fiumi della mia vita, le vie d’acqua su cui mi sono ritrovato a raccogliermi e pensare. Il ponte, distrutto e ricostruito, e tutti i ponti costruiti per dirsi vivi.
Il sole fa il giro sopra la città, scrivo appunti da leggere a fatica, stretti tra una grafia nervosa e la forza dei ricordi. La street art, Rudolfplatz sembra un fiume di persone.

Cambia l’inquadratura. Neppure il tempo di disfare la borsa; le targhe dei Tir sfidano il tramonto annunciando il prossimo confine. BIH, SRB, SLO, HR, A, D, TR, BY, LT, EST, LV, BG, RO, H, CZ, SK, MK, AL, PL, UA.
La bora non c’era, ma c’è sempre e un po’ mi manca, perché scuote dal torpore. Il mare, serve dire altro? I vicoli, “simili a caruggi” ma con un Dna che guarda a Est.
A Genova ci siamo andati in novembre e già allora Rilke faceva capolino nei nostri discorsi.

“Tu vieni e vai e le porte si chiudono

più dolcemente, quasi senza vento.
Tra chi va per silenti case


sei il più silente.

Ci si avvezza tanto alla tua presenza

che si resta chini sui libri

quando le immagini si fanno belle

nel blu della tua ombra,

perché risuoni in ogni cosa

a volte forte e a volte piano.”

Le strade che finiscono nel nulla. I confini. Sono nato a 30 metri scarsi dallo sbarramento, in una città millenaria alla quale si devono onori figli di un “trapassato remoto che nessuno sa più coniugare” (cit.). Attorno a noi il paesaggio corre, accelera, cambia, ma nessuno pare notarlo.
Ci si parla, come abbiamo fatto noi, da due stati diversi, mentre il castello resiste a troppa notte.

Tante piccole Venezie. Due lungomari, la loro austera decadenza. Il sole li bacia. Mi baci. L’automobile rossa e il finestrino abbassato, che è già un embrione dello stare “sulla strada”.
Se ricordi, e so che ricordi, ci siamo conosciuti parlando di strade e viaggi. A nemmeno un anno di distanza, viaggiamo assieme.
E il punto più a nord del Mediterraneo? Uno scampolo, poche ore prima del ritorno e dell’autostrada che centellina i chilometri. Il silenzio e le risate. Le chiacchiere e i migliori compagni di viaggio. Il viaggio, di per sé una liturgia. “Che canzone è?”.
Il nastro si riavvolge. Torna Milano e con essa l’assordante normalità della metropoli.  Il prossimo viaggio è molto più di un pensiero, e tu continui a risuonare in ogni cosa.
A volte forte, a volte piano.
“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita.”

 

Commenti (Facebook)

4 commenti
  1. Velia 28/04/2014

    “Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.
    Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai…”

    Rispondi
    • piero.babudro 29/04/2014

      una volta ho letto una frase bellissima, che ci interessa da vicino. “il cane da catena fiuta il mondo fin dove arriva la catena, il randagio fin dove arriva la luna.”

      Rispondi

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