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World Press Freedom Day 2011. E l’Italia?

Come ogni anno, anche oggi – 3 maggio – si celebra la giornata mondiale della libertà di stampa. Una ricorrenza speciale, per chi lavora nell’ambito del giornalismo e dell’informazione, ma soprattutto per tutti coloro che sentono la necessità (e hanno il diritto) di essere informati in modo tempestivo, neutrale, trasparente e non schierato.
Il World Press Freedom Day è stato istituito nel 1993, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a seguito di un memorandum del 1991 approvato durante la ventiseiesima sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO.

Una giornata che serve a informare i cittadini a proposito di violazioni della libertà di stampa: in decine di paesi, infatti, vige ancora la più spietata censura; le testate non allineate con il potere vengono chiuse, i giornalisti e gli editori messi in condizione di “non nuocere”. I più vengono ostracizzati, ma non mancano purtroppo casi di minacce, verbali e fisiche, imprigionamenti e persino omicidi pilotati.

Il World Press Freedom Day serve anche come monito per i governi, affinché rispettino la libertà di stampa, e per i professionisti del settore, affinché si impegnino ancor di più per tutelare il diritto a informare e a essere informati, ma anche le norme deontologiche che sono alla base del lavoro di giornalista.

Secondo la classifica mondiale stilata da Freedom House l’Italia è un paese classificato come “parzialmente libero”.

Nel 2010 lo studio Freedom of the Press assegnava al nostro paese la 72esima posizione, in compagnia di Bening, Hong Kong, India.

Lo studio relativo a quest’anno, pubblicato ieri sul sito dell’organizzazione, rivela che il nostro paese in dodici mesi ha perso tre posizioni. Ora siamo 75esimi, in compagnia della Namibia. I paesi cui facevamo compagnia lo scorso anno si sono comportati in modo altalenante.

Il Benin è rimasto al 72esimo posto; Hong Kong è migliorata, finendo in 70esima posizione; l’India ha perso terreno e ora è 77esima.

Per quanto riguarda la classifica europea, l’Italia è penultima, seguita a breve distanza dalla Turchia. Assieme agli amici turchi siamo gli unici due paesi dell’Europa considerati “partly free”.

Ma andiamo avanti. Partendo dalla premessa che meno punti si ottengono più il paese è “libero”: nel nostro girone (Western Europe) l’Italia ha ottenuto 34 punti; l’Ungheria è a quota 30 nel suo. Il che vuol dire che il piazzamento degli ungheresi è leggermente migliore del nostro, fermo restando che apparteniamo a due aree geografiche diverse. Sto parlando di questa Ungheria, che Amisnet descrive senza tanti fronzoli in un post che vi consiglio di leggere per intero:

“Al di là dei singoli provvedimenti legislativi, l’Ungheria è da più parti considerata paese a rischio di svolta autoritaria. Ne è un valido esempio il fatto che la costituzione che aveva fatto dell’ ungheria una repubblica parlamentare all’indomani del crollo del patto di Varsavia sia durata poco più di 20 anni. Il 19 aprile infatti il parlamento di Budapest, con 262 voti a favore e 44 contrari, ha adottato una nuova carta costituzionale in sostituzione di quella del 1990”.

Parlando invece della Legge sulla stampa in vigore dal 1 gennaio 2011 in Ungheria, seppure con qualche modifica, ricordo un interessante post di Libertà di Stampa Diritto all’Informazione, dove tra le altre cose si dice:

“la legge sui media è entrata in vigore il 1 gennaio 2011, sollevando proteste sulla scena europea già dalla sua approvazione, a dicembre 2010. La Commissione europea ha scritto al governo magiaro, che ha negato ogni violazione della libertà di espressione, ma le polemiche non si sono placate. Alla fine Budapest ha deciso di emendare la nuova e corposa legge, sperando con questo di aver chiuso il capitolo.
Dopo le modifiche annunciate l’8 marzo sono tuttavia rimasti in vigore alcuni dei punti contestati in precedenza, tra cui la facoltà per il garante unico dei media di multare giornali, radio e televisioni con motivazioni che restano molto vaghe, per non dire arbitrarie.
L’intero sistema dei media, quindi, resta sottoposto ad un corpo di autorità di controllo politicamente omogenee, in altre parole “di parte”, con il vertice eletto dal governo stesso.
Tanto che Reporters sans frontières aveva sottolineato* che si trattava in fondo di semplici ‘’ritocchi cosmetici’’, che non avevano modificato la sostanza della legge. E la Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ) ha lanciato una petizione contro la legge , chiedendo una revisione costituzionale della legislazione in materia, la partecipazione di rappresentanze dei lavoratori dei media magiari al processo di revisione della legge, la garanzia di libertà per l’Authority e il rispetto del principio della segretezza delle fonti (che secondo la nuova legge i giornalisti sono obbligati a fornire)”.

Tornando all’Italia, un altro studio di Freedom House: Freedom of the Net, pubblicato lo scorso mese, dettaglia la nostra posizione quanto a ostacoli all’accesso alla Rete, limitazioni sui contenuti pubblicabili, struttura dei media, rapporto tra Internet e potere, eventuali violazioni dei diritti degli utenti. Preferisco non citarne delle parti,consigliandone ovviamente la lettura integrale.

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Piero Babudro
Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Il mio libro "Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole" illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale
2 commenti
  1. samot 03/05/2011

    Grande, un post.

    Oramai il giornalismo italiano è annichilito, e la cosa peggiore è che sono gli stessi giornalisti a operare sempre più spesso l’autocensura (ne parlo con cognizione di causa).
    Purtroppo la tendenza in atto è quella che il resto del mondo assomigli sempre più a noi e non viceversa. Dico questo perché sempre più vedo giornalisti sottopagati, redazioni massacrate e stagisti dell’on-line che non vedranno mai il becco di un quatrino per il loro lavoro. MA se il lavoro nobilita l’uomo, lavorare gratis distrugge le speranze e le ambizioni, per questo il giornalismo italiano, ma anche internazionale, sarà demandato a twitteratori anonimi e gratuito, la cui verificabilità delle informazioni date sarà giocoforza solo la loro popolarità (il grado di retwteet). I giornalisti commenteranno i tweet e diventeranno dei blogger opinionisti come tanti, non necessari (almeno a pagamento).
    Vabbé, sono stato un po’ pessimista, magari invece sbaglio tutto e il giornalismo tornerà ad essere il 4° potere.

    Nel frattempo ti ringrazio per queste notizie, che però hai comunque dovuto scrivere gratuitamente, impegnando non poco del tuo valore professionale e del tuo tempo per trovare e citare fonti…

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  2. piero.babudro 03/05/2011

    “La cosa peggiore è che sono gli stessi giornalisti a operare sempre più spesso l’autocensura”.

    Non posso che confermare quanto dici, purtroppo. Tra redattori che sono cresciuti professionalmente seguendo la camorra negli anni ’80 e poi sono dovuti emigrare al nord e dedicarsi ad argomenti leggeri, collaboratori esterni che evitano argomenti scomodi perché non hanno contratto o il loro editore deve loro mesi di arretrati, giornalisti che stanno zitti e quieti aspettando il prossimo rinnovo di contratto, ne ho viste di ogni tipo.. E come me chiunque abbia avuto a che fare con una redazione per il minimo tempo necessario per capire come funziona.

    E’una situazione difficile, però tendo a sperare in un cambiamento. Ne abbiamo tutti bisogno.

    Grazie a te, ciao.

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