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Giornalismo digitale: intervista a Mariagrazia Villa

C’è chi dice no. No a un giornalismo digitale privo di spessore etico. No a un ecosistema della comunicazione fatto di blogger, esperti di social media marketing o web content manager che lavorano per produrre profitti, risultati e ROI ignorando che la Rete può diventare strumento di sviluppo personale ed esercizio delle virtù morali. Di ciò che, in ultima analisi, ci rende unici, univoci e per questo più veri e tridimensionali.   

A metterci in guardia contro i rischi di un mondo fatto di agenti Smith del giornalismo web interviene Mariagrazia Villa, autrice de “Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico” (in fondo al post trovi i link ai principali store online). Si tratta del primo libro di questo tipo: un manuale in grado di parlare di comunicazione online ed etica personale e professionale in modo pratico. Pensato per giornalisti e professionisti della comunicazione, il libro parla in controluce a tutti coloro che vivono il Web, anche solo come passione personale. L’obiettivo è molto chiaro: dato che il giornalista digitale possiede, almeno in potenza, 27 virtù, il suo compito principale è custodirle, coltivarle, permettere loro di manifestarsi.

giornalista-digitale-400x526 Giornalismo digitale: intervista a Mariagrazia Villa

A guidare in questo percorso di riscoperta – non agevole se vogliamo, ma meno arduo del previsto – ci pensa l’autrice, che mette a disposizione la sua lunga esperienza professionale e la sua sensibilità personale. Mariagrazia Villa è infatti giornalista, copywriter e docente universitaria di Etica della comunicazione. Giornalista culturale per più di vent’anni presso la Gazzetta di Parma e altri giornali locali e nazionali, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla in qualità di copywriter e foodwriter. Oggi insegna Etica e deontologia ed Etica e media nei corsi triennali e magistrali dell’università IUSVE di Venezia, oltre a condurre laboratori di Food Writing presso lo stesso IUSVE e l’Università di Parma.

Una prima lettura del suo libro, appena pubblicato da Dario Flaccovio Editore e una bella chiacchierata in occasione della fiera “Tempo di libri” a Milano hanno dato il là a un’intervista su giornalismo digitale, comunicazione ed etica.

Mariagrazia, il giornalismo è un ambito decisamente particolare. Parla tanto di etica professionale, ma lo fa quasi sempre in termini di deontologia e regolamenti calati dall’alto. L’Etica, al contrario, è una dimensione decisamente più interiore e riferita al singolo professionista. Tu che ne pensi? C’è una contraddizione di fondo? Come superarla?

C’è una scelta di comodo: è molto più confortevole accodarsi a un codice deontologico che fare la fatica di cercare un’etica personale. La riflessione che individua i principi di un buon agire comunicativo, e ne motiva all’assunzione, viene prima della deontologia professionale. Quest’ultima, infatti, indica soltanto le norme di comportamento che dovrebbero essere seguite nella professione e le sanzioni previste per chi le trasgredisce. Avendo il limite di fornire risposte prescrittive, non è assolutamente in grado di dare una soluzione adeguata ai problemi morali, che riguardano la libertà e la responsabilità di ciascuno. Nell’armadio della comunicazione, la deontologia professionale è un abito da lavoro, mentre l’etica è la biancheria intima. Ci sono tanti giornalisti che girano in completo blu, ma senza mutande. È più semplice provare a non violare una norma che ascoltare la propria coscienza. Anche perché non è detto che un comportamento deontologicamente corretto sia per una persona moralmente accettabile. Occorre, allora, rileggere i codici alla luce di noi stessi, scegliere come applicarli e risponderne a partire dal proprio alfabeto etico. A costo di essere laceranti, scardinanti, eversivi.

Il tuo libro mi ha fatto venire in mente Ryszard Kapuściński, che scriveva: “Il cinico non è adatto a questo mestiere”. Lo “stinco di santo” di cui parli nel tuo libro lo è? Perché?

In effetti, tra il mio “stinco di santo” e il giornalista di Kapuściński ci sono tanti punti in comune. Se si concepisce in modo serio il giornalismo, è necessario non cadere nella trappola del cinismo che, col tempo, rischia di diventare un’odiosa corazza per chi svolge questo mestiere. A furia di raccontare il mondo, si tende a considerare con indifferenza ogni fatto e a liquidarlo senza la dovuta attenzione morale. In parte, è un meccanismo di autodifesa perché l’empatia può essere un’iperbole di sofferenza; in parte, è l’effetto collaterale della sicurezza raggiunta nel mestiere, per cui l’umanità che ogni fatto sottende presuppone una messa in gioco che non si ha più voglia di correre. Il mio stinco di santo, invece, attraverso il riconoscimento e l’allenamento di 27 virtù etiche, prova a praticare un altro tipo di cinismo, quello di Antistene, di Diogene di Sinope o di Diogene Laerzio. Cerca di essere indifferente ai bisogni egoistici, così come alle convenzioni sociali, per comportarsi in modo moralmente qualificato secondo la propria libertà interiore.

Il giornalismo ha perso buona parte del ruolo sociale che un tempo la collettività gli accordava. Da un lato c’è un evidente scollamento tra i mass media e la loro capacità di raccontare in modo fedele il mondo. Dall’altro i nuovi canali di comunicazione, dal blog in poi, lungi dal dimostrarsi capaci di una maggiore trasparenza e orizzontalità, hanno riproposto in toto determinate dinamiche di “distrazione di massa”. Che ne pensi? Come è possibile superare questi due limiti?

Con buona pace di McLuhan, non credo che il medium sia il messaggio, ma che il comunicatore sia il messaggio. Non è il mezzo tecnologico che, al di là dei contenuti, determina le caratteristiche della comunicazione e ha effetti pervasivi sulla società e sull’immaginario collettivo, ma chi comunica. Per questo motivo, non sono i nuovi canali di comunicazione a confezionare un determinato tipo di messaggio fuorviante o disfunzionale, ma le persone che li utilizzano in modo doppiamente sleale, sia rispetto alla loro reale natura di esseri umani sia rispetto alla reale natura dei nuovi media che promettono trasparenza e orizzontalità. Si può superare lo scollamento tra mass-media e pubblico e la deriva comunicativa del web, solo partendo dal nostro naufragio. Bisogna dotarsi di dispositivi del sé per conoscersi meglio, nelle luci e soprattutto nelle ombre, per migliorarsi continuamente, evolvendo verso una prospettiva più appagante, che è sempre quella del bene comune. Sono aristotelica: è solo perseguendo il bene di tutti, e la Rete lo consentirebbe, che possiamo essere felici e onorare il nostro daimon.

In che modo la Rete può permettere a giornalisti digitali, blogger e social media manager di esercitare, coltivare e accrescere virtù morali? E qual è l’obiettivo finale?

La Rete permette di sviluppare virtù morali per sua stessa costituzione. A cominciare dal concetto stesso di rete: un insieme di nodi interconnessi per lo scambio di dati, messaggi, informazioni, pensieri, idee, sentimenti o emozioni tra le persone. È in questo “inter”, in questo porsi “tra”, che la Rete è potenzialmente etica. L’interconnessione e l’interattività che consente ci danno modo di condividere contenuti che, prima di Internet, avrebbero impiegato molto più tempo e superato molte più difficoltà per potersi diffondere. La Rete, però, per essere una miniera etica, non deve essere utilizzata in modo strategico, ma comunicativo. Chi ha una strategia cerca di imporre la propria visione del mondo, chi comunica riconosce le ragioni degli altri e si sforza di trovare una verità condivisa. L’obiettivo finale è il “dialogo vero” di Franz Rosenzweig: se siamo disposti ad ascoltare l’altro, si compie una verità tra noi. Una verità che sta in mezzo agli interlocutori che hanno contribuito a crearla. Se questa intervista sarà autentica, sarà perché noi due – tu con le tue domande, io con le mie risposte – ne avremo costruito la verità.

Cosa vuol dire essere un giornalista digitale? Cosa significa produrre informazioni in un mondo in cui mass media, comunicazione digitale e giornalismo sono così profondamente intrecciati da confondersi?

Il compito del giornalista, in ambito digitale tanto quanto “analogico”, è profondamente cambiato dopo la digital disruption. Non è più quello di dare le notizie, perché queste vengono date al di là della sua partecipazione. Spesso arrivano da non giornalisti, come i cittadini che utilizzano piattaforme di blogging o strumenti come i social media per comunicare un evento o un fenomeno. Il ruolo del giornalista, tuttavia, non mi pare cambiato: era e rimane quello di un costruttore di senso, che seleziona all’interno del flusso informativo le notizie e le racconta a beneficio dei cittadini, interpretandole nel rispetto dell’etica e naturalmente della deontologia. La sfida è riuscire a cavalcare la complessità della sfera dell’informazione, fornendo un contributo professionale di valore: compiere analisi attente e puntuali dei fatti, fare sintesi efficaci e competenti, sviluppare approfondimenti originali da diversi punti di vista, aprirsi al confronto con i fruitori della notizia. Insomma, se prima eravamo i guardiani del faro, adesso siamo in mare, durante la tempesta.

Sulla base della tua esperienza professionale, anche nel ruolo di docente universitario, quali consigli ti senti di dare agli aspiranti giornalisti digitali e non?

Chi comunica in modo etico – giornalisti, ma anche blogger, social media manager, web content editor eccetera – è un supporto fondamentale della democrazia: consente ai cittadini di comprendere meglio il mondo, fornendo loro delle chiavi d’accesso, impone la necessità di un dibattito sulle questioni cardine dell’attualità, limita i vari poteri forti, oggi sempre più invisibili, tutela i diritti delle persone, garantisce la trasparenza delle istituzioni, preserva un’etica pubblica. L’importante è non diffondere una “conoscenza inutile”, per citare il titolo del celebre saggio di Jean-François Revel. Ossia una conoscenza che porta chi comunica, non a svelare la realtà e a raccontarla nel modo più fedele possibile, bensì a giustificarla alla luce delle proprie opinioni, dunque a nasconderla. Una conoscenza così non serve, perché alimenta la prima delle forze che governano il mondo: la menzogna. E porta a una disinformazione più o meno cosciente, all’affermazione di pregiudizi anche gravi, all’applicazione di ideologie attentatrici alla libertà di pensiero.

Una curiosità: esiste un legame tra scrittura creativa e dimensione etica? Se sì, come potersi esercitare sull’una coltivando l’altra?

Al momento, la scrittura creativetica, ossia creativa ed etica al contempo, è ancora un presagio, non un paesaggio, ma credo che in futuro guadagnerà sempre più spazio e tempo. La creatività non può prescindere dall’etica, dunque dall’empatia e dal rispetto degli altri. L’etica, per contro, non può prescindere dalla creatività, dunque dalla capacità di porre al mondo delle domande aperte e di seguire degli schemi di pensiero originali. Come esercitare l’una, coltivando l’altra? Cercando di scrivere, non per celebrare un porto in cui sentirsi al sicuro, ma per inoltrarsi in acque in cui forse potremmo perderci o addirittura perire. La scrittura etica è un esercizio per spalancarsi al nuovo, per attribuire un significato a cose, persone e situazioni, per scoprire un altro “io” e un altro “noi” che non avevamo conosciuto né previsto né forse sognato. È il tema, antico e sempre attuale, del viaggio interiore. Lo stesso che compie la scrittura creativa.

Nel libro elenchi 27 virtù. Qual è la più forte di tutte e perché?

Tutte le 27 virtù che ho elencato nel libro permettono d’intendere la comunicazione, giornalistica e non, come la possibilità di costruire uno spazio comune di relazione tra noi e gli altri, nella direzione di un’intesa e non di un fraintendimento, di un’unione e non di una separazione. Ciascuna è importante, dunque, perché allarga la luce dell’alba di un nuovo modo di comunicare: più sensibile, sinfonico e sorridente. Difficile stabilire quale sia la più rilevante: sono inspiri ed espiri dello stesso respirante. Posso, però, dirti che amo molto il discernimento. Riuscire a distinguere una cosa dall’altra, soprattutto in un momento storico in cui si pensa ancora ad accumulare e non ci s’impegna in una ricerca spirituale, ci permette di comprendere con chiarezza chi siamo e dove vogliamo andare. Un atto etico per eccellenza, perché nutre la nostra anima. E la Rete ci consente di esercitare questa virtù per contrasto, più che per affinità: quale migliore opportunità delle mille strade del web, infatti, per imparare il discernimento?

Ne esiste anche una ventottesima? Qual è?

Che buffo: non saprò mai perché alla mia coscienza, che è sempre dirimpettaia dell’incoscienza, ne siano affiorate proprio 27. In ogni modo, non mi sottraggo al gioco… Per me la ventottesima virtù è la gioia. È etica perché, coincidendo con la vera natura della nostra anima, espande la coscienza e ci rende più ricettivi alla nostra meta esistenziale e agli altri. Nel giornalismo, così come nella comunicazione tout court, la gioia ci permetterebbe di raccontare il mondo, entusiasmando chi ci ascolta. Anche etimologicamente, chi è entusiasta (en, dentro; thèos, dio) ha in circolo la divinità e la sprizza ovunque. La Rete, a sua volta, potrebbe amplificare la gioia perché il poterla condividere la moltiplica all’infinito, spingendoci a comunicare con più ottimismo e volontà d’azione. Grazie alla gioia, infatti, le parole riuscirebbero ad avere l’energia e l’audacia per sgusciare fuori dallo schermo e promuovere così il cambiamento. Un caso di realtà aumentata: sarebbero pietre per il progetto da cui sorge la nostra vita.

“Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico” è disponibile su Amazon.it, IBS.it o Feltrinelli.it. Questa invece è la scheda del volume sul sito Webintesta.it.

Piero-Babudro-SegnaleZero-Com-Scrittura-Creativa-Digitale Giornalismo digitale: intervista a Mariagrazia Villa

Consulente per la comunicazione digitale. Mi occupo di Content Strategy, Content Marketing e Storytelling. Aiuto i miei clienti a progettare narrazioni e contenuti digitali che funzionano e portano risultati misurabili. Il mio approccio è media neutral: utilizzo indifferentemente testi, immagini e video per creare valore tangibile. Organizzo corsi di formazione in azienda, insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Ho condensato parte del mio metodo di lavoro nel volume “Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole” (Flaccovio, 2016), con l’obiettivo di aiutarti a produrre contenuti di livello eccezionale.

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