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Jaron Lanier e la critica ragionata al Web 2.0

Autore: |lunedì, 2 maggio, 2011|Media Informazione Società|

A mesi di distanza dalla prima lettura veloce, che feci in vista di una recensione sul mensile Adv, “Tu non sei un gadget” di Jaron Lanier appare ancora più stimolante. E questo forse perché, potere di Internet, i veloci cambiamenti cui la Rete ci ha abituato mi consentono un ragionamento più articolato e completo di quello che ho fatto a suo tempo, complici i tempi redazionali.
Da qui l’idea di uno spin-off di quell’articolo.
In sintesi, “Tu non sei un gadget” è un libro che va letto, sebbene sia criticabile in alcuni punti.

Ho apprezzato molto l’esposizione del concetto di crisi di identità, un lock-in applicato stavolta non ai software ma agli esseri umani, ricordando sempre (e con molta onestà intellettuale) che in questa progressiva riduzione dell’identità umana a relazioni digitali i social network hanno un ruolo non secondario.

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Lanier parla inoltre di dinamiche tribali, alludendo all’ascesa di un’intelligencija digitale autodefinitasi come tale e autoaccreditatasi portavoce di Internet (corsivo mio), campando su improbabili relazioni telematiche e perciò liquide e sfuggenti.

C’é poi una riflessione molto profonda, a tratti inquietante, che mette sullo stesso piano l’ascesa del Web 2.0 e il declino della classe media. E dei suoi naturali portavoce: molto interessante quindi leggere di altre coincidenze, come l’affermarsi della blogosfera quale soggetto collettivo, la crisi dell’informazione tradizionale, e l’avvento di demagogie di varia natura, presidenza di Bush Junior in primis. Che il Web, almeno il Web così come lo si pensa oggi, sia terreno fertile per nuove forme di populismo? Lanier non sembra negare questa ipotesi, anzi mi pare suggerirla in più punti.

Populismo è anche sostenere l’illusione del “tutto free”, che di fatto sta uccidendo diverse filiere, in nome di una (giusta) disintermediazione che però alla lunga non riesce a fare troppe differenze tra “buoni” e “cattivi”. Ok, dire che le major discografiche hanno lucrato per una vita è un conto. Inventare nuove forme di auto-organizzazione e sostentamento per i musicisti, insomma nuovi modelli di business, è corollario della prima affermazione. Ma di fatto, ricorda l’autore, non sono molti i gruppi che si possono permettere di vivere di download digitali come i Radiohead. E questo mentre il file sharing, visto da molti come diritto inalienabile, sta progressivamente compromettendo la possibilità di sopravvivere di altri musicisti, che non sono i Radiohead, ma non per questo hanno meno diritto di esprimersi e campare dignitosamente grazie alla propria musica.

Si sta buttando via il bambino con l’acqua sporca, suggerisce Lanier, e io mi trovo d’accordo con lui.

La rivoluzione del Web 2.0, da antropologica/tecnologica/social, é diventata faccenda di marketing. Ed è forte la sensazione che il business, ogni volta che mette le mani su un pezzo di Rete, invece di aprirla in nome della condivisione e della partecipazione la stia chiudendo.

Quello che mi sento di criticare negativamente è la tendenza di Lanier a mandare messaggi in codice. Molte parti del libro sono scritte come se fossero messaggi cifrati contro qualcuno. Una sorta di pamphlet polemico contro un destinatario che non ci è dato sapere. Questo rende il libro molto meno accessibile, e molto meno forte.

Resta tuttavia una lettura obbligata per tutti quelli che, in un modo o nell’altro, per lavoro o per passione, come me vivono il Web in modo intensivo e lo considerano la più grande rivoluzione da un paio di migliaia di anni a questa parte.

Piero-Babudro-SegnaleZero-Com-Scrittura-Creativa-Digitale Jaron Lanier e la critica ragionata al Web 2.0

Consulente per la comunicazione digitale. Mi occupo di Content Strategy, Content Marketing e Storytelling. Aiuto i miei clienti a progettare narrazioni e contenuti digitali che funzionano e portano risultati misurabili. Il mio approccio è media neutral: utilizzo indifferentemente testi, immagini e video per creare valore tangibile. Organizzo corsi di formazione in azienda, insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Ho condensato parte del mio metodo di lavoro nel volume “Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole” (Flaccovio, 2016), con l’obiettivo di aiutarti a produrre contenuti di livello eccezionale.

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