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Report, Facebook e gli opposti estremismi


Riguardando la puntata di Report di ieri sera, e rileggendo alcune delle reazioni da questa provocate, non posso non nutrire i miei seri, sani dubbi. Sì perché a una trasmissione superficiale, e in molti punti partigiana, alcuni hanno risposto con considerazioni che, pur volendo loro attribuire tutta la buona fede del caso, non aiutano certo il confronto tra nuovi e vecchi media, né la crescita dialettica e culturale di questo paese.

Ma andiamo con ordine: la trasmissione condotta da Milena Gabanelli compie un unico ma grossolano errore. Voler dire troppe cose tutte assieme, toccando temi tra loro disgiunti, e che in realtà avrebbero meritato altri tempi (televisivi) e altri spazi. Ne viene fuori un mix di aneddoti e prese di posizione, a cavallo tra problemi di privacy, imperizia degli utenti, business, pubblicità contestuale, phishing e altre diavolerie.
Il tutto ornato da una tesi strisciante e pericolosa: che fare soldi sul Web sia sconveniente o quantomeno “sospetto”, tra l’altro come se si scoprisse oggi che Zuckerberg e Page sono uomini d’affari prima che “internettari”.

Sulla base di queste premesse, la trasmissione non si é certo sviluppata lungo il giusto binario, costruendo il proprio discorso su quel clima da “forca caudina permanente” che peraltro la caratterizza in ogni servizio. Disclaimer: a me Report piace molto, ma non posso fare a meno di guardarla con occhio accademico e professionale, oltre che in qualità di semplice telespettatore. Fateci caso, il suo capolavoro narrativo – al netto dei contenuti, che possono essere ritenuti interessanti o meno – è proprio il saper creare ad arte un ambiguo e militante alone di sospetto attorno ai fatti raccontati. Il che, va detto per dovere di precisione, la avvicina a buona parte dei prodotti televisivi italiani di approfondimento.
In generale, la trasmissione di ieri (che potete trovare a questo link) ha confermato quanto andava scrivendo anni fa un mio ex-collega de Il Riformista, il quale ebbe modo di coniare per la Gabanelli l’insuperata definizione di “pitbull a comando”.

Detto tutto questo, rifiuto categoricamente il livore di alcuni blog che ho letto oggi, dove si minaccia velatamente il programma Report di stare attento alla propria reputazione online, oppure gli si nega ogni credito precedentemente accordato. C’è addirittura chi ha accusato la Gabanelli di “terrorismo informatico”, o ne ha approfittato per le solite tirate sui giornalisti. Ma scherziamo?

Non si combatte la superficialità e la grossolaneria con altra superficialità e grossolaneria. E non sarà certo un confronto manicheo tra una redazione che, pur bravissima, ha peccato di superficialità e grossolaneria, e una moltitudine 2.0 chiusa alle critiche che provengono dall’esterno a far maturare il dibatito sulle nuove tecnologie e la Rete nel nostro paese. Piuttosto, sarebbe stato opportuno un atteggiamento più aperto, tipico di chi si dice e ritiene “evangelist” dei new media.

Report, ieri sera, ha toccato due punti importantissimi, e questo va sottolineato chiaramente.
Il primo è la gestione dei dati degli utenti registrati, tema finora trattato pochissimo, fermo restando che non credo oggi nessuno dei “guru” del web sia in grado di mettere la mano sul fuoco e rassicurarci rispetto alle policy di gestione dei vari social network.
Il secondo non è tanto il business del web in quanto tale, ma la progressiva sovrapposizione tra socialità, aspetti individuali della personalità e business delle multinazionali. Questo potrà non andare giù a molti tra di noi, che viviamo la Rete quotidianamente, per lavoro o per diletto: ad ogni modo è un tema d’attualità.
Ne riparleremo tra una decina d’anni, o forse meno. Quando questo processo sarà concluso e gran parte della vita personale degli individui, dell’impegno civico e di parte dell’attuale Welfare State sarà stata mutuata dal business, fino al momento in cui non sarà possibile capire dove finisce l’uno e dove iniziano gli altri.

Nota bene finale: ricordiamo inoltre che Report non deve parlare solo a noi, che la Rete la conosciamo benissimo. Report deve adeguare il suo linguaggio a un pubblico più vasto e generalista. Quindi, quello che per noi è pane quotidiano, per altri è novità. Questo la dice lunga sulla lungimiranza e la capacità di rapportarsi all’esterno di molti tra gli addetti ai lavori del Web. Poi dice che ci si parla addosso…

giornalismo, informazione, social media

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