La scrittura come arte terapeutica


La scrittura terapeutica, se affrontata con in modo consapevole, ci permette di prenderci cura di noi stessi, capirci meglio, crescere e superare le difficoltà.

 

La scrittura terapeutica rappresenta l’intersezione tra scrittura creativa, sviluppo personale, ricerca di un nuovo equilibrio, benessere

Già, in quanto facilitatore e operatore di scrittura terapeutica posso tranquillamente dire che la scrittura è un ottimo mezzo per raggiungere quella che possiamo chiamare “centratura”, una fase ben specifica dell’equilibrio tra mente, percezione e cuore. Questo concetto è il cuore di Pensa.Scrivi.Diventa®., il corso di scrittura creativa che tengo dal 2019 per tutti coloro che vogliono imparare a scrivere per crescere professionalmente e da un punto di vista personale: ma, al contempo, è anche uno dei punti cardine del mio laboratorio online di scrittura.

Ho sempre pensato che ognuno di noi debba trovare la propria strada personale all’uso della scrittura come terapia personale. La parola scritta serve come mezzo per mettere a nudo le proprie emozioni, guardarle, accettarle, capirle, crescere. Quindi, indirettamente crea benessere e favorisce l’equilibrio mentale. 

Se li si sta a sentire, sembra che solo un certo tipo scrittura faccia bene alla mente e alla salute, quando invece tutta la scrittura, per sua natura, è un modo per collegarsi al proprio centro e sviscerare emozioni altrimenti destinate a rimanere sopite, incomprese, e quindi alla lunga destinate a farci male. Ecco, questo continuo spaccio di promesse confusionarie ha un impatto concreto sulle persone e sulle loro emozioni. Per questo motivo, decido di fare chiarezza e scrivere un approfondimento sul rapporto tra scrittura e arteterapia. Che poi è un rapporto tra la scrittura e se stessa, in quanto arte terapeutica umile, utilizzata da tempo immemore da tutti noi per tornare in connessione con le nostre emozioni.   

È chiaro che scrivere fa bene alla mente e all’anima, non lo sto negando. Anzi, spesso sostengo che la scrittura è una forma di meditazione. Lo è in particolar modo scrivere a mano, vero toccasana per la mente e il corpo. Però vorrei dire che non esiste una scrittura terapeutica e una non terapeutica: chiudersi in un centro di meditazione in India non sposterà di una virgola la capacità di una persona di guardarsi dentro e scoprire, grazie alla scrittura creativa, le proprie emozioni represse. 

Andiamo con ordine e vediamo subito cos’è la scrittura terapeutica e in che modo ci può aiutare. 

Definizione di scrittura terapeutica: utilizzare la scrittura creativa per conoscersi meglio, capire, crescere e superare le piccole e grandi sfide della vita.

Cos’è la scrittura terapeutica e perché scrivere può fare bene

Scrittura terapeutica è la traduzione, forse non precisissima, di writing therapy. Un concetto che indica l’utilizzo della scrittura come arteterapia. In particolare, si parla di scrittura espressiva, atto di scrittura che permette di esplicitare traumi o disagi esistenziali e guardarli in modo nuovo, non dico con distacco ma con una certa obiettività. Né più né meno (ma non lo dico per sminuire nulla) di quanto possono fare la costante pratica della meditazione o della Mindfulness.

L’ambito della scrittura terapeutica è molto ampio, psicologia e counseling in primis. Non mancano esperienze di scrittura creativa nelle carceri o in altre strutture in cui il disagio delle persone è palpabile. Di solito – parlo per esperienza diretta, ricordando lo spettacolo “Nuvole Spray”, spettacolo di teatro in carcere che mi ha commosso come poche volte in vita mia  – queste esperienze risultano tra le più efficaci proprio perché libere da condizionamenti e teorie riguardanti la mente delle persone e l’Ego. In alcune scuole o università, invece, la scrittura espressiva viene utilizzata per aiutare gli studenti a capire cosa li blocca e, di conseguenza, iniziare a scrivere esprimendo il proprio potenziale al massimo delle possibilità.

Esistono diversi tipi di scrittura terapeutica e di terapia narrativa associata allo storytelling, che esaminerò più avanti in questo post: per capire di cosa stiamo parlando devo partire dall’inizio. Cioè da James W. Pennebaker.  

Scrittura terapeutica e scrittura espressiva: la teoria di James W. Pennebaker

Si inizia a parlare di scrittura espressiva alla fine degli anni ’80, grazie agli studi di James W. Pennebaker, psicologo americano i cui studi si sono concentrati sul rapporto tra utilizzo del linguaggio, salute psichica e rapporti sociali. Il cuore della teoria di Pennebaker è che:

le parole che utilizziamo ogni giorno sono lo specchio dei processi mentali, sociali e relazionali che ci governano.

Per questo motivo, dimostrato questo legame, è possibile lavorare in direzione contraria: utilizzare la scrittura come mezzo per far emergere ciò che non si è palesato alla coscienza e affrontarlo. In buona sostanza, un percorso di crescita personale che utilizza la scrittura come mezzo espressivo e di guarigione.

Gli studi di Pennebaker sulla scrittura espressiva si sono rivelati molto importanti, perché hanno reso evidente il rapporto tra le parole che utilizziamo per descrivere il nostro mondo (esteriore e interiore) e il nostro stato psicologico o emotivo. Ad esempio, nei primi studi sul potere terapeutico della scrittura si chiedeva ai partecipanti di mettere per iscritto un evento passato che aveva creato in loro un certo disagio, se non un vero e propria trauma, oppure di descrivere le emozioni associate a una determinata situazione, sia essa neutra oppure che li vedeva coinvolti emotivamente.    

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Vista così, la cosa è estremamente semplice. Fin troppo. Infatti, sebbene l’enorme pregio del lavoro di Pennebaker sia stato esplicitare la connessione tra l’attività di scrittura e l’esplorazione delle proprie emozioni, l’intensità di questo legame e soprattutto la capacità del counselor o dello psicologo di intervenire su quanto la scrittura terapeutica fa emergere sono tutte da dimostrare.

Alcune ricerche più recenti sul rapporto tra scrittura e psicologia hanno confermato i benefici psicologici e fisici derivanti dall’attività di scrittura creativa. Tuttavia, non sono mancati dei distinguo. Vediamoli in sintesi:

Principali critiche all’idea di scrittura espressiva di Pennebaker

Il beneficio psicologico ed emotivo non deriverebbe esclusivamente dalla scrittura creativa, ma dalla situazione che si viene a creare all’interno del gruppo di lavoro. In altre parole, non sarebbe la scrittura a curare, ma l’empatia che sorge spontanea tra i partecipanti.    

La scrittura fa la differenza, questo è certo. Ma l’intensità e l’efficacia dell’azione dipendono dalle dimensioni del gruppo di lavoro e, soprattutto, dal tipo di attività di scrittura che viene proposto . Si è visto che alcuni contenuti sono più efficaci di altri, anche se nessuno ha saputo spiegare il perché.      

Scrivere può aiutare chi soffre di ansia o attacchi di panico, perché permette di mettere ordine in mezzo ai pensieri ansiogeni e guardarli con maggiore distacco. Tuttavia, il livello di efficacia dell’azione di scrittura creativa dipende anche da fattori esterni. Non tutti i partecipanti ai gruppi di lavoro ottengono lo stesso livello di beneficio, questo va detto chiaramente, altrimenti continuiamo a spacciare false promesse. Questo ci porta a pensare, come dicevo prima, che la scrittura non è terapeutica di per sé, ma può aiutare corpo, mente e anima se in combinazione con altre forme di sostegno, qualora necessarie.

Alcuni esperimenti condotti su gruppi di lavoro composti da studenti universitari hanno dimostrato che la scrittura può aiutare a tirar fuori traumi del passato o emozioni che creano disagio psicologico o relazionale. E fin qui, tutto ok. Tuttavia, questo non vuol dire stare automaticamente meglio.

Anzi, il problema sorge quando bisogna affrontare le paure che si sono manifestate. Abbiamo tutti gli stessi strumenti cognitivi per farlo? Chi può dirlo a priori? Motivo per cui molti studenti, quando hanno esaminato particolari stati d’animo o emozioni represse nell’inconscio, in un primo periodo hanno provato malesseri di vario tipo. Da leggeri stati d’ansia in su.

In sostanza, la scrittura è un ottimo metodo per scavare dentro noi stessi. Se però quello che troviamo non ci piace o ci fa star male, ecco che l’equazione “scrivere per guarire” può entrare in crisi. Almeno se per guarigione intendiamo un processo indolore.

L’atteggiamento verso i propri blocchi conta molto. Uno studio dell’Università dello Iowa ha dimostrato che i benefici della scrittura sono soggettivi. Chi si avvicina alla scrittura espressiva senza nutrire particolari speranze nelle attività proposte dal terapista, alla lunga riceve benefici decisamente inferiori rispetto a chi si avvicina alla writing therapy considerandola già in partenza come una cura o una terapia efficace, oppure ancora nutre fiducia nel terapeuta e nelle sue capacità. Di nuovo, tutta la scrittura è terapeutica se noi la consideriamo tale. È un livello di analisi importante, che però riguarda la nostra Intenzione e non la scrittura in sé.

Ho scelto questi esempi perché significativi. Ci spiegano una volta per tutte che la scrittura creativa può essere considerata una forma di arte terapeutica, solo se si verificano determinate condizioni. Inoltre, sottolineano che non esiste una scrittura che cura e una che invece non lo fa. Tutta la scrittura creativa è introspezione e per essere efficace in quanto sistema per agevolare un qualche guarigione mentale, fisica o spirituale deve essere affrontata con consapevolezza.

Se la scrittura ti aiuta non è merito del metodo. Non è merito del counselor. Non è merito della scrittura.

Ci sei tu. Tu sei il tuo merito. Ora. 

Perché la scrittura terapeutica funziona ed è facile da praticare

La forza della scrittura terapeutica risiede anche nella sua facilità di applicazione. È infatti una tecnica accessibile a tutti: non è necessario essere “scrittori” o avere particolari doti linguistiche per metterla in pratica, inoltre i primi risultati si possono vedere già dopo mezz’ora dal suo utilizzo.

La scrittura terapeutica non è risolutiva di ogni problema, questo è certo, ma può rappresentare un valido aiuto, come dimostra anche il fatto che molti psicoterapeuti la usano come strumento di supporto alla terapia consigliata ai pazienti. 

Vediamo perché funziona ed è semplice da attuare.

La scrittura permette di esplorare le situazioni problematiche e scioglierle

Attraverso la scrittura ci si può guardare dentro, osservare chi si è, quali sono i blocchi interiori e le trappole mentali in cui si cade costantemente. Facendo affiorare questi aspetti sarà possibile guardarli in faccia con distacco e obiettività, e decidere con consapevolezza di disinnescare certi automatismi per adottare nuovi comportamenti di fronte alle situazioni della vita. 

La scrittura terapeutica supera le definizioni della mente

La scrittura rappresenta una tecnica meditativa: in quanto tale permette di superare le soglie del pensiero cosciente e di andare oltre lo stato mentale con cui viviamo la quotidianità, spesso fatta di schemi ripetuti e azioni reiterate.

Scrivere dà accesso all’inconscio e aiuta a esplorare il proprio lato “ombra”

Superare le definizioni della mente significa accedere alla parte inconscia: possiamo definirla lato “ombra” perché normalmente è sovrastata dal pensiero cosciente che tende a guidare le azioni quotidiane. Anche se rimane nascosto, il lato ombra influisce sul benessere fisico e mentale: non è una novità che paure e traumi passati possano causare malesseri e somatizzazioni. 

Scrivere aiuta a guarire perché permette di entrare in contatto con il trauma

Accedendo all’inconscio, la scrittura consente di entrare in contatto con i traumi e i vissuti negativi che di solito restano sopiti sotto la coltre del pensiero cosciente. Questo offre l’opportunità di osservarli con obiettività, accettarli, fare pace con essi e liberarsi dalle ripercussioni che avevano sul nostro benessere. 

La scrittura terapeutica è un’arte semplice: bastano carta e penna

La scrittura è un’attività semplice e non dispendiosa: per metterla in pratica, infatti, è sufficiente avere a disposizione carta e penna. Non parlo di tablet e computer anche perché la scrittura a mano fornisce benefici ineguagliabili sulla mente e sulle attività cerebrali.

Si può scrivere ovunque e in ogni momento

Non servono posti o momenti specifici in cui praticare la scrittura terapeutica. Qualunque luogo può essere adatto, l’importante è che permetta di concentrarsi e di stare lontani dalle distrazioni. Lo stesso vale per l’orario. 

4 esercizi di scrittura per lavorare sulle proprie emozioni    

Nella sua accezione tradizionale, la scrittura espressiva si è concretizzata principalmente in un esercizio molto intuitivo volto a combinare creatività e introspezione. Pennebaker, nel corso dei suoi esperimenti, era solito chiedere ai partecipanti di scrivere ininterrottamente per 15-20 minuti al giorno per 4 giorni consecutivi a proposito di esperienze traumatiche che avevano vissuto e che, per un motivo o per un altro, non avevano mai affrontato del tutto. Gli effetti positivi di questo approccio, secondo lo psicologo americano, non tardano a manifestarsi:

  • migliore gestione cognitiva di eventi stressanti, traumatici o luttuosi occorsi in passato
  • migliore capacità di relazionarsi a questi eventi con rinnovata lucidità.

Il metodo di scrittura espressiva, nella sua accezione originaria, può essere utilizzato da solo oppure in sinergia con il supporto di uno psicoterapeuta, e successivamente è stato declinato in tre livelli, che corrispondono grosso modo ad altrettanti esercizi di scrittura terapeutica.    

Il risultato è un nuovo approccio alla scrittura che amplifica il pensiero di Pennebaker e lo completa, anche e soprattutto grazie all’intervento di altri studiosi:

  1. Attività di scrittura espressiva tradizionale. Scrivere ininterrottamente per 15-20 minuti al giorno per 4 giorni consecutivi a proposito di un evento stressante o traumatico.
  2. Programmed writing, ossia la scrittura guidata di testi “a tema” proposti dal terapeuta in combinazione con altre terapie. Questo metodo è stato approfondito dallo psicologo italiano Luciano L’Abate.
  3. La valutazione della risposta a particolari frasi di forte impatto psicologico. Anche in questo caso, il linguaggio utilizzato aiuta a individuare particolari relazioni con il substrato emotivo della singola persona.
  4. La scrittura terapeutica a distanza, particolarmente utile per chi vuole lavorare via email. Al partecipante viene chiesto di redigere alcuni elaborati su alcuni temi e di consegnarli allo psicoterapeuta.

Corso online di scrittura terapeutica

Chiunque sia interessato ad approcciarsi alla scrittura come arte terapeutica può cominciare in qualunque momento. Sebbene possa essere praticata autonomamente (in fondo basta avere carta e penna) il mio consiglio è di farsi affiancare, almeno all’inizio, da una guida esperta

Questo tipo di supporto, infatti, consente di adottare da subito il metodo giusto, il che significa:

  • maggiore costanza
  • più motivazione
  • raggiungimento più rapido dei risultati

Da oltre 20 anni lavoro nella scrittura e nella comunicazione e da tanto tempo ho canalizzato le mie esperienze in corsi specifici per chi desidera avvicinarsi alla scrittura terapeutica, di cui sono anche operatore. Il corso specifico di SegnaleZero si basa proprio sulla mia formazione in campi quali meditazione, scrittura terapeutica, relazioni essenziali, dinamiche vitali, discipline olistiche, e mi permette di trasmettere un metodo di lavoro unico e di valore.

Ecco i principali vantaggi di partecipare al corso di SegnaleZero di scrittura terapeutica:

  1. Docente dedicato: seguo personalmente ogni partecipante trasmettendo le mie conoscenze ed esperienza.
  2. Metodo: il corso consente di acquisire e costruire un metodo di lavoro, il che rende l’applicazione della scrittura più facile ed efficace.
  3. Gruppo di confronto: si entra a far parte di un gruppo costituito da altri corsisti con opportunità di scambio e crescita reciproci.
  4. Formazione online: il corso può essere seguito online, aspetto molto apprezzato dai corsisti perché offre l’opportunità di studiare e frequentare ovunque.
  5. Sessioni dedicate: ogni partecipante può richiedere lezioni specifiche e mirate.
  6. Eventi nel tempo: i vantaggi non terminano con la conclusione del laboratorio, ma c’è la possibilità di partecipare a numerosi eventi legati alla scrittura terapeutica anche in seguito.

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Cos'è la scrittura consapevole. Teorie, tecniche, esercizi ed esempi.

Il rapporto tra scrittura, mente e Intenzione: scrivere fa emergere pensieri nuovi 

Alla base dei concetti di scrittura espressiva e di scrittura terapeutica c’è un’intuizione molto buona, ma monca. Reprimere pensieri o emozioni che riguardano eventi traumatici richiede:

  • Sforzo cognitivo
  • Sforzo emotivo
  • Sforzo fisico

Tradotto, si accumula stress e tensione fisica. E gli effetti dello stress sul corpo umano sono devastanti. L’attività neurovegetativa aumenta, e non è il massimo per lo stato di relax di corpo e mente. Aumentano i pensieri ripetitivi, che possono diventare la base del disturbo ossessivo-compulsivo. Il corpo è teso. Questo vuol dire battito del cuore più veloce, respirazione non diaframmale. A lungo termine, si va di corsa verso infiammazioni del corpo, dolori articolari e tendinei, digestione compromessa, sistema immunitario più debole.

Date queste non esaltanti premesse, esprimersi liberamente e utilizzare la scrittura per mettere su carta le proprie emozioni, la propria rabbia, l’odio verso qualcosa o qualcuno, può aiutarci a diminuire i livelli di stress dell’organismo. Che magari non è una cura vera e propria, ma è già un ottimo inizio.

Tuttavia, a me spaventa questa concezione meccanica del corpo umano e della psiche, che ha finito per produrre pericolose equazioni del tipo: “Scrivo e, automaticamente, mi sento meglio”. Un po’ di prudenza non guasterebbe. E questa prudenza arriva da una semplice constatazione: sappiamo come funziona la mente umana in rapporto alla percezione sensoriale ed emotiva della realtà? Intendo dire “sappiamo davvero”.

C’è una metafora molto bella che lo spiega in modo semplice e ci può aiutare a capirci meglio.

La mente umana e la metafora del cinema

Immaginiamo la seguente scena. Siamo al cinema. La sala è molto grande, però ci siamo solo noi. Il proiettore si accende, inizia il film. Sullo schermo si rincorrono immagini in sequenza riguardanti la nostra vita esteriore, ossia ciò che ci accade nella quotidianità, ma anche frammenti di vita interiore, ossia emozioni e pensieri associati a ciò che ci succede e ci riguarda. Il tutto mescolato in un bel mix interno-esterno. Il pensiero scorre in automatico e vita interiore ed esteriore si mischiano in modo confuso. Al punto che i fatti e le etichette mentali che noi incolliamo ai fatti diventano tutt’uno e non è più possibile distinguere tra “accadimento X” e “cosa penso dell’accadimento X”. Bel problema! Già, perché la prima vera domanda è:

“Dove finisce ciò che accade e dove iniziano le mie congetture su ciò che mi accade?”.

Se siete un po’ nerd nell’animo, vi propongo questa seconda metafora: è come se in un blog WordPress, dove i contenuti rappresentano ciò che accade, appiccicassimo talmente tante Categorie ed Etichette (i nostri pensieri) da mandare fuori di testa il lettore, reso incapace di distinguere a cosa si riferisce un determinato post.

Se siete dei bibliofili, ecco per voi la terza metafora: è come se in una libreria utilizzassimo una classificazione talmente vasta e complicata da far rientrare il mio manuale di scrittura creativa in “libri e saggi scritti da autori originari della provincia di Gorizia, con la copertina bianca e pubblicati da un editore siciliano”. Ok, tutto molto bello, ma a chi serve una classificazione così puntigliosa? Risposta: alla Mente, con l’unico obiettivo di riprodurre e preservare se stessa.

Torniamo alla nostra sala del cinema. Come ci siamo detti, ci troviamo in una sala buia e il film è iniziato. La pellicola ci fa vedere momenti di vita esteriore alternati a elementi di vita interiore. Il tutto si mischia e a un certo punto facciamo fatica a capire cosa riguarda il “fuori” e cosa invece il “dentro”. Ok. A un certo punto il legame tra esteriore e interiore è talmente complesso (e incasinato) che noi guardiamo la pellicola come se i nostri pensieri coincidessero con ciò che siamo. Insomma, ci immergiamo nel film e ci lasciamo cullare dalla trama. Però il problema nasce dal fatto che non sappiamo più distinguere tra ciò che siamo, ciò che ci accade e ciò che pensiamo riguardo a ciò che ci accade. 

Può sembrare un’elucubrazione mentale, ma è la triste verità. Il pensiero, sviluppatosi per semplificarci la vita, ha finito col renderla una schiavitù. 

La metafora del cinema è molto utile e ci serve a capire tre cose. Perché in questa ipotetica sala:

  • Io sono il Soggetto che fa esperienza di quanto accade. In particolare, il mio corpo è il tramite di questa esperienza
  • Le immagini proiettate sullo schermo rappresentano la Situazione di vita che sto vivendo
  • La Situazione di vita che si svolge in un certo momento ha un impatto sul mio mondo interiore, ma non coincide con esso, in quanto il mio mondo interiore ha una storia ben più lunga (che invece coincide con tutta la mia vita, quella della mia famiglia e con il mio sviluppo psicologico ed emotivo)
  • Il mio mondo interiore ha un impatto sul modo in cui interpreto le Situazioni di vita.
  • Quando comincio a considerare me stesso, i miei pensieri e le Situazioni di vita come un tutt’uno, iniziano i problemi, quelli seri
  • Il costrutto bio-elettrico che si occupa di creare questa sovrapposizione tra ciò che accade e ciò che penso su ciò che accade è la Mente.
  • La continua confusione tra realtà e pensieri genera desiderio, invidia, rabbia, ignoranza e molte altre cose. Queste, messe tutte assieme, sono l’origine di ogni sofferenza umana. Dall’invidia per il vostro collega che, pur non meritandoselo (etichetta), guadagna più di voi (Situazione di vita), alla guerra tra due popoli (Situazione di vita) per imporre il proprio concetto di Patria o la propria idea di Dio (etichetta).

Ok, ma in tutto questo il proiettore del cinema che cos’è? Non c’è una risposta univoca, ma se lo definiamo come l’energia che genera le Situazioni di vita, e quindi per certi versi la Vita stessa, non sbagliamo di molto.

La metafora del cinema, che ho appreso ed elaborato grazie a una serie di attività di meditazione e studi di vario genere, è confermata da una serie innumerevole di studi psicologici e psichiatrici attorno al concetto di valutazione cognitiva, utilizzato per sondare gli effetti dello stress sull’organismo umano e sulla psiche, nonché aiutare il paziente nella sua risposta al disagio. Cos’ha a che fare tutto questo con la scrittura? Vediamolo assieme.

La scrittura creativa consapevole come terapia e strumento di crescita personale.

Il rapporto tra scrittura creativa, espressione di sé e valutazione cognitiva

Scrivere le proprie emozioni o, come si suol dire, curare un diario terapeutico è un’attività che ci aiuta perché ci può permettere di riequilibrare il rapporto tra Proiettore, il nostro Io seduto al cinema e le immagini che scorrono. Ossia, tra Vita, l’Io pensante e le Situazioni di vita. Ci permette di guardare le cose col giusto distacco. Di costruire un nuovo punto di vista su noi stessi. Può aiutarci se stiamo vivendo un’adolescenza problematica, se nella nostra vita siamo stati soggetti ad abusi o traumi o se, più semplicemente, vogliamo iniziare un percorso interiore di crescita personale o professionale. Il legame tra scrittura, psicologia e arteterapia è questo: scrivere ci permette di creare pensieri nuovi, svelare a noi stessi la nostra storia, valutare diversamente ciò che ci accade e prendere le giuste distanze da un mondo esteriore che può rivelarsi insensibile, meschino, materialista e a suo modo violento.

Ricostruire la nostra storia e rielaborare il vissuto è un’operazione di storytelling personale molto bella, che può aiutarci a capire da dove veniamo e dove siamo diretti e a ricostruire in positivo i termini della nostra personale valutazione cognitiva. Il tutto ha un prezzo: bisogna essere pronti a guardare in faccia la sofferenza che abbiamo creato in noi e negli altri. E accettarne il dolore come un boomerang che, una volta liberato dalla scrittura creativa, ci arriva nei denti a tutta velocità. Solo nell’accettazione di questo malessere – dirò di più, solo nell’accettazione del fatto che comunque sia è vita – possiamo riscoprire la dignità dell’esserci. E calmarci. O meglio calmare la mente, l’origine di molti malesseri. Dopotutto, l’uomo è un animale narrante. Una narrazione frutto di un’attività di scrittura creativa ha un che di ineluttabile. Ordina gli eventi, ci aiuta a pensarli come frutto di un sistema armonico. Ci fa sentire protetti. Ci aiuta contro l’idea di Caos.

Il Passato, il Futuro, l’Ego. La scrittura ci aiuta a prenderci cura del nostro Presente. Ecco cosa può fare per te!

Molti sono i motori che ci animano come individui dotati di una coscienza. I due più importanti sono l’istinto identitario e l’istinto di conservazione. Quindi:

  • Chi sono?
  • Che idea ho di me stesso?
  • Quale immagine voglio comunicare agli altri?
  • Come voglio entrare in relazione con gli altri?
  • Come voglio affrontare le difficoltà?
  • Come faccio a sopravvivere?

L’istinto identitario è vecchio quanto l’idea di coscienza frutto di una materia che a un certo punto si sveglia e inizia a pensare a se stessa e, di conseguenza, a sviluppare una propria intelligenza. Siamo qualcosa che si guarda allo specchio ed elabora incessantemente teorie sul presente, teorie che nascono non solo dall’esperienza diretta ma anche da ciò che la nostra storia ci dice che siamo. L’istinto di sopravvivenza è stato affinato da secoli di battaglie contro le avversità naturali, le fiere, gli altri esseri umani, noi stessi. È quella forza primordiale che ci fa alzare la mattina e affrontare la giornata, quella fiamma che ci vieta di spegnerci.

Insomma, sono entrambi due componenti molto importanti. Senza questi due istinti noi non ci saremmo, perché non saremmo in grado di percepire la realtà o di sopravvivere alle sfide che essa mette in conto per noi. In altre parole, saremmo privi di presenza mentale o di creatività

Piccolo problema: l’istinto identitario è un occhio che guarda continuamente al passato. L’istinto di sopravvivenza, al contrario, scruta il futuro a caccia di pericoli. Ed è talmente abituato a trovarne di nuovi che, quando non c’è pericolo all’orizzonte, semplicemente se li immagina. Anche questa è valutazione cognitiva, disfunzionale per la precisione.

Secoli di evoluzione hanno reso i nostri processi mentali sempre più raffinati. Ai pericoli concreti – una tigre pronta a farci la festa – si sono sostituiti pericoli molto più astratti. Agli istinti identitari primordiali – come ad esempio faccio parte della tribù degli Ogoni e confermo la mia appartenenza grazie a una serie di rituali, credenze e valori – si sono sostituiti degli istinti molto più asettici e virtuali, tipici di una società tecnologicamente avanzata e individualista.

Sia come sia, risolto il problema della mera sopravvivenza e sussistenza, il nostro continuo oscillare tra istinti identitari virtuali e pericoli astratti ci fa vivere immersi tra Passato (chi sono, da dove vengo) e Futuro (quali pericoli o sfide virtuali devo affrontare per sopravvivere), distogliendoci così dall’unica cosa che accade davvero: quello che accade Qui, Ora.

La forza che mantiene viva questa gigantesca illusione collettiva ha molti nomi: per semplicità lo chiameremo Ego e lo definiremo come quel costrutto di idee, valutazioni, congetture che, nello sforzo di semplificare la realtà e renderla maggiormente comprensibile, ha finito per complicarla a dismisura. L’Ego ci allontana dalla realtà. Ci fa stare nel nostro cinema personale, convinti che ciò che vediamo sullo schermo sia “noi”. Invece è ciò che “accade a noi”: una differenza apparentemente sottile, ma in realtà enorme. Abissale.

L’Ego è una specie di fantasma interiore. Ognuno di noi ha il suo Ego, frazionato e complesso al punto da non essere nemmeno contenibile in una forma definita. Il grande paradosso è che l’Ego ha paura di sparire, perché vede la sua scomparsa come metafora di una “scomparsa più grande”, if you know what I mean. Quella scomparsa che ci fa paura. Una paura dannata. Pertanto, ecco il paradosso dei paradossi: siccome l’Ego si è sviluppato per ridurre la complessità reale o percepita delle Situazioni di vita e permetterci di affrontarle al meglio, ha finito per diventare un gigantesco freno a mano esistenziale che:

  1. Ci fa agire non in base alle nostre emozioni, ma in base a reazioni e modelli di comportamento appresi sin da piccoli
  2. Tende a farci dubitare di tutto e di chiunque, sviluppando rabbia, invidia, risentimento, recriminazioni, ignoranza
  3. Ci spinge a giudicare tutto e tutti, e quindi a far ingranare la quinta a valutazioni cognitive distorte di ogni tipo
  4. Ci fa vivere immersi continuamente in un lento logorio mentale fatto di Passato e Futuro, con una serie di conseguenze inimmaginabili a livello di stress fisico e mentale
  5. Non siamo mai dove dovremmo essere: Qui e Ora

Alcuni autori hanno definito la dipendenza dall’Ego come la più diffusa malattia al mondo, visto che colpisce circa 7 miliardi di individui e, apparentemente, non è curabile. Apparentemente, perché in realtà le strade per uscirne sono molte. Nel corso del tempo l’uomo ha sempre cercato vie di fuga da se stesso e dall’Ego: dall’adorazione dei primi totem all’uso di sostanze utili ad accedere ai messaggi degli Dei. Fino ad arrivare ai rave party o alla costruzione di particolari feticci mentali, come l’idea di Stato Nazione, di Patria, di gruppo sociale, di Razza, di Benessere, di Famiglia. Tutte queste situazioni condividono un grande equivoco di fondo: cercare soluzioni esternamente, quando invece la “rogna” si trova all’interno.

C’è però un mezzo che da sempre permette all’uomo di guardarsi dentro e trascendere i propri pensieri, accedendo a verità altrimenti impenetrabili. Questo sistema ha molti nomi: pittura, scultura, architettura, letteratura, poesia, musica, danza, teatro, espressione corporea. In una parola, arte.

L’arte è sempre terapeutica e così come non esiste un teatro sociale contrapposto al teatro in sé, non può esserci una scrittura terapeutica contrapposta alla scrittura creativa.

La scrittura ci permette di prenderci una pausa dall’Ego in quanto è un’attività che prevede concentrazione su ciò che sta accadendo davvero e su quanto si muove dentro e attorno a noi, assieme alla possibilità di entrare in uno stato di coscienza alterato chiamato “flusso creativo”. È un processo di riscoperta che prevede una conoscenza non banale di come la mente condiziona la nostra vita. Ecco perché scrivere è importante e fa bene. Ci permette di prenderci cura di noi stessi e del nostro tempo Presente.

Scrittura creativa e meditazione vanno di pari passo. Ecco perché credo in una funzione curativa della scrittura che, con tutto il rispetto, è più ampia della concezione meccanicistica presentata da certa psicologia.     

Scrittura e arteterapia: esempi, esercizi e consigli per utilizzare la scrittura creativa come mezzo per l'espressione e la crescita personale.

La scrittura terapeutica: una questione di Intenzione e Atteggiamento

La scrittura ci può aiutare a guarire, è vero, ma non è lei ad aiutarci. Non direttamente almeno. Siamo noi la nostra cura. La “cura” è quel particolare spazio emotivo che costruiamo grazie alla scrittura. Ma lo scrivere, inteso come atto meccanico, è neutro. Cos’è che fa la differenza allora? Molto semplice: l’Atteggiamento, quel concetto che definisco come la predisposizione all’apertura mentale ed emotiva che occorre coltivare nel momento in cui si scrive. Concentrarsi nell’azione in sé e non nel risultato che si vuole ottenere (per esempio, un bel post, un bell’articolo o una lettera che farà breccia nel cuore di una persona a noi cara) è un concetto che prendo a prestito dalla mia pratica con le arti marziali, ed è la base per coltivare il giusto Atteggiamento nei confronti della scrittura e aspirare a raggiungere quello che nel mio Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole chiamo “momento presente della scrittura”. Una sensazione di benessere e pace che assomiglia molto alla trance agonistica ma che, a differenza di quest’ultima, è capace di rivelarci cose di noi che non sospettavamo nemmeno. E questo per un semplice motivo: siamo riusciti a bypassare le strutture carcerarie della Mente. L’Atteggiamento può essere trasposto su tutti i livelli di scrittura: per questo motivo, scrivere una mail o una lettera non è meno terapeutico dello scrivere un diario personale.

L’importante è “sentire”, ossia ridurre al minimo la distanza tra le nostre sensazioni, l’oggetto descritto e le parole con cui lo descriviamo. Questo è il principio fondamentale di qualsiasi tipo di scrittura consapevole

Insegno da diversi anni a “coltivare l’Atteggiamento” a Copywriter, Social Media Manager, Content Manager, Web Editor, ma anche a pensionati, appassionati di scrittura creativa oppure persone a cui la vita, per qualche motivo, ha riservato una mano di carte sbagliata.

E a tutte ripeto lo stesso concetto:

L’Atteggiamento verso la Scrittura è essenzialmente presenza a se stessi e tramuta la scrittura creativa in scrittura consapevole. Alle proprie emozioni, che vanno sentite non sotto forma di immagini mentali ma intuite, decodificare e ricostruite attraverso le sensazioni del corpo. Un mal di schiena o un attacco d’asma sono messaggi potentissimi, al pari del fastidio che ci provoca l’immagine mentale che probabilmente scaturisce da queste due sensazioni. Il nostro grande problema è che guardiamo le immagini ma ci dimentichiamo di avere un corpo. Crediamo che la nostra coscienza sia confinata in quello spazio che va dalla fronte al mento. E sotto che c’è? Ah, una mera sala macchine.

E invece no, perché anche il linguaggio riconosce il legame tra corpo ed emozioni.

Chi per primo ha usato l’espressione “Farsi un fegato così” aveva ben chiaro il legame tra il fegato e l’emozione della rabbia. Ascoltare il proprio corpo significa riscoprire i suoi messaggi, andando sempre più verso una comprensione sottile di noi stessi.

La scrittura, dal mio punto di vista, è un ottimo metodo per scardinare l’idea fallace che il corpo sia una mera sala macchine: convinzione che peraltro è un mero parto della mente. Questa è la grande terapia dello scrivere, se vogliamo chiamarla così: permetterci di tornare a essere noi stessi. Per davvero. E non continuare a incarnare quel pericoloso mix di comportamenti, convinzioni e dogmi che famiglie distratte e conformismi vari ci hanno consegnato.

Il secondo grande insegnamento del coltivare il giusto Atteggiamento grazie alla scrittura è il seguente: non c’è nessun posto dove andare, se non qui dove ti trovi adesso. Non c’è nessun tempo in cui dimorare se non ora. Non c’è nient’altro oltre a ciò che percepiscono i tuoi sensi e che, grazie alla scrittura provi a tradurre in concetti e immagini, conferendo loro un qualche tipo di animazione. Esattamente come accade alle immagini che scorrono sullo schermo del cinema di cui parlavamo prima.

“Diventi ciò che pensi. Poi lo scrivi”.

E ancora, non c’è nessun risultato da ottenere: il risultato è scrivere di getto e con continuità. Basta. Non c’è altro. Il resto – ossia la riscoperta di sé e i benefici derivanti dall’uso consapevole della scrittura – riguardano una sfera talmente profonda, intima e subatomica dell’individuo, un ambiente per certi versi a-psicologico e a-verbale, che non può essere sviscerato con attività che pretendono di rivestire lo scrivere di un’aura mistica.

Perché è così. Stiamo parlando del gesto più umile che c’è, non di un rituale magico capace di portarci al Sacro Graal della parola.

Vedere la scrittura in sé come terapia è corretto alla base, ma riduttivo. Ognuno di noi è la migliore terapia di se stesso. La scrittura può aiutarci, ma deve essere accompagnata dal giusto Atteggiamento e deve essere affiancata dall’allenamento della capacità di sentire il proprio corpo. Alcuni esercizi di scrittura possono aiutarci a farlo, se accompagnati da mente sgombra, respiro presente, cuore aperto.

Scrivere i propri sogni 

Un modo per mettere in pratica la scrittura terapeutica è scrivere i propri sogni. Questa abitudine, se adottata con costanza, può avere riflessi positivi su diversi fronti: è infatti un modo per esplorare il proprio mondo interiore e per comprendere lo sguardo con cui interpretiamo la realtà. Un viaggio conoscitivo interessante, quindi, attraverso il quale capire come, nel corso del tempo, la nostra visione della vita si modifichi o come i sogni tendano a cambiare a seconda del nostro stato psicofisico. Per tentare una corretta interpretazione, poi, potremmo valutare di affidarci a uno psicologo esperto. 

Dedicare qualche minuto al giorno a questa operazione può anche migliorare memoria e creatività, perché mettere per iscritto le immagini dei sogni richiede un lavoro congiunto tra parte destra del cervello (implicata nella produzione del sogno) e parte sinistra, che invece riordina le visioni oniriche per trasformarle in uno scritto.

Tenere un diario dei sogni

Il modo più semplice per farlo è tenere un diario dei sogni. Ogni mattina, appena svegli, dedicheremo i primi minuti a trascrivere sul diario i sogni che appaiono alla mente. Partiremo dalla prima immagine che si ricorda e descriveremo cosa accade, come se fosse una storia, soffermandoci su tutti i dettagli che affiorano, compresi i rumori, le sensazioni, i colori, perché ogni elemento, a livello onirico, ha la sua rilevanza. 

Scrivere migliora il rapporto tra genitori e figli

La scrittura può anche aiutare a migliorare rapporti che, per varie ragioni, sono particolarmente complicati. È il caso della relazione genitori-figli che in certi casi, soprattutto durante l’adolescenza, può risultare critica: la comunicazione diventa difficile, i litigi si moltiplicano e ci si chiude in un silenzio fatto di risentimenti, incomprensioni, parole non dette. 

Posto che l’aiuto di una figura come uno psicologo possa essere importante in alcune situazioni, uno strumento come la scrittura spesso si rivela utile. Il genitore, ad esempio, potrebbe scrivere una lettera a se stesso, esternando le emozioni che prova, le problematiche e le frustrazioni che vive nel rapporto con i figli, ciò che vorrebbe dire e che non riesce. Questo serve ad analizzare i propri sentimenti, a capire perché si reagisce in un certo modo, a riordinare le idee per poi spiegarle ai figli in modo più calmo, chiaro e sereno. 

La lettera potrebbe anche essere indirizzata a loro per dire ciò che a voce non si riesce a esternare, oppure con l’intenzione di fargliela leggere quando saranno più grandi. Tuttavia, potremmo anche scrivere una lettera ai figli senza necessariamente consegnarla: in questo caso sarà uno strumento utile per liberarsi delle emozioni e dei macigni che si portano dentro. 

Scrittura terapeutica a scuola e nella didattica

Durante la crescita possono capitare momenti difficili, in cui prevalgono sentimenti di incertezza e confusione. Vediamo in che modo la scrittura può svolgere un ruolo terapeutico durante queste fasi della vita. 

Supporto nella crescita

Da diverso tempo utilizzo la scrittura nell’ambito di programmi rivolti agli studenti aiutandoli a usare questo mezzo per affrontare situazioni difficili tipiche del percorso di maturazione. Avere uno strumento grazie al quale esternare ciò che si prova, infatti, permette di ritrovare più facilmente la strada. 

Aiuto durante l’adolescenza

Uno dei periodi più complessi della crescita è l’adolescenza. È proprio in questa fase che molte persone si sono avvicinate alla scrittura tenendo un diario personale, probabilmente senza sapere che la scrittura facesse bene, ma solo spinte dall’esigenza di esprimere determinati vissuti e tumulti interiori.

Visualizzazione delle sfide future

La scrittura può aiutare una persona giovane a visualizzare gli obiettivi da perseguire, tracciando il percorso necessario per raggiungerli. Sapere qual è la strada da percorrere è una bussola importante in fase di crescita.

Situazione presente e paure che genera

Gli ultimi due anni di pandemia non sono stati facili per i più giovani e hanno creato in loro forte stress. La scrittura terapeutica può aiutare a ritrovare più equilibrio e serenità anche in un momento storico come quello attuale.

Maggiore comprensione dei propri talenti

Scrivere permette di capire chi si è e chi si vorrebbe diventare, mettendo in ordine idee e priorità. Può essere quindi un valido supporto per un adolescente che non sa cosa fare nella vita e non conosce la propria vocazione. 

Supporto per migliorare il rendimento

Esternando pensieri, paure e traumi ci si libera del peso che generano e si può ritrovare l’energia necessaria per dare il meglio di sé a casa, a scuola e sul lavoro. 

Abbassare i livelli di stress

Mettere su carta i sentimenti e i vissuti che fanno soffrire è dunque un modo per alleggerirsi e diminuire i livelli di stress. L’obiettivo non è eliminare le emozioni negative, ma osservarle con distacco, senza giudicarsi. 

La scrittura terapeutica fa bene al sistema immunitario 

Esternare le proprie emozioni attraverso la scrittura può avere effetti terapeutici importanti. Sono molti gli studi che evidenziano come la scrittura espressiva, in particolare, possa avere ricadute benefiche sul sistema immunitario. In una ricerca condotta su pazienti con HIV, per esempio, è stato dimostrato che le persone sottoposte a sessioni di scrittura dove si chiedeva di parlare di esperienze di vita traumatiche registravano un miglioramento dell’immunità rilevato da un numero maggiore di globuli bianchi. Un altro studio che ha seguito un metodo simile ha messo in luce gli stessi risultati: i partecipanti (persone con asma e artrite reumatoide) che hanno scritto di eventi stressanti hanno registrato importanti miglioramenti nella diminuzione del dolore e nella funzione polmonare. Influenze positive sono state riscontrate anche su malati di cancro, in persone con ipertensione, insonnia e problemi epatici.

Il rapporto tra creatività e sistema immunitario è stato indagato anche in un articolo di due ricercatori dello Yale Center for Emotional Intelligence e del Dipartimento di Immunobiologia della Yale University School of Medicine. Secondo gli studiosi il sistema immunitario è una componente della creatività e uno dei suoi meccanismi sottostanti. Usando il concetto di Unheimlichkeit una situazione di spaesamento che può essere sperimentata tanto dai malati cronici rispetto al proprio corpo, quanto dagli astronauti che si trovano a vivere l’estremo ambiente dello spazio – hanno sostenuto che il sistema immunitario, per mezzo del suo ruolo nel mantenimento dell’omeostasi, riesce ad adattarsi a nuovi ambienti. Avendo un impatto fondamentale nel mantenimento dell’omeostasi del cervello, gli autori ritengono possibile che il sistema immunitario abbia un’influenza anche sulla cognizione creativa. Il sistema immunitario stesso, inoltre, rispecchierebbe molte caratteristiche tipiche dei processi creativi.

Esercizi di scrittura terapeutica.

6 esercizi di scrittura terapeutica facili e veloci 

La scrittura consapevole non è altro che l’apertura di uno spazio verso un livello di coscienza e consapevolezza altrimenti sconosciuto. Se ci pensiamo bene, è accordare il gesto esteriore della mano che scrive con quanto sentiamo dentro di noi e, allo stesso tempo, permette di cristallizzare il vissuto emotivo. Prendendo le giuste distanze da esso.

1. L’esercizio della scrittura libera

Il primo esercizio che ti svelerà il potere terapeutico della scrittura consapevole è questo. Scrivere di getto e liberamente, senza preoccuparsi di nulla. Prendi un quaderno e inizia a descrivere le immagini che affollano la tua mente. Potrebbe trattarsi di fatti realmente accaduti (“Ieri ho preso una multa per eccesso di velocità”), emozioni (“Oggi è tornato il sole. Mi sento molto più serena”) oppure immagini casuali che la mente produce nel suo costante lavorio.

La regola fondamentale dell’esercizio della scrittura libera è: non censurare nulla. Nemmeno quello che di primo acchito potrebbe risultare disturbante. So di gente che ha iniziato a scrivere di amori giovanili e ha finito per parlare di fantasie sull’incesto, tanto per capirci. È normale. La mente produce immagini: lo chiamano Gioco delle forme. La questione è sapere sempre che tu non sei quelle immagini, ma casomai l’involucro al cui interno vengono generate.   

L’Atteggiamento corretto con cui affrontare l’esercizio della scrittura libera è: accettare tutto e non giudicare. Un giorno l’accettazione diventerà gratitudine. La gratitudine, libertà.

2. L’esercizio della poesia terapeutica

La poesia è una forma primordiale di medicina. Non a caso, già nei tempi antichi si scrivevano poesie e sonetti struggenti per placare i tormenti del cuore e dell’animo. La scrittura in forma poetica non è per niente semplice, ma si può cominciare da qui. Scegli un numero, diciamo 11, e inizia a scrivere frasi che contengano 11 parole. Col tempo e con la pratica potrai trasformare 11 parole in 11 sillabe. Cerca di concentrarti sul suono delle parole e sul ritmo, cosa che puoi fare solo se rileggi il tuo testo ad alta voce. Quando avrai ottenuto un componimento che ti soddisferà, rileggilo. Sottolinea con l’evidenziatore le parole che ti colpiscono di più, senza stare troppo a pensare perché. Segnale sul tuo quaderno personale.  A distanza di tempo, non meno di 10-15 giorni, potrai rileggerle e capire se contengono un messaggio per te.

3. L’esercizio della scrittura automatica

Un ottimo modo per aggirare il giudizio di sé e degli altri o il continuo logorio mentale è scrivere di getto in modo automatico. Mettiti in una situazione comoda, magari con un po’ di musica rilassante in sottofondo. Respira e cerca di porre tutta la tua attenzione all’aria che entra ed esce dal tuo naso. Quando lo ritieni opportuno, di solito dopo non meno di 5 minuti, prendi un foglio e una penna e, mantenendo la concentrazione sul respiro, inizia a segnare le prime parole che ti vengono in mente. Di solito sono parole a caso che sembrano non avere nessun legame le une con le altre. Eppure, quasi sempre contengono una verità profonda: si tratta di suggerimenti, concetti, speranze, desideri che provengono da quella porzione della coscienza di solito tarpata dalla mente. Per scoprire qual è il messaggio che proviene dall’uso consapevole della scrittura automatica, dopo qualche giorno rileggi le parole che hai scritto di getto. Eventualmente, se il loro messaggio non dovesse essere subito chiaro, ricopiale su un foglio bianco più grande, diciamo un A3, e in un secondo momento prova a tracciare delle linee che le collegano. Potresti conoscere emozioni e sensazioni che non sapevi di provare, perché non l’avevi mai ammesso a te stesso, e soprattutto quali sono le “linee di forza” che le legano.

4. L’esercizio delle emozioni corporee

Le emozioni sono le immagini delle sensazioni che il corpo genera di continuo. Per capire cosa ti vuol dire il tuo corpo, prova a sederti in un luogo tranquillo, possibilmente all’aperto o in un bel parco verde. Poni la massima attenzione al respiro, come nell’esercizio che ci ha spiegato il metodo della scrittura automatica, e poi cerca di immaginare un occhio interiore che scandaglia il corpo, da dentro. Osserva i tuoi piedi, le caviglie e piano piano, con estrema gentilezza, sali fino all’estremità superiore della testa, chiamata comunemente “fontanella”. Durante il percorso ti capiterà di sentire contratture o punti del corpo particolarmente rigidi. Quando questo accade, fermati in quel punto e, con altrettanta gentilezza, osservalo. Probabilmente la mente cercherà di intervenire. Ottimo! Senza giudicare, prendi nota delle parole, delle immagini o dei concetti che emergono alla tua coscienza. Di nuovo, rileggendoli a distanza di giorni ti permetteranno una maggior consapevolezza di te e del tuo corpo. Quando avrai fatto pratica, potrai procedere e scrivere un breve componimento che ha per protagonista il tuo corpo. Non tu, attenzione! Il tuo corpo o una porzione di esso. Dev’essere fantastico scrivere un breve racconto che ha per protagonista il naso. Ah, lo ha già scritto Gogol? Bene, anche lui evidentemente intuiva il potere terapeutico della scrittura consapevole.

5. L’esercizio del diario emotivo

Compra un quaderno e fanne il tuo diario emotivo. Cosa vuol dire? Che ogni giorno segnerai sul tuo quaderno le emozioni che hai provato, le situazioni che le hanno generate e l’intensità dell’emozione stessa. Molto semplicemente, sto parlando di cose di questo tipo: “Oggi Giovanni mi ha detto che sono disordinata. Ci sono rimasta un po’ male, come se questa affermazione mi avesse colpito in profondità. Eppure lui voleva solo fare una battuta”. Il potere del diario emotivo risiede nella sua capacità rivelatoria. A distanza di giorni, o settimane, rileggendo emozioni e situazioni collegate potrai addentarti in un territorio molto profondo e capire che l’innocente battuta sul tuo essere disordinata in realtà fa “risuonare” dentro di te altre emozioni, lontane nello spazio e nel tempo. Come quando, ad esempio, i tuoi genitori ti rimproveravano molto aspramente perché i tuoi quaderni erano sempre sottosopra. La cosa ti feriva particolarmente e oggi le parole di Giovanni hanno risvegliato un dispiacere vecchio di anni e sopito nella coscienza. Il lato positivo è che ora lo conosci. Puoi iniziare a osservarlo senza giudicare. Guardarlo fino in fondo, bonariamente ma senza pietà, giorno ti renderà libera. E se anche non dovesse farlo, sarà comunque valsa la pena provare.      

6. L’esercizio della lettera terapeutica

Mettiti alla scrivania e scrivi una lettera a qualcuno con cui hai un conto in sospeso. Considerando come va la vita oggi, hai l’imbarazzo della scelta. Potrebbe trattarsi di una persona lontana nello spazio o nel tempo, una persona a cui rimproveri di non averti mai capito del tutto o, ancora, una persona che non hai mai capito del tutto. Ecco, sia come sia scrivile una lettera. Senza giudizio, senza preconcetti. Dille quello che a parole non ti è stato possibile esprimere del tutto. Il mio consiglio è di lasciar perdere le immagini che dovessero crearsi in testa. Piuttosto, segui le sensazioni del corpo. Come? Se, ad esempio, mentre scrivi iniziassero a dolerti le spalle, ecco, da quel momento in poi cerca di porre tutta la tua attenzione alla postura e, per quanto ti possa sembrare strano, “scrivi con le spalle”. Cioè, fai finta che siano le spalle a dettarti la lettera e segui le loro “parole”. Dopotutto, se vale il detto “scritto col cuore”, vale anche “scritto con le spalle”.

Scrivere la propria autobiografia grazie alle tecniche di Storytelling. La Narrative Therapy, lo Storytelling personale, la scrittura di sé.

Narrative Therapy: la scrittura terapeutica incontra lo Storytelling

Un altro approccio molto interessante alla scrittura terapeutica è quello di Michael White e David Epston, che parlano di Narrative Therapy per indicare la sinergia tra attività di scrittura creativa e storytelling personale. Il percorso dei due psicoterapeuti neozelandesi parte da un presupposto molto chiaro:

Il problema è il problema. La persona non è il problema.

Pertanto, l’obiettivo è separare l’individuo dai suoi problemi, procedendo quindi in direzione contraria al ben noto processo di interiorizzazione, e utilizzare le sue abilità cognitive per trovare un senso in ciò che gli accade. Il modello di scrittura terapeutica di White ed Epston si basa su alcuni principi molto importanti:

  1. Terapia narrativa vuol dire rispetto
  2. La terapia narrativa non giudica
  3. Il paziente (e non il medico) guida il processo

I concetti fondamentali della terapia narrativa sono:

  1. La realtà è un costrutto sociale. Questo significa che l’interazione e il dialogo con le altre persone ha un impatto diretto sul modo in cui facciamo esperienza della realtà.
  2. Nel suo essere un costrutto sociale, la realtà è influenzata e comunicata attraverso il linguaggio. Questo significa che le parole che usiamo hanno un impatto diretto sul modo in cui percepiamo la realtà.
  3. Creare un proprio storytelling personale permette di capire meglio e organizzare la nostra realtà. Detto altrimenti, scrivere un racconto autobiografico dona un senso più profondo alle nostre esperienze.
  4. Non esiste una realtà oggettiva né una verità assoluta. Cosa vuol dire? Che quello che è vero per noi può benissimo non esserlo per un’altra persona. Ma anche che ciò che consideriamo valido oggi potrebbe non esserlo in futuro.   

Terapia narrativa: 5 modalità di scrittura terapeutica per raccontare la propria storia 

Gli ideatori della Narrative Therapy propongono alcuni esercizi molto interessanti, capaci di coniugare scrittura autobiografica, introspezione e un approccio decisamente votato allo storytelling personale.

1. Tecnica del racconto autobiografico

Scrivere la propria autobiografia non è un mero elenco di date, nomi e accadimenti. Al contrario, creare un racconto emotivo, calarsi nel ruolo del protagonista e affrontare le vicende che la vita propone è un ottimo modo per trovare un senso nella propria esperienza esistenziale e costruire un’identità più equilibrata.

2. Tecnica dell’esternalizzazione

In questo caso si usa la scrittura creativa come mezzo per prendere le distanze dai propri problemi e guardarli con distacco. Non è una tecnica di scrittura nuova, a dirla tutta: in un libro sulla scrittura creativa zen che ho letto qualche anno fa, uno dei principali esercizi consisteva nell’esaminare un fatto della propria vita e descriverlo in modo assolutamente positivo, poi del tutto negativo e infine totalmente neutro.    

3. Tecnica della decostruzione

Chi non ha mai sentito il detto secondo cui l’elefante si mangia un pezzettino alla volta? Bene, questo esercizio di scrittura è la sua applicazione pratica. Bisogna partire da qualcosa che fa parte della nostra vita e consideriamo problematico e poi, grazie alla continua riscrittura del “problema”, spezzettarlo in problemi più piccoli. Questo esercizio ci permette di conferire la giusta dimensione al problema e di vederlo da un punto di vista nuovo, possibilmente con meno preoccupazioni, generalizzazioni, banalizzazioni.

4. Tecnica del risultato unico

Questo esercizio è una vera bomba, specie per gli appassionati di scrittura creativa e storytelling. Si tratta di guardare alla propria vita e trasformarla in uno storyboard, un po’ come se dovessimo girarci un film. Poi, a seconda di ciò che pensiamo essere problematico, individuiamo singoli elementi, persone o accadimenti e letteralmente riscriviamo la nostra storia. Non a casaccio o come piacerebbe a noi, ma secondo alcuni criteri ben definiti: 1) possiamo cambiare il punto di vista di un evento, 2) possiamo analizzare un evento particolare e modificare il nostro focus rispetto a esso 3) possiamo immaginare l’alternativa a un problema risolvibile, immaginando una soluzione. La nostra vita diventerà un libro o una sceneggiatura, e noi (forse per la prima volta) saremo i registi del nostro vissuto.

5. Tecnica di scrittura esistenzialista

Di esistenzialismo si è parlato molto e se ne parla tuttora: uno dei pilastri su cui si basa il pensiero di questa corrente filosofica è che il mondo non ha un significato intrinseco. Non per questo dobbiamo deprimerci: se il mondo non ha un significato di per sé, saremo noi a costruirlo. La tecnica di scrittura esistenzialista fa proprio questo: partendo da letture come Sartre, Camus e Heidegger (davvero, bisogna proprio leggerli prima di fare gli esercizi!) bisogna prendere carta e penna, guardare la propria vita e definirne significato e scopo. Detta così suona fin troppo facile. Però è un esercizio di una potenza estrema, che idealmente risponde a quelle che io ritengo essere le due domande fondamentali per ognuno di noi:

Dove sto andando? Chi verrà con me?

Un’esperienza personale con la scrittura terapeutica

Come promesso, concludo questo lungo post raccontando qualcosa che mi riguarda da vicino. Quando una persona è mossa dalle giuste motivazioni e riesce in qualche modo a stare di fronte a una particolare emozione senza subirla troppo o far partire il pilota automatico delle immagini e dei comportamenti appresi, la scrittura può diventare un mezzo estremamente potente, un aiuto insostituibile per trovare un equilibrio interiore e un riscatto da se stessi e dalla propria mente.

Le condizioni essenziali per cui questo avvenga sono:

  1. Il riconoscimento di una determinata situazione interiore
  2. Il desiderio di superarla
  3. La forza necessaria a guardare le proprie sensazioni senza farsi travolgere (o facendosi travolgere il meno possibile)
  4. La lucidità necessaria a non attribuire alla scrittura in sé alcun valore
  5. La serenità necessaria a capire che non c’è alcun risultato da ottenere, e che il risultato stesso è reagire alla situazione interiore di partenza.

Quando ci sono questi elementi, si è pronti per conoscere da vicino il potenziale terapeutico della scrittura senza tuttavia cadere in quella trappola mentale per cui ognuno di noi cerca soluzioni esterne a problemi interiori.

La soluzione è un messaggio rappresentato dal modo in cui il problema si pone ai nostri occhi: pertanto problema e soluzione stanno “dentro”, e non c’è attività esterna che possa portare al superamento. Le soluzioni esterne portano attaccamento, l’attaccamento dipendenza, la dipendenza porta altra sofferenza e altri problemi.   

Il miglior modo per affrontare una situazione è agire senza “pre-occuparsi” (occuparsi prima del dovuto) dei risultati. Qui. Ora. Carta e penna. Emozioni che diventano parole. Stop. Questo è il grande risultato di quella che viene chiamata scrittura automatica.

Insegno da anni Scrittura digitale, Design dei contenuti e Copywriting. Per dire che conosco bene cosa può tirare fuori la scrittura. Eppure le più importanti esperienze con il potere della parola le ho fatte al di fuori o a margine dell’ambiente lavorativo. La più importante riguarda una persona alle prese con un malessere improvviso e molto forte che l’ha portata per un periodo a isolarsi dagli altri. Pur mantenendo tutto l’anonimato del caso, ho deciso di inserire questa esperienza in calce al post perché voglio dire ancora una volta che tutta la scrittura può essere un valido aiuto nei confronti della nostra salute psichica ed emotiva. E, ancora, non esiste una scrittura terapeutica di per sé. 

La scrittura come terapia: come fare della scrittura un’abitudine quotidiana

Inserire la scrittura terapeutica nella propria routine non è difficile. Non è necessario dedicare a questa attività tanto tempo, ma è importante portarla avanti con costanza. Ciò che consiglio è scegliere due alternative: dedicare due pomeriggi a settimana alla scrittura oppure ritagliarsi 20 minuti al giorno, preferibilmente appena svegli o dopo colazione. Se non è possibile farlo la mattina, chiaramente si valuterà un momento più opportuno, ad esempio la sera dopo cena. 

L’importante è seguire questi suggerimenti:

  • individuare un orario in cui siamo sicuri di non avere impegni o distrazioni;
  • se si opta per due pomeriggi a settimana, fissare le giornate in cui praticare la scrittura  terapeutica e mantenerle nel tempo;
  • comunicare alla famiglia che in quel momento non dobbiamo essere disturbati;
  • spegnere il cellulare o silenziarlo per evitare di essere interrotti da notifiche o messaggi;
  • scegliere un quaderno o un’agenda accattivanti per rendere questo appuntamento ancora più piacevole.

Conclusioni: il principio fondamentale della scrittura terapeutica come cura verso se stessi

Cos’ho capito da questa storia? Cosa ti voglio dire? Ci provo: che non siamo nati per trattenere, ma per lasciar scorrere. Solo se l’acqua viene lasciata libera di scorrere si trasforma in fiume, poi in mare, poi in nuvole. Se invece ristagna diventa marea nera. Diventa le piccole, grandi “Elvira” che ogni tanto vengono a trovarci e ci tormentano. Ogni volta il loro messaggio è lo stesso: “O mi ascolti, o mi faccio sentire io! E più mi ignori, più farò rumore!”. Ecco perché la scrittura consapevole ha evidenti risvolti terapeutici: perché facilita l’ascolto. Con buona pace della mente e delle sue immagini distorte.

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Domande frequenti sulla scrittura terapeutica

Cos’è la scrittura terapeutica?

La scrittura intesa come terapia personale è il mezzo mediante il quale l’individuo riesce a raggiungere e portare alla luce le sue emozioni più profonde. Riconoscendo e analizzando tali emozioni può trarne insegnamento e giovamento. In questo senso, la scrittura terapeutica è una forma di espressione creativa che unisce lo sviluppo personale al benessere e alla consapevolezza di sé.

Qual è il rapporto tra scrittura e psicologia?

Il rapporto tra scrittura e psicologia si palesa soprattutto nelle teorie dello psicologo americano James W. Pennebaker. Secondo lo studioso, la scrittura espressiva permette di far emergere dal passato dell’individuo traumi profondi e disagi radicati, affinché possano essere riconsiderati in modo diverso. Poter guardare in faccia e capire le proprie emozioni profonde genera grandi benefici psicofisici

Perché scrivere le proprie emozioni è di aiuto?

Scrivere delle proprie emozioni permette di riequilibrare il rapporto con se stessi e di guardare alla proprie vita con il giusto distacco, costruendo così un nuovo punto di vista su se stessi. Da un lato, esprimersi liberamente trasferendo su carta emozioni forti come l’odio o la rabbia aiuta l’individuo a ridurre gli accumuli di stress nell’organismo; dall’altro lato, gli consente di “sbloccare” quel qualcosa che fino a questo momento gli ha impedito di proseguire nel proprio percorso di sviluppo personale.

Cos’è la poesia terapeutica?

La scrittura in forma poetica viene definita terapeutica perché rappresenta un ottimo esercizio per favorire crescita personale e benessere. Non a caso, sin dai tempi più antichi, la poesia è stata largamente utilizzata come mezzo per descrivere sensazioni, sentimenti e stati d’animo.

Cos’è lo Storytelling terapeutico?

Con l’espressione “Storytelling terapeutico” si fa riferimento alla terapia narrativa, ossia il legame esistente tra scrittura creativa e storytelling personale teorizzato dagli psicoterapeuti Michael White e David Epston. Fare storytelling personale significa individuare la propria narrazione per poter capire e analizzare al meglio la propria realtà. A tal fine, anche l’autobiografia è un ottimo strumento. Esistono diverse tipologie di esercizi mediante i quali è possibile ritrovare se stessi calandosi in una narrazione coerente e consapevole.

scrittura, scrittura creativa


Piero Babudro | SegnaleZero®

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