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Scrittura autobiografica: i migliori esercizi per conoscersi

Autore: |giovedì, 22 marzo, 2018|Scrittura Creativa e Copywriting|

Scrivere è sempre un processo di autoanalisi. Sedersi davanti al foglio bianco, riordinare i pensieri, schematizzare gli argomenti da trattare e infine scriverli implica in ogni caso il doversi guardare dentro a un livello variabile di profondità. Per questo motivo mi vien da dire che tutta la scrittura è autobiografica, perché riguarda da molto vicino il segnale che vogliamo imprimere alla vita: la nostra e quella degli altri.

Il testo scritto rappresenta il terreno di incontro tra autore e lettore, e il loro rapporto viene mediato da una forza, che ho chiamato “principio dell’osmosi”, per cui l’autore lascerà sempre qualcosa di sé nelle parole che compongono un articolo, un racconto breve o un testo creativo. Per comunicare in modo efficace, chi scrive deve prima guardarsi dentro, esaminando il proprio rapporto con i fatti o i contenuti da trattare. Poi deve lasciarsi catturare dal flusso creativo, quella forza misteriosa – studiata abbondantemente dalla psicologia – che ci guida alla scoperta del rapporto tra scrittura, creatività, coscienza.

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Scrittura autobiografica: 8 esercizi per iniziare a sperimentarla

Scrivere è sempre compiere un’analisi di sé e degli altri. Ma c’è un tipo di scrittura che più di altre riguarda il rapporto con il proprio “Io”: la scrittura autobiografica. Oggi vorrei spiegare cos’è e soprattutto suggerire alcuni esercizi di scrittura creativa per cominciare a praticarla con gioia e soddisfazione.

  1. Descrivere una foto o un oggetto di famiglia. Le nostre case sono piene di cimeli, album di fotografie e vecchi ricordi. Da un certo punto di vista, è possibile raccontare la storia dei componenti di una famiglia partendo dalla descrizione degli oggetti contenuti nei luoghi dove essa ha vissuto. Ed è proprio quello che sto proponendo. Partire da un oggetto appartenuto a una nonna o a uno zio, per esempio, e descriverlo utilizzando tutti e 5 i sensi è un ottimo modo per dare vita agli oggetti stessi e ai ricordi che dentro di noi li animano ancora. Non solo: una volta completata la descrizione, possiamo allargare lo spettro dell’osservazione e abbracciare eventi, ricordi ed emozioni che nascono spontaneamente in noi. Se poi decidessimo di coinvolgere altri componenti della famiglia in questo gioco di ricordi e rimandi, il tutto potrebbe diventare una gigantesca opera di riscoperta. E molte volte riscoperta è sinonimo di riconciliazione.    
  2. Il quaderno delle cose belle e delle cose imparate. Devo questo esercizio al suggerimento di un amico, che mi ha consigliato di prendermi un minuto per me e annotare, anche in modo schematico, le cose belle accadute nel corso della giornata e le piccole grandi lezioni imparate. È uno strumento molto potente per far luce sulla propria quotidianità e utilizzare la scrittura autobiografica come metodo per mettere dei punti fermi.
  3. Trasformare l’emozione in un personaggio. È un esercizio molto potente per imparare a osservare le proprie emozioni, non giudicarle, non lasciare che ci sovrastino e, se possibile, col tempo trasformarle in qualcosa di positivo. Se in un certo periodo della vita o in determinate occasioni tendiamo a provare lo stesso tipo di emozione e a reagire in modo scomposto o comunque non costruttivo a esso, è ora di cambiare le carte in tavola. Trasformiamolo in un personaggio, una sorta di amico lontano che avrà un certo aspetto fisico, una propria vita, abitudini e comportamenti. Scriviamo la descrizione di questo personaggio e, se occorre, arricchiamola ogni tanto di nuovi particolari. Arriverà il momento in cui ci sarà abbondantemente chiaro il perché lui (o lei) ci fa visita ogni tanto. Ma soprattutto impareremo a coglierne gli aspetti positivi di questo incontro immaginario, tralasciando progressivamente il fastidio che all’inizio ha generato in noi.
  4. Scrivere una lettera a se stessi. C’è qualcosa che vorremmo dire al bambino che siamo stati? Magari potrebbe essere utile una frase di incoraggiamento, o anche solo ringraziarlo per esserci stato ed aver costituito la base di quello che siamo oggi, nel bene e nel male. Ecco, scrivere una lettera a se stessi – ma intendo scriverla, andare alle Poste e spedirla al proprio indirizzo di casa! – è un’ottima strategia per risvegliare quegli stati della coscienza che la vita di ogni giorno, le responsabilità del mondo adulto e anche tanta bella distrazione hanno sopito.
  5. Scrivere la propria autobiografia in 10 frasi. Non è un esercizio di sintesi, semmai permette di fare spazio, ordine e catalogare gli eventi più significativi della propria vita fino al momento presente. In questo caso la scrittura autobiografica diventa uno strumento potentissimo per aiutarci a capire quali sono i passaggi fondamentali del nostro processo di crescita e, assieme, quale significato hanno eventi passati che di primo acchito saremmo tentati di non prendere nemmeno in considerazione, perché sepolti tra mille altre memorie.
  6. Riscrivere un evento della propria vita. Ogni tanto può essere importante prendere carta e penna e riscrivere di sana pianta qualcosa che ci è accaduto nel passato. Questo non lo cambierà, è certo, ma probabilmente ci permetterà di guardare al nostro vissuto in modo nuovo, senza gli orpelli dell’identità e delle abitudini. In più, forse ci metterà nel giusto ordine di idee per cui, anche in futuro, se c’è qualcosa che non ci piace del domani, lo scriveremo da protagonisti.
  7. Ascoltare un ricordo e descriverlo attraverso i 5 sensi. Qui carta e penna entrano in gioco in un secondo momento. Prima bisogna che un amico o un componente della nostra famiglia ci racconti un ricordo. Cerchiamo di ascoltare con la massima attenzione, senza giudicare e senza far partire il solito carosello di etichette mentali con cui cataloghiamo il mondo. In un secondo momento, quando siamo tranquilli, riscriviamo il ricordo e cerchiamo di evidenziare nel testo tutti i 5 sensi, anche quelli che non emergono direttamente. Se ci hanno raccontato di un generico “prato in primavera”, immaginiamo il suo profumo e descriviamolo. Ci aiuterà a immaginare profondamente le cose, ma soprattutto a entrare in connessione con quanto ci è stato raccontato. Infatti, da un certo punto di vista questo esercizio ha a che fare molto di più con l’ascolto che con la scrittura in sé.
  8. Costruire la mappa della propria famiglia. Mica detto che si devono scrivere solo racconti o poesie! Un buon modo per praticare a fondo la scrittura autobiografica è prendere un bel foglio A3 e scriverci i nomi dei componenti della propria famiglia. Di fatto si crea un enorme schema a metà tra l’albero genealogico e la rete sociale. Poi, con il tempo, bisogna arricchire questo schema di appunti, suggestioni e intuizioni. Che tipo di legame intercorreva tra una persona e un’altra? Ed è vero che mio padre, due miei zii che non ho mai conosciuto di persona e un cugino lontano, per motivi diversi hanno dovuto lasciare casa da giovani e andare a lavorare lontano? Queste sono solo alcune delle domande che contribuiranno ad arricchire quella che, a tutti gli effetti e anche se in modo schematico, è una saga di famiglia. Costruire la mappa della famiglia aiuterà a capire se non altro come mai determinati schemi tendono a ripetersi di generazione in generazione.

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Cos’è la scrittura autobiografica

Definire la scrittura autobiografica è meno semplice del previsto. Partendo dall’inizio, possiamo dire che scrivere un’autobiografia significa lasciare una testimonianza scritta della propria vita e degli eventi che l’hanno caratterizzata, in parte o nel suo complesso. Fin qui tutto chiaro, tanto più che ognuno di noi è portato a considerare la scrittura autobiografica un gesto universale, diffuso in tutte le epoche e a tutte le latitudini. Ad esempio, secondo alcuni studiosi il primo esempio di autobiografia, “Le avventure di Sinuhe”, risale all’antico Egitto. Di questo testo, nello specifico, si sa che riscosse un enorme successo, al punto da diventare materia di studio nelle scuole dell’epoca.

In qualche modo, quindi il rapporto dell’uomo con la scrittura delle proprie vicende ha origini remote e, proprio per questo, conferma il nostro desiderio di lasciare una traccia della nostra vita e tramandarla ai posteri, esplorando l’antico rapporto tra scrittura e memoria.

Il problema di una definizione letteraria del genere autobiografico, semmai, è nato quando si è estremizzato il rapporto tra l’Io e la narrazione delle proprie vicende, cosa che ci potrebbe per assurdo portare a pensare che in qualche modo tutta la scrittura sia autobiografica.

In realtà questo approccio ci porterebbe fuori strada, tanto più che di autobiografia come genere letterario e forma espressiva si inizia a parlare solo alla fine del diciottesimo secolo. Cioè quando, dal mio punto di vista, l’uomo concluse una serie di passaggi culturale che lo hanno progressivamente posto al centro del mondo e del pensiero, diventando così la misura di tutte le cose. Raggiunto questo stadio di sviluppo culturale, egli si dimostra pronto a utilizzare la scrittura come mezzo per fissare la propria vita e tramandarla agli altri. Da questo punto di vista, diventa più importante l’introspezione e la ricerca del significato della propria esistenza che la narrazione cronologica di una serie di avvenimenti personali.

Caratteristiche principali della scrittura autobiografica

Questo chiarimento è molto importante, se non altro perché spiega come mai a un certo punto della Storia la scrittura autobiografica è diventata oggetto di riflessione colta, fino al punto da farne un genere letterario autonomo e ben riconoscibile.

Nel cosiddetto racconto autobiografico, infatti, il susseguirsi degli avvenimenti assume una particolare importanza in relazione al contesto e al messaggio che l’autore, attraverso la narrazione, vuole lasciare in eredità al lettore. Per questo motivo, possiamo dire che scrivere di se stessi non è mai limitarsi a compilare un mero elenco di fatti e cose che ci sono accadute, ma piuttosto instaurare una riflessione su di essi. Riflessione il cui valore risiede nella lezione che si può trarre dagli eventi.

Cos’è la scrittura autobiografica? Non è il semplice narrare una storia, ma è scavare nel proprio passato, guardare alla propria vita con occhi nuovi e trarre da essa un insegnamento – se vogliamo, una morale – degna di essere condivisa. In pratica, l’autobiografia guarda a quanto accaduto ieri per costruire narrativamente un monito per il futuro.

La scrittura è autobiografica quando ciò che accade è ordinato secondo una finalità ben precisa che mira a fornire un messaggio di fondo e un insegnamento e, insieme, a illustrare lo sviluppo della personalità del protagonista.

L’autobiografia non è quasi mai un racconto organico, perché in quel caso diventerebbe un elenco neutro di vicende personali o un manuale di storia a misura di singolo individuo. Allo stesso tempo, non è la semplice descrizione di una persona e di quello che ha fatto o fa, perché in quel caso diventerebbe un ritratto, un annale storico o una cronaca fedele dei fatti.

Parallelamente, l’autobiografia non ha niente a che vedere con la forma e le caratteristiche del testo letterario: può essere una poesia, un racconto, una breve frase, un saggio critico. Può assumere la forma di una sceneggiatura teatrale o di un film.

Una cosa è certa. E’ una modalità di espressione ben precisa che nasce dal contesto comunicativo: ossia quando autore e lettore si incontrano grazie al testo e il primo si mostra in tutta la sua verità interiore. Ecco la migliore definizione possibile: è un incontro, spesso non facile, che viene costantemente alimentato dal cosiddetto patto autobiografico.

Philippe Lejeune, uno dei massimi studiosi dell’argomento, ha dato una formidabile definizione di autobiografia :

“Una retrospettiva narrativa in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, concentrandosi sulla propria vita e sulla storia della sua personalità.”

Scrittura, memoria, empatia: il valore della scrittura autobiografica 

Posso tenere nota dei principali avvenimenti della giornata, così da ricordarmi le cose belle e lo splendore privato della quotidianità. Posso decidere di scrivere quello che non mi piace e poi dare fuoco al foglio, così da liberarmi (anche energeticamente) di ciò che non penso di meritare. Posso scrivere i miei obiettivi a breve o medio termine e appenderli in ufficio o in palestra, così da utilizzare la scrittura come sprone per migliorarmi. Posso curare un blog personale e parlare di me a un pubblico indistinto di lettori. In ognuno di questi casi, la scrittura autobiografica rivela la sua enorme forza. Quando essa incontra la memoria del passato o la coscienza del presente, ci permette di essere vigili e presenti a ciò che accade. Pertanto, è capace di generare comprensione ed empatia: verso noi stessi e da parte degli altri.  

Ecco cos’è davvero la scrittura autobiografica: un gesto creativo che non riguarda per forza lo scrivere la propria autobiografia. È piuttosto la scelta consapevole di imbracciare la penna e, scrivendo di se stessi, delle proprie esperienze, della famiglia che ci ha cresciuto o delle nostre aspettative per il domani, usare la parola scritta come una lampadina che illumina spazi vuoti, aree grigie e potenzialità. Scrivere, insomma, prendendo in considerazione l’autore come individuo nel suo complesso, e creare un testo capace di cristallizzare determinate fasi del proprio vissuto, incastonarle in una piccola cornice narrativa, conferire loro un nuovo significato. In poche parole, la scrittura autobiografica è scrivere della propria vita in modo da accettare la sfida di guardarsi dentro e cambiare.

La mia esperienza con la scrittura autobiografica nasce da lontano, prosegue in modo del tutto discontinuo e passa per diari, Moleskine e appunti contenenti riflessioni sparse su quanto mi accade. Tuttora sulla mia scrivania troneggia un quaderno dove, quando ne ho voglia, annoto quanto di bello mi è accaduto durante la giornata: un modo per ricordarmi sempre che bellezza e semplicità sono sinonimi. Ma passa anche per tutte le occasioni in cui ho consigliato ad amici, colleghi o persone vicine di tenere un diario personale per affrontare con un po’ più di consapevolezza un momento di difficoltà o il semplice bisogno di riordinare i pensieri. A me è servito molto quando ne ho avuto bisogno: dirò di più, prendermi il lusso di scrivere senza scadenze o indicazioni del cliente, senza la necessità di impersonare un’azienda o interrogarmi sul punto di vita dei miei lettori, è sempre un grande gesto di libertà.

La stessa libertà sperimentata da amici, colleghi e studenti che hanno voluto accettare la seguente sfida:

“Compra un quaderno nuovo e una penna. Ogni volta che senti il bisogno di farlo, scrivi una lunga lettera alle tue emozioni. Chiedi loro come mai ti vengono a trovare e cosa ti vogliono dire”.

Con un po’ di pratica ed esercizio, le lettere alle proprie emozioni si sono trasformate in lunghi messaggi ai genitori, a persone che non ci sono più, a se stessi. A quelle porzioni di coscienza che la quotidianità, le abitudini e le convenzioni ci strappano di dosso e nascondono nel punto più inaccessibile. Una volta osservate da vicino, le emozioni fastidiose hanno lasciato il posto a una grande quiete. La scrittura autobiografica, di per sé non una tecnica di scrittura ma un atteggiamento verso il gesto di scrivere di sé, aveva svolto il suo compito.      

Perché scrivere fa bene?

A me nessuno ha mai detto: “Scrivi che ti fa bene!”. Semplicemente, a dieci anni ho iniziato a prendere appunti su quello che accadeva attorno a me. Ed era vero: scoprii in fretta che scrivere fa bene. Solo molto tempo dopo, diventato adulto, ho letto di una serie di ricerche che hanno trovato delle corrispondenze molto interessanti e delineato i rapporti tra scrittura e psicologia. Gli studi sui benefici della scrittura sono centinaia. Ne cito due. Nel 2009, “Sharing one’s story: on the benefits of writing or talking about emotional experience ha individuato alcune cose molto interessanti:

  1. Scrivere di sé e delle proprie emozioni produce nell’individuo profondi cambiamenti sociali, psicologici e perfino a livello di processi neurali.
  2. Scrivere aiuta a esprimere le proprie emozioni, modifica i processi linguistici e cognitivi e, infine, incide sul comportamento di una persona all’interno di un gruppo sociale.
  3. Le persone usano le parole in modo diverso. Se sono stressate, parleranno e scriveranno in un certo modo. Così come se stanno vivendo un momento particolarmente negativo. Addirittura, le persone cambiano il loro registro linguistico quando stanno mentendo. Ciò vuol dire che fare il percorso inverso e analizzare le parole che usiamo in un dato momento, ci aiuta a decodificare le emozioni prevalenti di uno specifico momento.

Già questo basta per capire che scrivere di se stessi e della propria vita può diventare una gigantesca lente di ingrandimento che ci aiuta a esaminare, capire, crescere. Ma non è finita qui:

Alcuni psicologi dell’Università della California hanno chiesto a 20 volontari di tenere un diario personale, scrivendo per 20 minuti al giorno per quattro giorni di fila. Ai primi 10 volontari è stato chiesto di scrivere cose neutre e senza particolare significato, agli altri di descrivere emozioni provate di recente. I risultati ottenuti sono sorprendenti. Scrivere un diario personale, infatti, può significare:

  • Benefici fisici, psicologici e un generale senso di benessere
  • Miglioramento della capacità di affrontare sfide e momenti negativi
  • Miglioramento della capacità di ascolto delle proprie emozioni
  • Miglioramento della capacità di ascolto delle proprie esigenze

 

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Alcuni consigli per iniziare a scrivere di sé

Sinceramente non credo serva per forza frequentare un corso o laboratorio di scrittura autobiografica per sperimentare gli stessi benefici. Siccome amo la semplicità, mi vien da dire che carta, penna e un minimo di metodo possono essere sufficienti a diventare, attraverso le parole, il miglior coach di se stessi. Certo, un aiuto iniziale può fare comodo, ma la vera sfida è stare con se stessi e accettare l’idea di scrivere poco ma spesso. Come fare? Secondo me si può iniziare da questi suggerimenti:

  • Trova il momento giusto. Individua un momento della giornata o della settimana da dedicare alla scrittura. Sii irremovibile e non cambiarlo per nessun motivo al mondo.
  • Zero distrazioni. Fosse anche solo un’ora a settimana, quell’ora è tua. L’hai scelta e te la meriti. Nessuno la deve invadere. Per questo motivo tieni lontani computer, cellulari, amici, partner, parenti.
  • Usa il materiale adatto. Usare carta e penna produce benefici più consistenti dello scrivere al computer.
  • Trova il contesto adatto. Se casa tua è un pozzo di distrazioni, vai in biblioteca. Se la biblioteca è rumorosa, vai al parco. Trova un posto silenzioso dove poterti dedicare totalmente alla scrittura.    
  • Non aver paura se l’ispirazione non arriva. Se non ti viene in mente niente, scrivi che non ti viene in mente niente. Pian piano ti scioglierai – garantito! – e inizierai a battere il tuo tempo. A volte l’ispirazione per scrivere arriva partendo dalla consapevolezza che in quel preciso momento non c’è.
  • Non mollare. Scrivere di se stessi può portare a galla qualche “sassolino” un po’ difficile da digerire. Alcuni sassolini sono vere e proprie pietre. Ti potrebbe venir voglia di mollare tutto. Bene, io ti consiglio di prenderti una pausa, di stare a contatto con la sensazione emersa, ma prima o poi di andare in fondo. Meglio una bella scossa emotiva che poi ti fa stare bene del portarsi appresso un fardello emotivo che pesa duecento kg e non ti serve a niente.

Scrittura, ascolto, creatività

Come ho detto più volte, la scrittura è un grande aiuto per ognuno di noi. Che si tratti di scrivere per passione, piacere, lavoro, scrivere è un modo per sperimentare la vera creatività e la presenza a se stessi. È un’azione collegata molto di più all’ascoltare se stessi che al dire qualcosa a qualcuno: per questo motivo, è un’attività importantissima per prendere una pausa dalla frenesia delle giornate e dai continui input che in ogni momento ci bombardano: nel lavoro, in famiglia, nella società, nel rapporto con gli altri. Scrivere fa bene perché significa concentrarsi, aprire un varco, ascoltare tutti quei messaggi positivi che purtroppo tendiamo a soffocare, presi da mille cose e proiettati verso non si sa dove. È un gesto che fa bene alla mente, perché la calma, la rende docile ed elimina le sue preoccupazioni. È un gesto che fa bene al corpo, perché lo rilassa e permette alle informazioni in esso contenute di scorrere liberamente. Probabilmente, raggiunti certi livelli, scrivere o tenere un diario equivale a meditare. Nel senso più profondo del termine: prendersi un momento per se stessi, staccare un attimo, lasciarsi cullare dal gesto dello scrivere e dal testo creativo. Quindi, visto che la realtà è questione di punti di vista, costruirne uno nuovo. Solido. Positivo. Nostro.

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Scrittura creativa e autobiografia: costruire un nuovo punto di vista

Dedicarsi alla scrittura creativa è edificare non solo l’architettura di un testo, ma anche permettere a un nuovo punto di vista di emergere. In altre parole, guardare alle cose in modo nuovo. Succede molto più spesso di quanto si pensi: basta anche solo rileggere una vecchia pagina del proprio diario personale per capire quanto siamo cambiati da allora. Ma c’è di più: spesso siamo portati a guardare al mondo attraverso un complesso sistema di valori, credenze, opinioni e stereotipi. Una sorta di cornice che dà forma agli accadimenti della nostra vita, finendo però purtroppo per distorcerli. Pietro Trabucchi, nel suo fondamentale “Resisto dunque sono”, la chiama valutazione cognitiva. Trabucchi dice anche che:

“Il primo passo per aumentare la resilienza individuale ed espandere il senso di autoefficacia passa dal disinnescare il più possibile i sabotatori interni.”

Ecco, io credo che la scrittura creativa e autobiografica sia un ottimo modo per disinnescare il nostro più grande nemico. Noi stessi. Perché dico questo? Perché entrare nel flusso creativo ci permette di aggirare vincoli mentali, trappole dell’io, strutture e schemi di pensiero che spesso nemmeno ci appartengono del tutto. La mente è una costruzione straordinaria, ma deve essere tenuta a bada: è un ottimo servo, ma un pessimo padrone. Se ci lasciamo andare, se diventiamo preda della mente cominceremo ad allontanarci da ciò che siamo veramente. Se invece pretendiamo da noi stessi di avere dei momenti di quiete, in cui dedicarci completamente alla scrittura, ci avvicineremo alla nostra vera natura. Che sono i “posso”, i “credo”, i “mi permetto di”: non i “devo”, i “mi dicono di fare”, i “mi hanno sempre detto che è giusto così”. Per certi versi, scrivere è un atto di libertà dal conosciuto. A maggior ragione, la scrittura autobiografica permette di liberarsi da quanto diciamo di conoscere di noi stessi e avvicinarsi a chi probabilmente siamo davvero. È un atto di riscoperta, uno dei più profondi.

5 ragioni per sperimentare la scrittura autobiografica

Forse i motivi per cui merita davvero iniziare a scrivere di se stessi e delle proprie emozioni sono molti di più. Io ne ho individuati 5: si basano tutti sulla mia esperienza personale e su una serie di situazioni che riguardavano la scrittura creativa o professionale:

Fare il punto della tua vita

Partire dalla propria biografia è un modo per attraversare fasi e momenti, e soprattutto per tirare la proverbiale linea che ti permette di ricominciare, magari lasciandoti alle spalle determinate cose che sai non appartenerti più.

Inquadrare eventi, cose e persone

Ogni storia che si rispetti è caratterizzata da tre elementi base: Personaggi, Ambientazione, Conflitto esplicito o latente. Questo è un principio base dello Storytelling, e il bello è che vale anche per la storia più importante di tutte. La nostra vita. Trasformarla in un oggetto narrativo, raccontare esperienze, guardare al passato e osservare da vicino situazioni e persone che ne hanno fatto parte è un modo per mettere ordine e riannodare il filo degli eventi. Non solo, potrebbe anche essere un modo per trovare un senso a fasi della vita che, anni prima, ci apparivano vuote di significato.

Fare pace

La memoria è un esercizio molto utile, nelle dosi giuste. Per questo motivo, dopo aver evidenziato persone, situazioni e conflitti che fanno parte (o hanno fatto parte) di una fase della nostra vita, possiamo anche decidere di darci un taglio, perdonare, perdonarci.

Capire le scelte, progettare il proprio futuro

Il nostro futuro non esiste ancora. Inizierà a esistere quando diverrà presente. Ma il paradosso è che lo stiamo costruendo ora, grazie a scelte, abitudini, preferenze e atteggiamenti spesso sbagliati. La scrittura autobiografica può aiutare a guardarsi indietro, capire perché in determinate occasioni ci si è comportati in un determinato modo. E decidere di accettare che si è cambiati rispetto a quel momento. Pertanto, scrivere fa bene perché aiuta a capire cosa è successo ieri e, se si è bravi e un po’ fortunati, evitare che si ripeta domani.

Trovare il nesso tra la propria storia ed emozioni

Gli ingredienti di una buona storia, compresa quella della nostra vita, sono tre: Personaggi, Ambiente, Conflitto. A tenerli assieme c’è un quarto elemento. Le emozioni, che possiamo definire come l’immagine di una sensazione fisica, o anche uno stimolo che ci mette in movimento. Letteralmente. Osservare il proprio vissuto grazie alla scrittura permette di trovare il filo che lega tutti gli eventi, e quindi capire qual è il motore emozionale che ci sospinge in avanti, pur tra tutte le paure e i ripensamenti che fanno parte del vivere quotidiano. Esaminare il proprio vissuto emotivo non è una cosa sempre semplice da fare: ma è necessario affrontarla se si vuole aspirare a una vita più ricca di significato.

5 esempi di autobiografia

Ho detto che la scrittura autobiografica non coincide sempre con lo scrivere la propria autobiografia. È piuttosto un gesto che riguarda la voglia di sperimentarsi e, attraverso un’attività di scrittura autobiografica, conoscersi meglio e sciogliere certi nodi emotivi che non ci spettano più. Leggere le vite degli altri, però, può aiutare a capire meglio il rapporto che si instaura tra autore, testo e vissuto. Pertanto, chiudo questo lungo post segnalando alcuni libri biografici o autobiografici cui merita dare un’occhiata.

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L’autobiografia secondo Jodorowsky

Ho amato oltre ogni limite “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Alejandro Jodorowsky. La Teresa del titolo è la nonna dell’autore, e fa parte di una famiglia di origini ebraiche che, per tutta una serie di vicende sfortunate, decide di abbandonare l’Ucraina e viaggiare verso ovest. Il caso vuole che gli Jodorowsky arrivino in Cile e non negli Stati Uniti, come preventivato all’inizio. Ma sotto un certo punto di vista il viaggio in sé passa in secondo piano. Protagonista del libro è la famiglia, osservata con un occhio tra il comico, l’epico e il tragico. Lo spirito sudamericano incontra la cultura yiddish. Così “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” diventa un florilegio di eremiti, antenati improponibili, veggenti, creature mostruose e, sullo sfondo, un Cile operaio, doloroso, fatalista.

Le biografie astratte di Schwob

“Vite immaginarie” di Marcel Schwob è fantastico. È una fiamma che incendia la creatività. Pubblicato alla fine dell’800 rappresenta il punto più alto della produzione letteraria dell’autore. 23 tracce che raccontano la vita di personaggi come il filosofo Empedocle o i crudeli William Burke e Wlliam Hare, noti come “Assassini di West Port”, coppia di criminali irlandesi a cui, nel 2010, John Landis ha dedicato il film “Ladri di cadaveri”. Certo, il libro non rientra per nulla nel genere autobiografico, ma ha l’enorme pregio di fare luce su alcuni particolari poco noti delle vite dei protagonisti, giungendo a un punto in cui è praticamente impossibile distinguere tra ciò che è accaduto davvero e ciò che è frutto dell’immaginazione di Schwob.   

Diario d’inverno: l’autobiografia del corpo secondo Auster

È possibile raccontare la propria storia attraverso l’esposizione delle sensazioni del proprio corpo? Secondo Paul Auster si direbbe di sì. “Diario d’inverno” è un’autobiografia in seconda persona e, assieme, un viaggio attorno a una serie di frammenti di vissuto e tessuto emotivo. C’è la passione, il sesso e i dolori fisici. C’è il dubbio, lo spazio e la memoria. La madre e le poesie. Al centro di tutto il corpo, l’unico indizio che conferma il dirsi vivo, anche quando si è entrati nell’inverno dell’esistenza. Ritrovare se stessi, sembra dirci l’autore, è impossibile se prima non ci siamo persi davvero.

Agassi: il tennis come autobiografia

“Odio il tennis. L’ho sempre odiato”. Ora, se lo dicessi io, pazienza. Ma se lo dice André Agassi, la cosa è ben diversa. “Open. La mia storia” non è solo l’autobiografia di un campione pluripremiato del tennis mondiale. È un grido che spezza le coscienze. È un romanzo di crescita in cui Agassi racconta il rapporto tormentato con il padre, che aveva deciso di farne una stella del tennis a qualsiasi costo. La relazione con racchetta e palline è il filo che unisce la narrazione: in mezzo, storie famigliari crudeli e fallimenti affettivi. Matrimonio che vanno a farsi benedire e la consapevolezza che il proprio successo deriva dalla cosa che si odia di più: il tennis, appunto. L’unica cosa che sai fare bene, ma anche quella che non vorresti fare mai.

Maya Angelou: scrittura autobiografica e dignità

Pubblicato per la prima volta nel 1969, “Io so perché canta l’uccello in gabbia” è un libro intenso che parla con la voce di un’America fatta di discriminazioni, sacrifici, promesse di riscatto. Il racconto dell’infanzia di Maya Angelou, una vicenda emozionante che si svolge tra Arkansas e California, punta gli occhi di una bambina, poi adolescente, un lato del razzismo e della segregazione razziale a cui forse molti di noi non hanno mai pensato. C’è la frantumazione sociale, certo. Ma c’è anche l’accettare che questa disgregazione diventi normalità, con i bianchi che comandano e i neri che obbediscono e subiscono. Perché? Perché è così, e anche sapere che Dio è bianco ma, essendo buono, sotto sotto non ha pregiudizi è una magra consolazione. Ma forse è un inizio.   

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Consulente per la comunicazione digitale. Mi occupo di Content Strategy, Content Marketing e Storytelling. Aiuto i miei clienti a progettare narrazioni e contenuti digitali che funzionano e portano risultati misurabili. Il mio approccio è media neutral: utilizzo indifferentemente testi, immagini e video per creare valore tangibile. Organizzo corsi di formazione in azienda, insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Ho condensato parte del mio metodo di lavoro nel volume “Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole” (Flaccovio, 2016), con l’obiettivo di aiutarti a produrre contenuti di livello eccezionale.

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