33/16: una serie web in modalità 360° a cura di Red On Movies


Prendiamo un caccia di era sovietica e un disertore. Prendiamo l’alta montagna del Friuli Venezia Giulia, ammasso di pietra viva e pulsante che – prima ancora di allenarti le gambe – ti forgia il carattere, ti tempra e ti dona la capacità di parlare con i silenzi. Terra concreta, essenziale, scarna.

Ci sono colori irripetibili da queste parti. Il cuore lo sa, lo sanno gli occhi. C’è chi li ha definiti “Pantone FVG”. Si scherza ma fino a un certo punto, perché qua in realtà si è sempre molto seri, anche quando uno dei rari sorrisi scorticati dal sole d’alta quota rompe la quotidianità e regala una crepa verso il domani.

Ma sotto questo sole che benedice e non sconta nulla ci sono anche altre tinte: stavolta oscure, sconosciute ai libri di storia ma non allo sguardo degli appassionati. Trame segrete e “secretate” che un gruppo di pionieri della narrazione per immagini ha scovato, studiato e approfondito, regalando notorietà e soprattutto dignità a vicende altrimenti destinate al dimenticatoio.

Nel 1969 un pilota dell’aeronautica ungherese decide di averne abbastanza. Guarda le mappe. Guarda dove nessuno guarda mai. Scopre che in mezzo alle montagne del Friuli Venezia Giulia più aspro si nasconde un piccolo aeroporto ormai dismesso. Per lui quelle poche centinaia di metri di asfalto malconcio possono voler dire libertà.

Nessuna indecisione: mette da parte la paura di finire bersaglio della contraerea dell’Ovest o capro espiatorio di un plotone di esecuzione dell’Est e decide di giocarsi le sue carte. Mentre è impegnato in un’esercitazione, se ne frega degli ordini e tira dritto verso le montagne della Carnia.

Ma questo è il prequel. La vera storia inizia ora.

Non dirò di più, perché oggi ho l’enorme piacere di ospitare la casa di produzione video Red On Movies di Udine, che ha trasformato la storia di un disertore in “33/16“, titolo enigmatico per una serie web distopica girata in 360° e fruibile a partire dal prossimo autunno su Facebook, tramite Oculus e, con tutta probabilità, nel Metaverso di cui tutti parlano.

Ho seguito da vicino 33/16 sin dall’inizio, ossia da quando per tutti – tranne che per i ragazzi di Red On Movies – era solo un’idea e un foglio di carta.

Sarà. Ma nel tempo quell’idea ha ottenuto il plauso e soprattutto la collaborazione di Peter Zeitlinger, storico direttore della fotografia di Werner Herzog, che non credo abbia bisogno di ulteriori punteggiature.

Zeitlinger è un’eminenza grigia dell’immagine. Anche lui viene da Est: anagrafe a Praga e cuore protetto dalla campagna del Friuli Venezia Giulia, dove risiede da tempo. I fili della Storia incontrano sempre quelli delle storie presenti, passate e future.

Così succede che, mentre 33/16 sta raccogliendo i primi meritati plausi, io che ho seguito tutto l’iter in anteprima ho chiesto a Enrico Maso e Marco Fabbro di Red On Movies di farci entrare un po’ di più in una vicenda che unisce Est e Ovest e fa di questo connubio un caleidoscopio di immagini e suggestioni immersive.

Cos’è 33/16 e come irrompe nelle nostre vite?

Marco: 33/16 è una serie a 360°, stereoscopica, pensata per la fruizione sul web e visori come Oculus. Una serie unica nel suo genere che possiede la caratteristica dell’audio interattivo: lo spettatore sente i dialoghi dei personaggi solo dove rivolge lo sguardo nella scena. Questa scelta è dovuta al fatto che sono presenti diversi dialoghi e situazioni che avvengono contemporaneamente nella messa in scena e di conseguenza lo spettatore può  scegliere che linea narrativa seguire. La serie è composta da due stagioni da 12 episodi, tra classic sci-fi, dramedy e mockumentary.

Enrico: È nato tutto 5 anni fa, un po’ per caso. Si incominciava a parlare di nuove tecnologie per realizzare prodotti audiovisivi e il 360 ci sembrava un linguaggio in espansione da studiare e approfondire. Con un po’ di incoscienza abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio nella realizzazione della serie.

Ci potete raccontare com’è nata e come si è sviluppata la vostra collaborazione con Peter Zeitlinger, storico direttore della fotografia di Werner Herzog?

Enrico: Ci siamo conosciuti a un evento organizzato dal Fondo Audiovisivo FVG, gli abbiamo parlato del progetto e si è dimostrato subito interessato, diventando anche coproduttore con la sua società Film Srl. Lo affascinava molto il linguaggio nuovo da adottare, un nuovo stimolo per lui da affrontare nella sua lunga carriera. Abbiamo fatto diverse riunioni per capire come illuminare la scena: la troupe e le luci non potevano stare in campo, altrimenti sarebbero state riprese dalla camera 360°. Abbiamo così creato un’ambientazione fatta di luci diegetiche: i lampadari del soffitto hanno creato dei suggestivi coni di luce a pioggia sui tavoli e sugli attori, in più attraverso altri lampadari a terra abbiamo realizzato il giusto dinamismo di luci e ombre. Quello che forse mi ha colpito di più di Peter è la grande energia e il forte entusiasmo che trasmetteva sul set, una qualità solo i grandi artisti hanno.

Peter Zeitlinger e Marco Fabbro
Peter Zeitlinger e Marco Fabbro

Perché avete scelto di realizzare una serie in 360°?

Enrico: Lo strumento 360 era potenzialmente una bomba, ma serviva la storia giusta per farla detonare. Sono partito dalle certezze che avevo: una telecamera, che pur guardando al futuro, poteva offrire uno sguardo “largo” come un vecchio cinemascope; una ripresa in cui lo spettatore poteva navigare liberamente, senza sentirsi imbrigliato dalla narrazione; una visione finale “onnicomprensiva”, che avrebbe rassicurato sull’aver capito tutto, o che avrebbe potuto ingannare in questo senso. E così il genere sci-fi ha cominciato a guadagnare punti, specie se fossimo riusciti a dargli una chiave ironica. Asimov, Dick, Clarke dunque, ma anche Bradbury, Lem, Adams e Matheson. Dalla fantascienza generale all’ucronia, il passo è stato breve. È bastato trovare uno spunto storico che permettesse il vecchio gioco del “Cosa sarebbe successo se…?” e il quadro ha preso forma. Anno 1969, piena guerra fredda. Un disertore ungherese ruba un MIG e atterra indisturbato a Osoppo, vicino Udine. Si scopre così che c’era un “buco” nei radar NATO (risolto poi con l’installazione militare sul monte Scinauz). E qui la domanda: se sei in osteria a Pontebba, magari dopo qualche bicchiere, e senti un boato improvviso dal cielo, a cosa pensi? In fondo eravamo stati sulla Luna poco prima, e basta poco per farsi prendere dalle suggestioni…

Enrico Maso
Enrico Maso (a sinistra) durante le riprese di 33/16

Quali obiettivi vi siete prefissati già in fase di sceneggiatura?

Marco: La sfida è stata capire innanzitutto come si scrive una sceneggiatura per un audiovisivo in 360° con situazioni di contemporaneità in termini di dialoghi e azioni dei personaggi. Non bastava scrivere solo una sceneggiatura ma più  script per ogni episodio della serie. E dovevamo sperimentare il tutto con gli attori, che non conoscevano questo nuovo meccanismo.

Enrico: Volevamo che lo spettatore potesse perdersi in questa osteria, ascoltando i discorsi di qualcuno e intanto captando una mezza battuta al bancone. Servivano allora tanti personaggi, che avrebbero parlato e interagito non in sequenza, ma in contemporanea. E in più, i personaggi si sarebbero influenzati e suggestionati a vicenda man mano che la storia proseguiva. La sfida principale era costruire uno script dove si potesse avere la visione d’insieme della storia, ma anche (e allo stesso tempo) la visione di ogni singola parola e azione in atto in ogni angolo dell’osteria.

Alla fine, dopo molti tentativi, la soluzione scelta è stata quella di suddividere in zone il set, e di realizzare uno script per ogni zona. Questo ci ha permesso di svilupparli in parallelo, facendo attenzione che i dialoghi e i diversi movimenti degli attori fossero sempre sincronizzati. Una sorta di balletto, con le attenzioni teatrali e le necessità cinematografiche del caso. Anche perché, nel nostro continuo sperimentare, non volevamo dar vita a un’unica narrazione. Volevamo tante possibili declinazioni di storie, con tante combinazioni, pur se tutte convergenti verso il finale. Un qualcosa che ricordasse situazioni di gaming, ma lasciando allo spettatore il piacere di sentirsi narrare una storia. E dai primi feedback avuti dagli spettatori, sembra che questa ibridazione sia riuscita.

Il cast completo di 33 16, la serie web di Red On Movies.
Il cast di 33/16

Quale tecnica di racconto avete utilizzato e come avete cercato di innovare i processi produttivi?

Marco: La narrazione si svolge in tempo reale, con episodi di durata ridottissima, ad alta velocità. La costante ripresa a 360° catapulta lo spettatore nella storia. È lui in prima persona a orientarsi in questo nuovo universo, ascoltando i discorsi dei presenti, guardando fuori dalla finestra, puntando l’attenzione su cosa racconti la radio. Può rivedere più volte l’episodio, cercando gli indizi disseminati sia a livello video che a livello audio.

Enrico: Nessun prodotto seriale o filmico è mai stato girato con questa tecnica, e questa scelta è la reale innovazione di processo. Lo spettatore è portato dentro il meccanismo narrativo: può scegliere il proprio racconto all’interno del racconto, può creare il suo punto di vista. L’innovazione di processo permetterà a 33/16 di essere un punto di riferimento anche per un pubblico tecnico.

Parliamo di regia: cosa significa curarne tutti gli aspetti in un audiovisivo girato con tecnica 360?

Marco: Le due domande fondamentali che mi sono posto dall’inizio del progetto sono state: come posso dirigere 12 attori che interpretano i rispettivi personaggi in situazioni con dialoghi contemporanei in un mondo a 360°? Quanto poteva essere sottile il confine tra il libero arbitrio del fruitore della serie e la regia che potevo creare?

Era assolutamente necessario che comprendessero al meglio come funzionava tecnicamente la sceneggiatura a 360°, e abbiamo fatto tre settimane di prove con gli attori per essere preparati sul set. Dovevamo creare una sorta di coreografia: ognuno dei 12 attori doveva muoversi e recitare in sinergia con gli altri, tutti dovevano conoscere i movimenti di tutti e conoscere anche le battute degli attori con cui non interagivano, perché una determinata battuta poteva essere presa come riferimento per una determinata azione sul set. Nelle prime due settimane abbiamo lavorato in uno spazio messo a disposizione dal Teatro Incerto, dove abbiamo simulato la nostra main location: un’osteria di montagna. La terza settimana invece abbiamo fatto le prove nella location stessa. Tutte le prove sono state filmate per capire se l’interpretazione e il sincronismo degli attori funzionava. Contemporaneamente abbiamo provato i punti macchina e i movimenti di camera che avremmo dovuto eseguire. Abbiamo costruito un dolly con controllo remotato al quale è stata ancorata la camera 360°, e successivamente abbiamo cercato di capire quali potevano essere i movimenti e a che velocità eseguirli per non causare un indesiderato “mal di mare” allo spettatore su Oculus. Dopo alcuni test abbiamo compreso che era meglio eseguire dei movimenti lineari e lenti, senza troppi virtuosismi, e diverse volte abbiamo deciso di rimanere statici con cavalletto fisso. I movimenti e i punti macchina sono stati decisi in modo tale da portare lo sguardo del fruitore della serie in una determinata direzione, dove da regista avrei voluto che lo sguardo andasse. Anche l’azione degli attori è stata scelta con questo presupposto. Abbiamo cercato di portare il fruitore della serie verso una determinata direzione nello spazio 360° e quindi verso una determinata linea narrativa, tenendo presente comunque che il libero arbitrio della direzione dello sguardo ci sarebbe sempre stato. Una scelta importante è stato capire anche dove il fruitore doveva iniziare a guardare all’inizio di ogni scena dopo ogni stacco di montaggio. Ogni inizio scena doveva prevedere dove lo sguardo del fruitore sarebbe finito alla fine della scena precedente, in modo tale che poi al cambio di scena fosse direzionato dove avrei voluto. Nelle visioni in anteprima della serie, abbiamo notato che almeno il 90% degli spettatori era consapevole della tecnologia che stava fruendo e seguiva quella che era la nostra idea di narrazione.

Un momento delle riprese della serie web 33/16.
Un momento delle riprese

Come si sono svolte le fasi di produzione e post-produzione?

Enrico: Le fasi produttive sono state precedute da un lungo periodo di sviluppo. L’idea iniziale è nata circa 5 anni fa e, nel tempo, abbiamo incominciato a studiare il linguaggio audiovisivo e la tecnologia giusta per girare un progetto come il nostro. Siamo stati in diversi film market come i Cross Video Days di Parigi per capire come si muoveva questo tipo di mercato nell’entertainment europeo e globale. E, fortunatamente, all’ARLEF hanno capito la potenzialità del nostro progetto.

Marco: Abbiamo girato due stagioni della serie in una settimana in tre location diverse: Gorizia, Sella Carnizza e le Valli del Natisone. Particolarmente impattante è stato il lavoro di scenografia che ha richiesto molte energie alla production designer Barbara Kapelj. Una volta trovata l’osteria di montagna che ci serviva, il reparto scenografia ha eseguito i lavori per adattarla al meglio agli anni ’60 ed introducendo almeno 100 oggetti di scena tra radio, televisori, lampadari e stoviglie. Inoltre dato che la serie è ambientata interamente di notte, abbiamo capannato l’intera osteria per oscurare il sole e lavorare di giorno creando l’effetto notte.

Dato che gli interni dell’osteria sono stati girati nelle Valli del Natisone mentre gli esterni sono stati fatti a Sella Carnizza, l’edificio di quest’ultima location è stato adattato scenograficamente per non creare discontinuità tra interni ed esterni, rifacendo persino l’intero tetto. Successivamente la post-produzione ha portato via diversi mesi e l’abbiamo divisa in due fasi. Prima abbiamo concluso la post-produzione della prima stagione, dopodiché abbiamo affrontato quella della seconda stagione, conclusasi da poco. Il reparto VFX supervisionato da Alessandro Passoni ed Elisabetta Giusti ha fatto un grande lavoro, ricreando da zero il cielo stellato negli esterni in montagna, rifacendo i bulbi dei lampadari dell’osteria e ricreando una sorta di nebbia mistica. Per la colonna sonora invece ci siamo affidati a Vincenzo DI Francesco che è riuscito fin da subito a trovare il mood sonoro più adatto alla serie, sviluppando diversi temi legati ai personaggi più importanti nelle diverse situazioni.

Nemmeno il tempo di finire la prima stagione della serie, che il passaparola è stato istantaneo e siete stati subito selezionati da alcuni festival. Ce lo volete raccontare?

Marco: In questo momento la serie è in distribuzione festivaliera con Premiere Film che da subito ha creduto in questo progetto. È già stata selezionata da due festival importanti come il River Film Festival e Maremetraggio. Siamo molto felici di queste due prime selezioni ed è stata una bella emozione avere il nostro primo pubblico a Padova. Abbiamo avuto i primi feedback positivi da un pubblico eterogeneo di diverse fasce di età, ed è stato molto divertente ossevae da fuori le loro reazioni mentre erano immersi nel mondo di 33/16.

A Novembre invece ci sarà la prima fruizione pubblica, al Teatro Giovanni da Udine come evento correlato al Festival SUNS. Nel frattempo stiamo attendendo altre risposte da diversi festival internazionali.

I protagonisti di 33 16
Alcuni dei protagonisti di 33/16

Quali sono i vostri obiettivi per il prossimo futuro?

Marco: Sicuramente mi piacerebbe sviluppare altri progetti con questo tipo di linguaggio. È un nuovo modo di raccontare le storie e questo mi stimola molto. Poi c’è sempre la voglia di crescere, approfondire, formarsi e provare in futuro a realizzare un lungometraggio che possa affrontare generi che in Italia non si vedono molto. Manca l’internazionalizzazione: nel mercato della film industry è assolutamente necessario creare progetti locali, ma con logiche globali. La localizzazione crea valore e unicità al prodotto, ma il respiro internazionale che gli si può dare lo rende marketable e fruibile dal più ampio pubblico possibile.

Questa è la mia ambizione: creare prodotti cinematografici che guardano in quest’ottica. Vedo comunque diversi autori giovani nel panorama cinematografico italiano che hanno gli stessi obiettivi e la stessa voglia di cambiare le cose e questo penso dia ispirazione a molti giovani registi come me.

Enrico: Concordo con Marco. Credo che continuare a sperimentare questi nuovi linguaggi potrebbe portare ancora molte soddisfazioni. E magari pure nuove collaborazioni con l’estero, che permettono incontri e confronti sempre interessanti.

Il friulano diventerà la lingua della fantascienza?

Marco: Ci sono diversi prodotti come serie e film che utilizzano la lingua o il dialetto locale per immergere lo spettatore nel contesto. Nel nostro caso l’utilizzo del friulano ci proietta in un’osteria degli anni ’60. È un elemento importante molto identificativo per lo spettatore, lo fa entrare nelle dinamiche di quel periodo, i personaggi sono più caratterizzati, si percepisce di più l’atmosfera della serie. Poi gli elementi di fantascienza e mistery completano il gioco: hai un prodotto con valore territoriale che abbraccia dinamiche internazionali.

Enrico: Non so se il friulano diventerà anche una lingua della fantascienza, ma per la nostra storia di fantascienza era – semplicemente – la scelta migliore. E infatti ha dato espressività, profondità, e in generale un ritmo diverso al tutto. Volevamo che il mondo che stavamo ricostruendo fosse il più credibile possibile. La lingua friulana in questo è stata decisiva. 

Dietro a ogni contenuto c’è un’ottima opportunità di business. Perché non ne parliamo assieme?

Scrivimi subito per sapere come trasformare i tuoi contenuti in un aiuto concreto
per trovare nuovi clienti e opportunità.

"*" indica i campi obbligatori

Nome*
*
Questo campo serve per la convalida e dovrebbe essere lasciato inalterato.

Piero Babudro | SegnaleZero®

Contenuti per aziende e brand. Strategie di comunicazione e marketing. Narrazioni d’impresa.

Ferrara
Bologna
Milano
Udine

Email: info@segnalezero.com
Mobile: (+39) 346 97 39 331
WhatsApp: (+39)346 97 39 331

Impegno

Aiuto aziende, brand e professionisti a raccontarsi, far conoscere il proprio valore e distinguersi. Mi piacciono i progetti basati su rispetto, fiducia e concretezza, promossi da imprese che hanno a cuore l’innovazione e il cambiamento.

Il cuore del metodo SegnaleZero® è riassunto nella formula “Contenuti. Strategie. Narrazioni”. L’obiettivo è permettere a clienti e partner di tessere relazioni significative con pubblico e interlocutori. In sostanza, dare anima alle storie e ai contenuti di aziende e persone.

Risorse
SegnaleZero® ha un’origine particolare. Ciascuno di noi capta i segnali fondamentali per la vita e le relazioni: lo zero è l’origine di tutte le cose e rappresenta l’idea di mettersi in cammino. Dall’unione di questi due concetti è nato il mio percorso di vita e di lavoro.

© SegnaleZero®. Tutti i diritti Riservati. 
Cookie Policy | Privacy Policy | Credits