Se c’è una persona in Italia che più di tutte incarna il valore dello scrivere come strumento di consapevolezza, questa è Sonia Scarpante. Il suo viaggio alla scoperta della scrittura terapeutica corre su un doppio binario e abbraccia dinamiche diverse e a modo loro preziose. La prima è quella della professionista che porta in Italia e promuove una disciplina, umanizzandola in tutti quegli aspetti che altrimenti l’avrebbero forse confinata nei dipartimenti di Psicologia delle università d’oltreoceano. La seconda, invece, riguarda l’animo di una persona che, a un certo punto della propria vita, si trova costretta a sperimentare su di sé il valore curativo della scrittura autobiografica.

La parola scritta può farsi conforto e rimedio per corpi e anime che certa scienza fatica a vedere uniti: Sonia Scarpante non è probabilmente l’unica a sostenerlo. Di certo è una delle pochissime persone, ma direi anche l’unica, che vive questa dimensione – professionale e personale – con una coerenza e trasparenza che travalicano ogni categoria o definizione.

Dove altri hanno creato dello showbiz attorno all’idea di scrittura consapevole, Sonia Scarpante mantiene i piedi per terra e lavora in prima linea, senza dissipare troppe energie sul palcoscenico dei social media. Mentre altri declamano, lei insegna davvero, ha a cuore le persone e porta avanti le attività dell’Associazione La cura di sé, animata da un sincero spirito di apertura e dialogo, pur nella certezza di aver dato vita a un metodo di scrittura intenso, efficace, profondo. Una voce rara la sua, che oggi ho il grande piacere di ospitare qui su SegnaleZero.

Parole evolute. Esperienze e tecniche di scrittura terapeutica. Un libro sulla scrittura terapeutica biografica di Sonia Scarpante, presidente dell'associazione La cura di sé

Qual è il potere della scrittura?

La scrittura ha una sua grande forza, se noi la esercitiamo come pratica filosofica della vita. Essa può aiutarci ad elaborare le fatiche e le fragilità esistenziali; una scrittura salvifica che ci aiuta a traghettare anche le sofferenze più acute, a sciogliere nodi e imparare a risolvere fragilità affettive, sino ad arrivare a sciogliere vecchi sensi di colpa e superare traumi di cui molti di noi portano stigmate profonde su di sé. Ma non solo. La scrittura terapeutica ci aiuta ad entrare nelle emozioni dando parola al nostro sentire, a diventare resilienti attraverso la pratica costante, allargando sempre più nuovi orizzonti di conoscenza e intensificando le qualità delle nostre relazioni.
Attraverso il lavorio costante ricreiamo un nuovo senso del sé per giungere a quella che io definisco “la scrittura performativa”, perché essa non solo ci nutre ma ci porta ad investire su noi stessi con nuove potenzialità, con il coraggio di essere autentici e intraprendere anche nuove scelte di vita.

Trovi che scrivere sia un dono, un talento o una scoperta?

Non so tanto rispondere a questa domanda e posso provarci basandomi semplicemente sulla mia esperienza. Con il tempo, con il trascorrere degli anni sono arrivata a pensare che per me sia stato un dono perché spesso io stessa rimango colpita dalla scioltezza della scrittura, o da quel getto compulsivo e irrefrenabile della parola con cui riesco ad esprimere le mie note più profonde, molteplici riflessioni, modalità diverse di costruzioni culturali. E quindi penso al dono perché la scrittura spesso mi trascende portandomi oltre e aiutandomi a scoprire nuove parti di me.

Poi però credo che ognuno di noi porti in sé un proprio talento, anche nascosto e che andrebbe visto, riconosciuto, interpretato e valorizzato. Fra noi, lo sappiamo bene, vi sono persone portate per la musica, altre per la danza, altre ancora per lati creativi individuali attraverso cui riescono a esprimere con più scioltezza un’interiorità con cui “si sentono a casa”. Il mio talento credo sia legato alla scrittura perché sa nutrire l’anima; il suo bisogno è costante e finché non lo materializzo non trovo pace. Un sacro fuoco che mi aiuta a scandagliare me stessa.  Ma, in verità, può essere stata anche una scoperta nel senso che avevo bisogno di esprimere me stessa attraverso lo scioglimento di una matassa piena di nodi. Cercavo lo strumento a me più affine che mi permettesse di districare quelle fatiche e la forma epistolare è stato l’incontro giusto e sicuramente il più efficace.

Ritengo la forma epistolare, iniziando dalla lettera a se stessi auto dedicata, la più duttile ed efficace; con la frequenza costante della scrittura ho scoperto una nuova me stessa, nuovi interrogativi, la connessione molto logica fra scrittura e filosofia.  Per me quindi è stata anche una scoperta. Nel momento in cui ho deciso di  “spogliarmi”, e quindi poi di farlo anche davanti al mondo. la mia “me sconosciuta” scopriva un mondo enorme che mi gravitava intorno ,di possibilità rigeneranti.

Cosa intendi per scrittura terapeutica?

Grazie alla scrittura ho imparato a confrontarmi con la faccia poliedrica di ciò che ognuno di noi chiama il suo “me stesso”. Ho imparato a recuperare un mio senso della vita. Ho imparato a vedere nelle mie emozioni, dando loro parola. Senza temere il timore. La scrittura terapeutica è un viaggio verso la propria interiorità, cercando di dare parola al nostro vissuto, a ciò che siamo stati e a ciò che ci realizza oggi. Un percorso della memoria per riprendere il senso di ciò che siamo stati, le nostre incongruità e le impalcature che abbiamo costruito nel tempo rinunciando spesso al nostro sé, ad essere coerenti, congruenti con noi stessi. La scrittura terapeutica mette spesso in risalto questa distonia fra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo stati per abitudine, conformismo, per paura del cambiamento ma, soprattutto, per paura di perdere il  consenso che abbiamo costruito affidandoci agli altri. Ci siamo spesso adattati a delle situazioni, anche se non le sentivamo nostre, se percepivamo una frattura fra l’essere e il dover essere,  per paura e conformismo.

La scrittura terapeutica va intesa come ricerca individuale e pratica, incrementa le forze legate all’interiorità e in tal senso migliora la qualità della nostra vita. Si inizia a scrivere a se stessi per iniziare a incontrare l’altro ..lettera del viaggio , alla casa, all’amico, allo sconosciuto, al nodo, al senso di colpa, fino a toccare le affettività dominanti della nostra vita: il padre e la madre.

Credo che questo tipo di scrittura può essere considerata uno degli strumenti conoscitivi, non ultimo e nemmeno risolutivo, ma confacente al soggetto che ad essa si rivolge per attingere e imparare a sostenersi. La scrittura come analisi del sé, nasce quindi da un mio primo lavoro autobiografico pubblicato nel 2003: lavoro faticoso ed alquanto efficace dove la scrittura compulsiva dettava le sue regole in un ritmo incalzante dove la penna era mal sincronizzata sui tempi della mente. Quella scrittura iniziale ha stimolato l’auto-analisi da cui sono affiorate riflessioni di grande interesse cognitivo ed emotivo.

Chi sono i tuoi maestri?

I maestri sono tanti e costellano tutta la mia esperienza formativa iniziata ben 21 anni fa dopo la malattia oncologica  e che ha rappresentato uno spartiacque fra il prima e il dopo. Ho iniziato a scrivere a casa, dopo l’intervento di mastectomia. Il bisogno era alto e anche l’urgenza. Da allora sono nati 15 libri e in uno di essi – Non avere paura. Conoscersi per curarsi. – vengono ripresi tutti quei maestri che mi hanno accompagnata in tutti questi anni.

Lo spettro è assai ampio e andiamo dai letterati, ai filosofi, ai medici, e nel campo della Scienza posso annoverare i medici, come gli psichiatri e gli psicologi. Nella nostra Associazione La cura di sé contiamo anche su  professionisti autorevoli e su soci onorari come lo psichiatra Eugenio Borgna e lo psicoterapeuta Massimo Recalcati che ci seguono da anni e che hanno letto i libri più importanti che ho scritto.

Ma, se vogliamo, tutta questa ricerca per me nasce dall’antica Grecia, con Socrate, che è stato il pioniere dell’arte di conoscere se stessi, per arrivare al grande Marco Aurelio e toccare ancora un grande filosofo che è Arthur Schopenhauer, o Irvin Yalom, che ha scritto testi di formidabile valore come romanzi di letteratura ma sostanziali nella ricerca di senso e per conoscenza filosofica. Penso anche a grandi filosofi attuali, come Umberto Galimberti, che ci insegna quanto sia importante oggi entrare nell’educazione emotiva e sentimentale.

Massimo Recalcati ci apre con i suoi testi anche al mondo delle affettività come possibilità di costruzione equilibrata e alla sua formidabile l”egge del desiderio”. Lo stesso Eugenio Borgna sa riconoscere l’entità di ogni emozione vissuta dando rilievo alla poesia e alla nostra Comunità di Destino in cui tutti stiamo percorrendo uno spazio affine e similare, all’interno del quale è essenziale cominciare a ripensare l’umanità partendo da ciò che è comune a tutti i popoli.

In che modo la parola può curare?

In letteratura si legge che scrivere fa bene e quando le persone riescono a tradurre in parole il proprio turbamento emotivo, vi è un miglioramento sia della salute fisica che di quella psico-emotiva. Per esempio, le ricerche condotte dallo psicologo americano James Pennebaker hanno dimostrato che scrivere delle proprie emozioni riguardo ad un evento rilevante provoca un  incremento della salute fisica, in quanto le difese immunitarie vengono rafforzate, e psicologica, poiché la componente inibitoria viene meno e, di conseguenza, l’ansia e il dolore da essa causati. Le persone nel corso delle sessioni di scrittura – a prescindere da sesso, età, cultura, classe sociale e tipo di personalità – tendono a riportare negli scritti un alto numero di parole positive rispetto a quelle negative e incrementano le parole riferite al proprio stato della mente. Questo suggerisce che il modo in cui le persone si raccontano può essere un indice del loro stato di salute fisica e mentale: la scrittura dunque assolve la funzione di organizzare il pensiero e le complesse esperienze emozionali, al fine di poterli comprendere e dar loro un senso.

Pennebaker cominciò a lavorare in questo settore più di un decennio fa con i suoi studenti, a cui per esempio chiese di scrivere i pensieri e sentimenti più profondi suscitati da esperienze traumatiche. Il semplice fatto di rievocare per iscritto esperienze traumatiche ebbe risultati sorprendenti. Scrivere migliorò la loro salute fisica, portò voti migliori nel percorso scolastico e spesso cambiò rilevanti aspetti della loro vita.

Molte sono ormai anche le testimonianze di persone che hanno affrontato importanti percorsi di malattia e che hanno utilizzato la narrazione  come un potente strumento per ritrovare coerenza in noi stessi e in ciò che ci accade, per ridare un senso ad una vita che sembra del tutto averlo perso, per ritrovare una propria identità stabile se pure diversa.

Nella prefazione del testo “La scrittura terapeutica” il professor Sergio Fava, direttore del reparto di Oncologia di Legnano, pone questa domanda: “Può davvero la scrittura, cioè l’atto di disegnare con le parole fino a un attimo prima solo pensate, diventare un atto terapeutico e cioè in qualche modo curativo al punto da alleviare le sofferenze inferte da una vita né giusta né sbagliata, ma semplicemente la nostra vita?”

Penso che la scrittura ci permetta di elaborare quella sofferenza acuta e traslarla su carta significhi anche imparare ad accettarla con più consapevolezza e quindi a liberarcene lentamente. Il percorso interiore svolto con la forza della scrittura non può essere esente da una dose massiccia di fatica: questa è l’unica condizione posta per riuscire ad attraversare con la penna le nostre fragilità esistenziali. E, in tal modo, avviarci verso la cura di sé.

Qual è il ruolo della scrittura in una società sempre più visiva e digitale?

La scrittura terapeutica in una società come la nostra, altamente digitale e tecnica, va perseguita come opportunità di svelamento, come risorsa a cui attingere per creare possibilità, progetti concreti di cura. La forma epistolare poi permette quell’ascesi profonda che a volte la forma digitale non ti fa penetrare a fondo. Forse proprio questo periodo difficile di pandemia ci pone di fronte a questa realtà perché , se vogliamo, la cartina tornasole della funzione costruttiva di tale metodologia arriva proprio da quegli scritti quotidiani che ci giungono attraverso conoscenti, operatori sanitari che ho seguito nei corsi, amici e persone che si sentono in difficoltà.

Le persone hanno bisogno di esprimere il proprio malessere e la sofferenza di questi giorni e ci provano, frequentano la scrittura perché poi sentono quel peso meno assorbente, percepiscono un senso di liberazione e sentono meno l’aggravio di un peso massificato per sofferenze incontrate. La scrittura terapeutica porta in sé questa forza di comprensione del tuo dolore e del dolore altrui. Il ruolo che le assegniamo è di forte valenza costruttiva e lo stiamo riscontrando puntualmente dai sempre più numerosi scritti che arrivano da tutta l’Italia e dalle varie professionalità.

Quali pensi siano le caratteristiche di un bravo insegnante o formatore nel campo della scrittura?

Possono essere diverse, legate a diverse modalità di insegnamento e professionalità: se parlo invece nel campo della scrittura terapeutica vi sono sicuramente delle doti del singolo che possono aiutare in questo tipo di lavoro introspettivo. Credo innanzitutto che la persona debba mettersi alla prova senza temere, con quella che io chiamo “spoliazione. Mettere a nudo l’anima, quindi, ascoltando e interfacciandosi con gli altri del gruppo senza giudizi e pregiudizi. I giudizi e i pregiudizi sono sempre di ostacolo in un lavoro fruttuoso e di vera conoscenza interiore; fanno fare sempre passi incauti togliendo valore alla persona che li veste. Credo che oltre al coraggio di  “spogliarsi”, il bravo formatore debba saper ascoltare la testimonianza altrui con passione e curiosità emotiva al fine di creare dentro sé appartenenza e gratitudine. Importante è vivere l’esperienza dell’altro con senso di fiducia, in atteggiamento umile e con la consapevolezza che dall’altro possiamo sempre imparare qualcosa in più della vita e di noi stessi. Si dovrebbe essere un pochino passionali in questo abbraccio di condivisione e anche di sostegno adeguato per saper ascoltare le sofferenze di chi sta narrando di sé.

L’empatia come forza propulsiva aumenta sempre più la sua consistenza quando ci poniamo di fronte l’altro con atteggiamento di accoglienza e di umiltà. Non abbiamo risposte certe per nessuno con questo percorso in cui impariamo ad affrontare noi stessi ma sentiamo ogni volta l’ineguagliabile forza che deriva dalla narrazione del singolo e che si trasforma in sinergia per tutto il gruppo. E questa narrazione man mano che il lavoro prosegue prende sempre più consistenza e forma  costruente.

Idealmente, quali sono gli obiettivi di un laboratorio di scrittura terapeutica?

La possibilità di scrivere di sé e rivedersi da prospettive differenti anche grazie allo scambio degli altri partecipanti e ai rimandi del conduttore sfocia in una sensazione di benessere psicofisico che risveglia risorse personali fino a prima dimenticate o nascoste. Il primo importantissimo passo da fare è accettare se stessi, perdonarsi e amarsi. In questa chiave, la scrittura terapeutica è una disciplina introspettiva tendente all’autocura per quella componente di antidepressione ed antistress che contiene. Tale metodo di scrittura in campo medico viene definito come “terapia coadiuvante” da prescrivere accanto a quella farmacologica per il valido aiuto psicologico che fornisce al paziente. Il termine stesso di “medicina narrativa” della parola scritta come farmaco utile, della scrittura come cura, trova sempre più ampia diffusione in quanto materia di confronto tra saperi e competenze convergenti sul soggetto. I benefici individuali dati da questo operare con la scrittura compiuti singolarmente hanno una felice corrispondenza nella condivisione collettiva della lettura: qui i racconti sono liberi da ogni pregiudizio e trovano nel senso di partecipazione e nella naturale accoglienza del gruppo, un motivo in più per rafforzare la volontà di cambiamento della persona nel suo contesto di vita. La scrittura, dando materialità all’inesistente, quindi, permette di sentirsi e vedersi attori di un’altra realtà.
Da qui l’importanza psicologica che la scrittura riveste nel nostro modo di prefigurare il cambiamento, di darci una nuova immagine di noi stessi, di prevedere per noi un io autentico, tutto da scoprire e da ricostruire. Credo che gli obiettivi  prefissati siano tutti riscontrabili da queste mie righe, il fine ultimo è avvicinarci a quel “io autentico” e riscoprire un senso nuovo di noi gratificante per il nostro sapere e per la nostra crescita. E diventare un tramite per altri.

Di cosa si occupa l’Associazione La cura di sé?     

L’Associazione La cura di sé propone percorsi terapeutici attraverso la narrazione. Con il nostro lavoro sosteniamo persone che vivono momenti difficili, di sofferenza e disagio o che in generale vogliono intraprendere un percorso di conoscenza di sé. Siamo convinti che si debbano promuovere tutte quelle buone pratiche che possono sostenere il benessere psicologico e fisico e sono utili nel prevenire stati di malessere e patologia. L’associazione contribuisce a realizzare progetti di aiuto e sostegno attraverso corsi di scrittura terapeutica biografica, counseling, consulenza psicologica.

Riferimenti bibliografici

Parole evolute. Esperienze e tecniche di scrittura terapeutica (link)

La Scrittura terapeutica (llink)

Non avere paura. Conoscersi per curarsi (link)