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Storytelling a scuola e nella didattica: necessità e non solo scelta

Pubblicato il 5 dicembre, 2017

Portare lo storytelling a scuola è una necessità. È una scelta obbligata, figlia del dinamismo con cui le tecnologie stanno modificando le nostre vite e della possibilità di continuare a dirci umani in mezzo a un mondo di dati mediati da algoritmi e sigillati in bolle di contenuto che riducono l’orizzonte del mondo e la portata del nostro sguardo.

Storytelling a scuola: tutti i perché del metodo narrativo

I vantaggi di introdurre il metodo narrativo sono noti. Coinvolgere gli studenti in un corso di digital storytelling permette di costruire autonomamente il proprio sapere facendolo viaggiare parallelo ai programmi didattici tradizionali. Consente di ricostruire i confini, le direttrici e le opportunità di un mondo sempre più liquido e intangibile.

Nelle classi coinvolte in progetti o laboratori di storytelling si registrano ben presto sensibili miglioramenti nelle capacità di apprendere e ricordare. Migliora l’apprendimento degli studenti, portati a remixare le informazioni e a creare con le proprie mani una conoscenza che prima non c’era o non era organizzata in un format specifico. Si impara divertendosi. Si riducono i rischi connessi ai deficit di attenzione, purtroppo sempre più numerosi e gravi.

Lo storytelling, specie nella scuola secondaria, stimola studenti e docenti a costruire nuovi percorsi di senso all’interno dell’istituzione scuola, ridiscutendo in modo positivo e creativo i reciproci ruoli. Favorisce nuove forme di apprendimento e costringe, nel senso buono, lo studente a un ruolo attivo e partecipativo. Inoltre, carica le nozioni trasmesse di un significato simbolico ed emotivo, per cui fa dell’argomento studiato materia viva, palpabile. Infine, favorisce l’immedesimazione rispetto al tema trattato e la consapevolezza del proprio ruolo di soggetto chiamato ad approfondirlo. Sì, perché sono sempre più numerosi i segnali per cui storytelling vuol dire identità, confronto con l’altro, riconoscimento, crescita personale.

Storytelling e didattica: oltre l’attuale modello di insegnamento

Ma c’è di più: introdurre lo storytelling nella didattica della scuola primaria e secondaria permette di superare il modello verticale di apprendimento. Il classico percorso didattico che ha sempre meno da dire in quest’epoca interattiva e multidisciplinare nata sotto il segno della contaminazione e della riconfigurazione di contenuti, discipline, saperi. È difficile infatti pensare che oggi l’unico detentore delle informazioni e dei processi valutativi sia il docente e, viceversa, ingiusto svilire il processo di apprendimento riducendolo a un mero accumulo di informazioni destinate a esaurirsi nello spazio di un anno scolastico.

Se il destino della nostra generazione è quello di abbattere le comunicazioni di tipo broadcast, come ben insegna il Cluetrain Manifesto e tutto ciò che è venuto dopo, allora conviene cominciare a farlo proprio in quei luoghi – le scuole e i luoghi dove si fa formazione – che possono diventare scrigni di esperienze davvero utili. Molto meglio diventare rete di conoscenza che continuare a essere propagatori di saperi passivi.

Digital Storytelling Lab: laboratorio narrativo per docenti

Di questo e molto altro ho parlato nei giorni scorsi inaugurando il mio corso “Storytelling per la didattica della scuola secondaria”, tenuto presso il Digital Storytelling Lab, laboratorio di narrazione digitale e multimediale sullo storytelling digitale di cui l’Università di Udine è partner. Un percorso molto interessante, cui sono molto legato anche per questioni affettive, perché mi permette di coinvolgere i docenti delle scuole superiori del Friuli Venezia Giulia e mettere a sistema competenze e conoscenze trasversali, che spero possano riversarsi quanto prima sul tessuto economico, culturale e produttivo della regione da cui provengo, con tutte le ricadute positive del caso.

Storytelling: scuola di scrittura della realtà

In più, altro motivo di felicità, ho potuto raccontare agli insegnanti che partecipano al mio laboratorio l’esperienza maturata finora presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. Dove, tra le altre cose, conduco assieme ai ragazzi del terzo anno di Media Design il corso in “Linguaggi Multimediali”, caratterizzato dalla costante ricerca di un metodo narrativo per costruire assieme conoscenze, esperienze e modelli di azione rispetto a un argomento. Quasi una palestra di scrittura della realtà che porta i miei ragazzi a lavorare sui seguenti punti:

  1. Individuare quello che in classe viene chiamato “Il Tema”, ossia una questione sociale, tecnologica o culturale che investe la città di Milano e su cui loro ritengono di poter intervenire, migliorando la situazione grazie alla tecnologia, a un nuovo approccio alla materia o a un cambio di paradigma in ottica collaborativa
  2. Individuare i contenuti già presenti in Rete che approfondiscono il Tema, assieme allo storytelling utilizzato da istituzioni pubbliche e private per raccontarlo alla cittadinanza
  3. Individuare le aree grigie del Tema e i possibili miglioramenti
  4. Realizzare un progetto in scala che rappresenti la soluzione al Tema e metta a sistema i possibili miglioramenti individuati
  5. Progettare una piccola campagna di comunicazione basata su un progetto coerente di digital storytelling

Lo IED è una bella fucina di talenti. Dalle App che promettono di migliorare il traffico di Milano utilizzando dati intelligenti all’housing sociale, dai comitati civici che si promuovono esclusivamente in Rete alla critica ragionata del Food Program di Expo 2015, fino ad arrivare all’analisi della sharing economy o di determinati modelli di business delle startup tecnologiche. In questi anni i miei ragazzi mi hanno stupito con una non comune capacità di leggere nelle pieghe del quotidiano al fine di individuare soluzioni ai problemi esistenti. Quella stessa capacità critica e creativa che, stando al racconto dei media tradizionali e di alcuni adulti disattenti, sarebbe una rarità nei ventenni di oggi.

Il corso in Linguaggi Multimediali fortunatamente prova il contrario. Li rendo consci delle loro responsabilità, poi li lascio liberi di immaginare e creare, ovviamente rendendomi disponibile per tutti i correttivi e gli approfondimenti del caso: questa è la ricetta con cui porto quotidianamente lo storytelling a scuola. Funziona e molto del merito va alla mia scelta di docente di liberarmi dai ruoli e da tutto ciò che mi allontana dagli studenti. Perché forse insegnare è un po’ come fare propria la massima enunciata in Ghost Dog di Jim Jarmusch: “Dunque è importante che da ogni generazione si tragga il meglio”. Dalla mia, ma anche da quella dei miei ragazzi.

Le buone storie ci salveranno. Da Fahrenheit 451 allo storytelling digitale 

Non è compito mio elogiare qui la meravigliosa profezia distopica del libro di Ray Bradbury, che ho usato come accompagnamento e sottotesto narrativo del mio corso presso il Digital Storytelling Lab. Però non posso fare a meno di notare che a 64 anni di distanza stiamo vivendo sulla nostra pelle il paradosso di Guy Montag, taciturno pompiere che distrugge libri mentre desidera segretamente di conoscerne il contenuto. Quel futuro è per certi versi divenuto presente. Al posto di Montag ci siamo noi con le tecnologie, la fretta, gli algoritmi, le bolle di contenuti e un presente ricco di punti di vista spesso vacui e intangibili e povero di attenzione al prossimo.

I media sono così pervasivi che di riflesso crediamo più nella loro verità che in ciò che sperimentiamo con i nostri sensi. Siamo la realizzazione di un altro paradosso. Quello di Enzensberger, secondo cui guardiamo imbambolati la copia di una farfalla proiettata su uno schermo, mentre l’originale vola su un prato a pochi metri di distanza. La Rete, in altre parole, è diventata il territorio del verosimile, la cifra ultima del nostro spaesamento, come spiegavo tempo fa in un post sul rapporto tra social media e iper-realtà.

Sia come sia, vedo nello storytelling digitale la possibilità di promuovere un uso consapevole dei media e delle tecnologie e, insieme, la riscoperta di una delle più antiche facoltà dell’uomo. Quella di narrare, di costruire storie e identità condivise tramite la creazione di racconti e storie, veicoli eccezionali di valori positivi e spirito attivo e partecipativo. Le buone storie ci salveranno. Ne sono sempre più convinto di fronte all’esigenza, ormai divenuta urgenza, di costruire assieme un orizzonte di esperienze condivise e non solo di performance rapide e sfuggenti, in cui conta solo ottenere tutto e subito, persi in un presente che sfugge il cui destino è di essere talmente veloce da impedirci qualsiasi azione che non sia sprecarlo.

Per approfondire: Narrativa e Storytelling

Digital storytelling: perché introdurlo ora nella scuola primaria e secondaria

C’è un altro elemento che ci suggerisce l’importanza dell’introduzione dello storytelling nella scuola primaria e secondaria: il futuro che vogliamo permetterci e riteniamo di meritarci. Macchine e algoritmi rischiano di vincere, entro pochi anni, la battaglia dell’efficienza, della velocità di calcolo e di apprendimento. Ora, tutti noi possiamo scegliere tra continuare a lamentarci pensando a tutti i lavori che entro una decina di anni saranno cancellati dalla faccia della Terra, oppure valorizzare le capacità che ci rendono unici e rispetto alle quali le macchine non potranno superarci. Almeno per un bel po’. Queste sono:

1. Immaginazione e creatività
2. Empatia
3. Capacità di comunicare utilizzando registri complessi.

Studiare i processi di generazione di una narrazione e la costruzione di una storia che emoziona e convince è in grado di stimolare queste tre facoltà. Bene, prima di venir insidiati da una Sophia qualsiasi, o di sacrificare la nostra idea di identità e di diritti sull’altare dell’efficienza produttiva e tecnologica, forse è meglio iniziare a lavorare assieme ai propri studenti su programmi didattici innovativi, imperniati sulle narrazioni e sulla creatività e non sul mero trasmettere nozioni obsolete.

Dobbiamo formare gli adulti e i cittadini consapevoli del domani. Come? Fornendo agli studenti di oggi gli strumenti cognitivi che permetteranno loro di immaginare, letteralmente, un domani diverso. L’alternativa è nascondere la testa sotto la sabbia e fare finta che là fuori non stia succedendo nulla, ripetendo il mantra “Fin qui tutto bene” tanto caro a Mathieu Kassovitz. Chi ha visto L’Odio, fenomenale pellicola del 1995, sa di cosa sto parlando. Dobbiamo prepararci a una società in cui l’opinione pubblica sarà sostituita da dinamiche sottili e impalpabili di orientamento dei consumi e del consenso, da un marketing ingegnerizzato a livelli mai conosciuti prima, ben oltre il confine con il subliminale. Un mondo in cui la comunicazione pubblica e istituzionale sarà sempre più affabulazione fine a se stessa, e il rapporto con il mondo esterno – persone, cose, avvenimenti – il frutto di mediazione invadente da parte delle nuove tecnologie. Fin qui tutto bene, insomma. Ma domani?

Leggi anche: Corsi di scrittura per aziende, professionisti, appassionati

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Piero Babudro

Consulente per la comunicazione digitale e il Content marketing. Scrivo e aiuto i miei clienti a progettare narrazioni digitali che funzionano. Ho scritto per una decina di giornali digitali e non. Collaboro con aziende, professionisti, agenzie di marketing e comunicazione. Organizzo corsi di formazione in azienda e insegno presso l’Istituto Europeo di Design di Milano.
Il mio libro “Manuale di scrittura digitale creativa e consapevole” illustra un metodo che prima non esisteva e che ti aiuterà a produrre contenuti di livello eccezionale. > bit.ly/scritturadigitale

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