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Libri: un italiano su due non li legge


libri Leggere libri: prima ancora che una passione, un modo per allenare il pensiero, decifrare la realtà, arricchirsi grazie al contatto con punti di vista diversi dal nostro. Leggere è esperienza differita, questo sì, ma ragionata, ricca, molteplice. Leggendo è possibile scegliere il tempo di fruizione di un contenuto, cosa che la TV, ad esempio, non permette. La lettura addestra la memoria, facoltà su cui si basano cultura, partecipazione e rispetto delle regole.

Un romanzo, un quotidiano, un saggio o una raccolta di poesie ci permettono di confrontarci con un mondo che altrimenti non ci apparterrebbe del tutto. Ci aiutano a prendere le misure con la realtà. A capire, a scegliere: due attività molto importanti all’interno del più ampio contesto della Società dell’Informazione, caratterizzata da una certa bulimia di dati e informazioni asettici e, per questo motivo, incapaci di ricostruire la portata emotivo entro cui la “notizia”, o il fatto che si vuole raccontare, si muove.
Leggere è costruire (spesso assieme all’autore) un percorso di senso ben più completo del flusso di immagini propinato dalla televisione oppure della lettura interrotta, smozzicata e multitasking del Web.

Per questo motivo trovo preoccupante quanto emerso dal primo rapporto sulla promozione della lettura in Italia. Lo scorso anno solo il 46% degli italiani ha letto almeno un libro. Meno di una persona su due. Ma c’è di più. Nel 2010 la percentuale si attestava al 46,8%, quindi a spanne abbiamo perso per strada 700mila lettori.

Già, i lettori. Quanti sono in Italia? Non certo tutto il 46% evidenziato dal rapporto.
Approfondendo l’analisi dei dati, si scopre infatti che solo il 18,4% legge una quantità decente di libri, dai 4 agli undici in un anno. Ma andiamo avanti: i lettori “forti”, quelli da almeno dodici libri l’anno (uno al mese), sono solo il 6,3% della popolazione.
Sul fronte stampa, le cose non vanno meglio. Il 52% degli italiani legge (o dice di leggere) i giornali almeno una volta la settimana: immagino che Gazzetta, Tuttosport o Novella 2000 siano compresi nel computo totale e la cosa non mi rasserena.

Certo, sono aumentate vertiginosamente le vendite di tablet e e-book reader, ma tutto sommato si tratta di un mercato giovane che avrà bisogno di tempo per dimostrare il suo impatto sulla società. Nel 2011 gli italiani hanno speso 131 milioni di euro per l’acquisto di un reader (16 nel 2010) e 472 milioni di euro per i tablet (210 nel 2010). Intanto i contenuti disponibili per questi dispositivi stanno crescendo a dismisura: 1.619 nel 2009, ora sono 31.416, sempre se la quantità di libri digitalizzati serve a determinare qualcosa.

I dati presentati dal rapporto sono lo specchio fedele dell’italiano medio. Pigro, male informato, tendenzialmente allergico alla cultura e all’attualità, interessato alla tecnologia più come a uno status symbol che a una chiave per aprire nuovi orizzonti.
I libri sono memoria, possibilità di confronto, arricchimento. Conoscere e capire quanto accaduto ieri ci aiuta a progettare il domani, leggendo in controluce l’oggi. Una persona che si accontenta di preconcetti, informazioni parcellizzate e di un flusso ormai incontrollato di immagini, che preferisce visioni catodiche e narrazioni campanilistiche all’apertura nei confronti dell’Altro, che non è abituata a confrontare e a scegliere il meglio per sé e gli altri, che non è abituata a far lavorare il cervello, è una persona che non riesce a contestualizzare i fatti, distratta e facilmente distraibile, superficiale, attratta dallo slogan e non dal contenuto. Facile da persuadere e comandare a bacchetta. Appunto, l’italiano medio.

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